Riprendo con piacere a scrivere in questa rubrica dedicata all’e-Learning con una prima descrizione del cloudworker, termine coniato dal blogger Venkatesh Rao .
Il lavoratore nuvola (“cloudworker”) è qualcuno che utilizza on-demand la tecnologia e gli strumenti di collaborazione, come le comunicazioni unificate, per lavorare da ogni luogo e in qualsiasi momento. Utilizza, inoltre, la libertà che ne risulta per seguire una carriera e uno stile di vita tagliati su misura sulle proprie esigenze.
Ho scelto di parlare del cloudworker perché sto riflettendo sull’apprendente di domani (“cloudlearner”?) e su come l’e-Learning potrà evolvere in questa direzione. Mi piacerebbe anche raccogliere, nei commenti, le nostre esperienze sulla dematerializzazione del mondo dello studio e del lavoro…
Lavoratore nuvola (Cloudworker) è il nome dato al lavoratore dell’informazione di domani.
L’essenza impalpabile della nuvola, del lavoratore nuvola o nuvoletta ci pone di fronte una persona, dall’aspetto dematerializzato, che collabora virtualmente alla “coda lunga” del micro-mercato globale.
Il cloudworker può essere descritto unicamente attraverso quelli che sono i suoi talenti personali o, al contrario, attraverso la mancanza di questi stessi.
Il lavoratore nuvoletta si occupa di microbrand personale e di capitale umano disseminato nei network sociali, piuttosto che della sua carriera lavorativa tradizionalmente intesa.
In un epoca di recessione e grandi bolle, il lavoratore della conoscenza naviga nell’etere in modo fluido. Nel corso della sua vita attraversa momenti di lavoro tradizionale, di lavoro frammentato e, allo stesso tempo, porta avanti una carriera multipla.
Il lavoratore nuvola accetta la volatile realtà in cui vive. Coglie, se ce ne sono, le possibili occasioni offerte da un’economia globalizzata. Si muove sull’onda delle possibili ricadute sulla “coda lunga” della fetta di micro-mercato in cui opera.
L’idea della “coda lunga” (long-tail) è stata proposta da Chris Anderson, direttore di “Wired”, (vedi Luca De Biase a pagina 153 del libro Economia della Felicità. Dalla blogosfera al valore del dono e oltre).
Nei media tradizionali tutto si concentrava sui bestseller, nei nuovi media c’è spazio per le nicchie. Ed è proprio il micro mercato di nicchia (long-tail) che si pone come il palcoscenico privilegiato del “cloudworker”.
Operando nella coda lunga, il lavoratore nuvoletta, si sforza di costruire un proprio portfolio diversificato. Segue il suo micro-mercato, ovunque questo settore possa condurlo. Oggi, questa persona, potrebbe seguire quella strada, domani un’altra, il prossimo anno potrebbe accettare un lavoro tradizionale e sistemarsi per i successivi cinque anni ecc.
Il cloudworker non separa il proprio lavoro dalla vita personale. Cerca, piuttosto, di operare un’alchimia tra vita e lavoro. Non può essere etichettato come nomade digitale. Potrebbe essere anche visto come una specie di agricoltore e non come un cacciatore, un attento curatore del suo network sociale, un colone all’interno della geografia virtuale della sua area twitter.
Durante la giornata si muove dall’ufficio alla casa-ufficio e si reca in caffetteria perché ha affinato la consapevolezza di aver bisogno di lavorare in un ambiente che sia per lui/lei altamente produttivo.
Durante il corso della sua vita si muove di città in città, consapevole di essere un membro della classe creativa. Ovunque vada non è mai un viaggiatore o un espatriato. Le sue radici affondano sull’intero globo. Il suo regno si estende fin dove arrivano i suoi messaggi tweet. È come se vivesse nella “Repubblica del Sé”. Il viaggio, il vivere in luoghi differenti sono per questa persona nuvoletta come fare zapping con i canali televisivi. Ogni Starbucks è come il soggiorno di casa sua.
Come affermò McLuhan: “the real world has become a mere museum for images first encountered elsewhere” (il mondo reale non è diventato altro che un museo di immagini che si trovano altrove)
Il lavoratore nuvoletta è attrezzato con il GPS incorporato, non ha alcun senso chiedergli: “Where are you from?” (“Di dove sei?“) meglio chiedergli: “Where have you world-surfed so far?” (“In quali luoghi hai navigato finora?“).
Il grande sogno del cloudworker è una vita creativa, una vita all’insegna di in un prospero micro-mercato mondiale, il cui filo conduttore è la lealtà.
Il poter riporre massima fiducia sul suo network sociale.
Nel post “The cloudworker creed” Venkatesh Rao conclude affermando: “You and I weren’t born in the cloud, like today’s kids are, but we will certainly die in it” (“Io e te non siamo nati in una nuvola, come i bambini e le bambine di oggi, ma certamente moriremo in una nuvola“).
Ho creato questa nuvoletta, con Wordle, delle nostre parole sul cloudworker utilizzando questo post e i relativi commenti.


















[...] Cloudworker | Ibrid@menti Posted on 12 January 2009 by Giuliana Guazzaroni Cloudworker | Ibrid@menti [...]
Complimenti a Giuliana per questo post, che entra nel vivo delle nostre “pratiche di sè” che portiamo avanti e sperimentiamo ogni giorno in rete (in rete, certo, ma anche fuori dalla rete… attenzione: mai dimenticare l’interazione tra i due livelli!)…
Il lavoratore-nuvola, tu dici, “non può essere etichettato come nomade digitale”.
Ma poco più avanti affermi: “si muove di città in città, consapevole di essere un membro della classe creativa. Ovunque vada non è mai un viaggiatore o un espatriato. Le sue radici affondano sull’intero globo. Il suo regno si estende fin dove arrivano i suoi messaggi tweet”.
Questa esclusione della dimensione nomadica non mi convince. E’ in contraddizione con le caratteristiche del lavoratore-nuvola che ho appena citato.
Lascia perplessi questa caratterizzazione, come dire?, stanziale, agricola, contrapposta alla caratterizzazione nomadica. Dici infatti: è “una specie di agricoltore e non [...] un cacciatore”. E’ “un attento curatore del suo network sociale, un colone all’interno della geografia virtuale della sua area twitter”.
Sento, all’interno di questo profilo, un’aura di normatività che potrebbe rappresentare un forte limite rispetto alla nostra capacità di mettere in gioco energie creative volte a formare quello che tu chiami, felicemente, il “lavoratore dell’informazione di domani”.
Se mi fossi limitato ad essere “un attento curatore” del mio “network sociale” – se mi fossi limitato alla geografia virtuale della mia “area twitter” – non avrei incontrato, on line, i blogger palestinesi e israeliani di cui ho dato notizia qui su Ibridamenti. Li ho incontrati utilizzando tutta la mia rete sociale, quella dentro la rete e quella fuori dalla rete. E l’area twitter, nella dinamica di questi incontri, non è stata assolutamente una risorsa utile, o utilizzabile.
Credo, in altre parole, che il lavoratore dell’informazione in un mondo globalizzato – domani ma già anche oggi – debba essere qualcuno che non si rinchiude, in maniera claustrofilica, nel suo network sociale (internetico) già attivo: il network sociale è tale, infatti, se possiede un dinamismo espansivo illimitato e imprevedibile dentro e fuori dalla rete.
Spero di essermi spiegato. In ogni caso, ti ringrazio per avermi fatto riflettere, con il tuo post, su questi problemi.
Bye
Mario
PS
Credo che la tua esposizione diventerebbe più leggibile, potrebbe cioè coinvolgere un numero più ampio di lettori, se tu rinunciassi – passami la battuta – ad un eccesso di anglofilia (i francesi, in questo, son più bravi di noi)
Bel post, utile. Sono di fretta, ma ho il piacere di appuntare due rapide riflessioni.
Mi pare che una buona sintesi tra l’idea di navigatore nomade e agricoltore dell’informazione stanziale (scusate questa creazione su due piedi!) possa essere rappresentata dal concetto di lavoratore dell’informazione pendolare. Si muove in relazione a vincoli che consentono ampi cambiamenti e oscillazioni e che tuttavia vengono continuamente rinegoziati nel tempo, in una realtà reticolare che amplifica le possibilità di scelta, deformando la dimensione spaziotemporale.
Non capisco che generi di interazione instauri il cloudworker con la realtà offline (espressione che peraltro mi pare sempre più superata e riflesso di una decisione teorica, più che di un’adesione al reale ; utile a livello discorsivo, sembra non rappresentare la complessità delle connessioni).
Mario sottolinea il dinamismo illimitato generato dalla reciproca influenza e credo che qui si giochi un punto importantissimo…
Giuliana sembra stia come srotolando un gomitolo. Un filo lungo di senso. Percepisco l’inizio anche prima delle sue riflessioni circa l’impalpabilità del digitale.
Quasi in quella finestra della prospettiva digitale, oggi ho inaugurato il sito blog intr@meta.
Nel primo articolo ho provato a tessere alcuni ragionamenti su “Mutazioni antropologiche e bisogni all’inizio dell’era digitale“.
Siamo appena agli inizi dell’era digitale. L’attenzione cade sulle modificazioni antropologiche collegate all’innovazione tecnologica. Come sta cambiando la vita umana nel lavoro e nel modo di apprendere e studiare? E nella vita sociale, nel tempo libero e nell’arcobaleno di sfaccettature circa l’uso del suo tempo lungo tutto l’arco della vita?
Vittorio
@Mario, grazie per i complimenti
! Ho aggiunto le traduzioni a quelle parti di testo che avevo lasciato in inglese!
Come sottolinea Vittorio, nel suo blog, è dagli ultimi giorni del 2008 che sto riflettendo su questa figura del “lavoratore nuvola” e sulle reazioni che suscita.
Ho aggiunto poco di mio (per il momento), mi sono limitata a riportare quanto il blogger Venkatesh Rao ha scritto o raccolto sul cloudworker.
Tuttavia, ogni volta che riprendo in mano l’idea di questo personaggio, ogni volta che rileggo i post di Rao o che cerco di annotare qualche cosa… immancabilmente il lavoratore nuvoletta è come se diventasse, ai miei occhi, ancora più impalpabile, volatile e difficilmente afferrabile.
Rao stesso lancia un appello ai cloudworker di tutto il mondo per definire assieme l’idea del lavoratore dell’informazione di domani.
Quanto a me potrei rivolgere maggiore attenzione alla mia esperienza di lavoratrice dematerializzata per arrivare a una visione più viva e sentita.
Sul fatto che Rao afferma che non è un nomade digitale, ma piuttosto un agricoltore ho pensato a un individuo che coltiva un orticello dematerializzato di contatti attraverso i media sociali, cercando, appunto, una stabilità. Stabilità, normatività forse propria di un membro della Middle Class. In ogni modo, ho rivolto a Rao la domanda
chiedendo che cosa intende dire.
@Tito, grazie per il contributo
Come ho detto nel commento precedente, ho rivolto a Rao questa domanda:
Prontamente Rao mi ha risposto così:
http://www.ribbonfarm.com/2008/10/23/the-cloudworkers-creed/comment-page-1/#comment-2051
Complimenti per il messaggio e grazie epr avermi fatto capire che potrei diventare una nuvola.
Anzi, aspiro fortemente a diventare una nuvola, forse lo sono già in parte.
Con ciò mi riferisco proprio al fatto che, in questa fase della mia vita, ho scelto di tentare, e dico tentare eprchè la fase è in atto, di implementare la vita lavorativa classica con quella digitale e aprire così il mio studiolo … alle maldive, sul monte ararat.. insomma… dove mi porta il vento.
Sono davvero interessanti queste riflessioni e mi fanno sentire connessa alle “nicchie” del mondo con orgoglio e voglia di confronto.
Condivido anche l’opinione di Mario che riallaccia sempre reale e digitale. Vi pongo una domanda infine ma è così importante definirsi come agricoltori, cacciatori, girovaghi? Perdonate l’ignoranza e grazie epr i lumi che mi darete
Orange
Buongiorno!
I don’t know any Italian, but I am really curious to learn what you guys are saying
Giuliana, if you’d like to do a guest post (in English), talking about some of the unique aspects of the Italian or European perspective, I’d really enjoy it (and so would ribbonfarm readers, I am sure). Do email me if you’d like to do that.
Venkat Rao
@ Orange, nuvolette laboriose che si connettono alle “nicchie” del mondo e portano avanti le loro idee innovando. Così vedo la cloudworker, al femminile
Uno studio a cielo aperto e situato, come scrivi, alle Maldive, sul monte Ararat… sui monti Sibillini… ovunque quasi a toccare le nuvolette.
Per rispondere alla tua domanda finale è stato il blogger Venkat (tra l’altro, proprio qui sopra, in un commento, ci chiede la nostra prospettiva italiana, europea sul cloudworker) che ha parlato di queste caratterizzazioni del lavoratore dell’informazione di domani come agricoltore, cacciatore o nomade.
Credo che Mario abbia ragione quando scrive che questa figura non si dovrebbe rinchiudere nel suo network personale, ma espandersi dinamicamente dentro e fuori dalla rete.
@ Venkat
Hi Venkat,
you are really welcome here
We are talking about the cloudworker idea… and I’m realizing I’m a cloudworker!
We think that the cloudworker should be innovative and creative. He/she should expand dinamically and creatively in his/her social network (within and without the web).
Anyway, we are still talking and sharing our opinion about it.
I’d really enjoy to write our perspective in ribbonfarm.
Thanks! I’m emailing you about it
Ciao Giuliana,
sono giorni che sto pensando a questa figura. Ben hai fatto e fai a tenerti informata su quello che accade fuori dal nostro recinto e contesto di blogger italiani. Sto pensando a diverse prospettive alcune già le sai: ho letto la risposta di Venkat e ho capito il concetto di annidamento, ma al tempo stesso sono d’accordo di Mario Galzigna. A me sembra che un cloudworker sia una persona che riesce a utilizzare e rendere virtuose le reti sociali di cui dispone, questo non significa fare collezione di “amici” come è ora la moda su Facebook bensì costruirsi legami significativi.
Sto pensando al rapporto tra il cloudworker e il clourlerner, il cloudworker è un lavoratore della conoscenza, quindi attiva e promuove scambi formali e informali, di conseguenza il legame dovrebbe essere stretto.
Come si lega la figura del cloudworker con il concetto di comunità di pratica ideato e pensato da Wenger? Come si può pensare a un nuovo tipo di formazione informale slegata a contesti e recin ti tecnologici? Quali figure concrete sono oggi configurabili come cloudworker?
Un blogger professionale è qualificabile come cloudworker?
Due premesse prima di entrare nel tema presentato:
1) sono sempre molto affascinato dal lessico evocativo, dal gioco con le parole, dalla creatività verbale. Mi piace, quindi, “cludworker” e, perchè no, “cloudlearner”. Ci si rifersice, credo, alle tagcloud che popolano i nostri ambienti virtuali;
2)è chiaro che le tecnologie digitali e di rete stanno cambiando il nostro modo di vivere, di fare e, perché no, di essere. Non ne sappiamo ancora molto e sono apprezzabili tutti gli sforzi di indagine , di comprensione, di interpretazione che si fanno. Compreso questo di Rao (che conosco solo ora grazie al post di Giuliana), preso, come tanti altri, con beneficio di inventario.
Ciò premesso e lettomi con attenzione il post di Giuli e qualche pagina dei blog linkati, come prima reazione mi vien da dire che che ‘sto cloudworker non si discosta molto da quello che in italiano si chiama “precario” con l’enfasi sul bicchiere mezzo (per alcuni potrebbe esserlo ancora di meno) di questa nuova realtà.
Accettiamo, quindi, il rischio che con questo lessico suadente ed affascinante si voglia nobilitare una condizione personale, lavorativa e sociale che di nobile non ha nulla se non la dignità di ogni fatica che ognuno di noi fa.
Certo le tecnologie e le pratiche associate al loro uso che stanno emergendo stanno cambiando alcuni lavori e ne stanno facendo emergere altri. Il grosso del lavoro rimane, però, quello di sempre eventualmente aggiornato con quanto di nuovo viene offerto.
Detto che indietro non si torna, va tenuto presente che la diffusione della tecnologia con la sostituzione della persona con la tecnologia stessa sta creando molti problemi e le nuove opportunità vengono colte da persone diverse da quelle che le possibilità di lavoro hanno perduto.
La questione potrebbe, allora, essere: come le nuove tecnologie possono mitigare l’impatto dell’organizzazione sociale e del lavoro che conseguente al “progresso”?
Gentile Giuliana, grazie della tua risposta e della tua visita, nel mio blogghino.
Intanto la tua citazioen dei monti Sibillini mi crea un friccicore entusiasmante, dato che al femminile la Sibilla era già una nuvoletta che utilizzava mezzi di conoscenza altri… in posti magnifici…
Quindi l’arte della connessione a me fa venire in mente direttamente la valorizzazione dell’uomo e delle sue reti con riferimento sia alle reti esistenti nel reale che queste nuove che si creano qui. La rete di ibridamenti può esserne un esempio.
Inoltre credo che in questo modo si sfugga dall’ingabbiametno delle professionalità classiche alle quali anceh io appartengo. Poi c’è da dirsi che è una modalità dell’essere: si cerca una modalità unitaria di vita: non una vita lavoratia, una viuta creativa, una vita personale, ma un melange di questi aspetti così cge l’uno tragga potenzialità dagli altri.
Per spiegarmi meglio, secondo me l’emergere delle varie sfaccettature fa si che le stesse diventino anche opportunità che il soggetto può viversi nel suo essere nel mondo.
Quanto invece al raffronto con il precariato introdotto da Gianni, a me fa venire in mente invece un raffronto con il lavoro professionale. Un professionista delle professini intellettuali è un precario? può darsi perchè dipende dallla propria clientela che, per definizione è libera di lasciarlo. In questa prospettiva, se non salariati siamo tutti precari.
Ci penso e ritorno
Orange
@ Luca, hai ragione a scrivere che il lavoratore nuvola mette in moto un circolo virtuoso con le reti sociali di cui dispone, anch’io lo immagino così!
Relativamente al rapporto cloudworker / cloudlearner, poni questioni che meritano di essere approfondite. Probabilmente il cloudworker si trova perfettamente a suo agio in una comunità di pratica.
Secondo me, inoltre, attiva processi di formazione informale e, ovviamente, al di fuori di stretti recinti tecnologici (la piattaforma unica).
Chi sono i cloudworker? Venkat ha coniato questo termine, partecipando a un concorso, per sostituire la parola telelavoratore (telecommuter) e per riferirsi ai lavoratori dell’informazione di domani.
@ Gianni, e sì. Il cloudworker evoca l’idea della nuvoletta impalpabile e indefinita e il rovescio della medaglia è proprio la precarietà, il non poter svolgere lo stesso lavoro per tutto l’arco della vita. La flessibilità, la solitudine del telelavoratore e tante altre difficoltà che questa condizione professionale implica.
@ Orange, con te emerge il lato positivo della medaglia. Il piacere della libera professione, il gusto leggero di seguire la propria nicchia di mercato, la creatività di una professionalità slegata dalla routine del lavoro dipendente. Forse sì, forse no. Siamo tutti precari o professionisti?
La citazione dei monti Sibillini è perché si trovano a pochi chilometri dalla mia postazione di cloudworker!!
Ciao Giuliana,
avevo letto che Venkat ha coniato il termine per un concorso per sostituirlo al termine telelavoratore. Beh su questa origine del termine non sono d’accordo. Non avrebbe senso fare qua una discussione su un termine nato solo per sostituirne un altro. Il cloudworker è qualcosa di più del telelavoratore o del lavoratore a distanza.
Libertà e precarietà sono le due facce della stessa medaglia, come dicevi giustamente tu Giuiana. Il lavoratore che non ha un impiego fisso deve costruire una rete di contatti e di relazioni e in ciò si caratterizza anche dalla loro precarietà. Se ci pensiamo la nuvola è si libera ma precaria al tempo stesso.
La questione è, come dice Luca, se dietro al termine (nuovo) c’è quacosa di nuovo. E’ un concetto nuovo? O è solo un nome più accattivante, per denominare concetti noti? Uno svecchiamento delle parole mi sta bene, ma se non c’è anche un pensiero nuovo, mi pare poca cosa …
Sono andato a pranzo e ho continuato a riflettere su quello che aveva scritto Marconato; in fondo ho pensato abbiamo scritto una cosa simile. Mi piace una nuova figura come quella del cloudworker e riconosco che il nome è accattivante, ma se la nuova figura è un termine abbellito rispetto a quello di telelavoratore non mi piace più. Ora torno e leggendo il nuovo messaggio di Marconato mi trovo d’accordo con lui.
tempo fa ho letto un libro che mi aveva entusiasmato L’età dell’accesso di rifklin. Come si rapporta il cloudworker con i concetti di accesso?
carissimi, bene bene vedo che l’idea del lavoratore nuvola apre la strada a riflessioni e scambi d’opinione
Personalmente credo che passare da “Telelavoratore / Telependolare” (telecommuter) a “Lavoratore nuvola” (cloudworker) non sia una sostituzione neutra da una parola a un’altra, ma un cambiamento concettuale. Un passaggio da un’idea, anni ’70, di persona che svolge un lavoro (generalmente dipendente) da casa a una professionalità dai contorni più sfumati. Una persona che opera verso un ottica 3.0.
Inoltre, ho letto che Venkat ha ricevuto i complimenti per la sua creatività e, allo stesso tempo, ingenuità nel coniare questo termine.
Ciao,
mentre riflettevo sul materiale di questo Blog dedicato al “Cloudworker”, mi veniva in mente una lettura di pocche ore prima.
Credo possa avere attinenza poichè intreccia il tema della relazione tra le persone. Seppur digitale, seppur a volte anonima o avatarizzata, anche la persona “Cloudworker” sta in relazione.
Come dice qui l’altro ieri Giampietro Vecchiato, Vice Presidente FERPI, per “costruire relazioni” è necessario cercare una sintesi tra la cultura dello scambio (il tradizionale do ut des che caratterizza i rapporti economici ma molto spesso anche i rapporti interpersonali) e la cultura del dono (il cui valore è strettamente legato al donatore e che da vita ad un legame tra persone che va oltre il puro scambio economico). Io parlerei di relazioni di scambio (exchange relationship) (Grunig et Hon, 1999) – dove una parte cerca di concedere benefici all’altra solo nella prospettiva in cui anche l’altra parte abbia già dato benefici in passato o si aspetta che ne possa accordare in un futuro – e di communal relationship (Grunig et Hon, 1999) dove, viceversa, entrambe le parti concedono benefici all’altra nella convinzione che essi miglioreranno l’altrui benessere, indipendentemente dal ritorno eventuale di benefici.
Nell’ottica del lavoratore della conoscenza orientato alla cooperazione web 3.0, non è importante la sola qualità della relazione. Considero fondamentale il concetto di alterità.
Come sottolinea sempre Vecchiato (che della buona gestione delle relazioni ne ha fatto una professione prima ancora che esistesse il cloudworker) nel valore del comunicare significa mettere in comune, confrontarsi, condividere “una parte di noi stessi” con l’altro (“riconoscere il TU in vista del NOI” afferma Martin Buber).
Ho creato una nuvoletta, con Wordle, delle nostre parole sul cloudworker utilizzando questo post e i relativi commenti.
L’ho inserita in fondo al post.
[...] Comments Giuliana Guazzaroni on CloudworkerCloudworker | Ibrid@… on L’impalpabilità del lav…Mutazioni antropolog… on L’impalpabilità del [...]
Ciao Giuliana,
mi spieghi la nuvoletta taze-bau come l’hai creata e come la leggi?
Una cosa avete in mente una persona pubblica che inquadrate come cloudworker? Ecco penso che dare una concretezza fattuale poi ci aiuta a delineare meglio la figura.
Vittorio,
mi puoi approfondire il concetto di relazionalità nell’ottica del cloudworker? Ho letto Buber che è un riferimento costante per i pedagogisti e sono d’accordo che considerare l’altro e il noi aiuta nella relazione, determina relazioni qualitativamente significative.
Il cloudworker lo vedo come strettamente connesso alla sua rete di amicizie e di contatti, di amicizie che gli permettono di interagire in un network di persone.Percià è giusto il riferimento allo scambio e al dono e alla logica dello scambio e del dono. Però forse il cloudworker non dovrebbe agire secondo la logica economistica del dilemma del prigioniero. Che ne pensante?
Ciao Luca,
per quanto riguarda Wordle, da questa pagina inserisci un testo o un link. Automaticamente Wordle crea un nuvoletta di tag relativi a quel testo. Si possono scegliere forma e colori.
Io avevo inserito il post sul Cloudworker e i nostri commenti…prova prova
Per la lettura, Wordle crea delle “tag cloud” che restituiscono sotto forma di nuvoletta le parole più frequentemente utilizzate nel testo di partenza.
Non vedo il cloudworker come sinonimo di telelavoratore. Se questa è l’origine della parola per me non esprime il concetto e la novità che dovrebbe esservi sottesa. Non considero la figura del cloudworker come peculiare solo dell’ambiente della rete e dell’e-learning.
Sto pensando alla figura del personal trainer, la persona esperta in educazione fisica, corporea, stili di vita, life coaching che in alcuni casi fortunati diventa un vero e proprio guru per vip, ricchi industriali, agenti di moda, procuratori sportivi e persone che in fondo hanno soldi da buttare.
Il personal trainer deve curare un suo network relazionale, deve sapere interagire con i diversi utenti, ha un’utenza qualificata e ristretta, al tempo stesso deve sempre aggiornarsi sulle ultime novità della fitness e cercare di inventarne altre magari riciclando e fondendo insegnamenti di diverse discipline.
In questo il personal trainer che ha l’ambizione di dire di intervenire sull’aspetto fisico e su quello mentale crea un vero e proprio network sociale e relazione e da quello dipende nel suo prestigio e nella sua professionalità.
Mi ricollego con l’ultimo intervento di Luca perchè ho trovato delle parole e dei cncetti che stimolano la mia mente.
Capisco quanto dice sul “coaching” in tutte le espressioni in cui lo ha utilizzato, ma credo che ciascuno di noi abbia un argomento, un campo, in cui può insegnare ad altri a fare, a essere, a migliorarsi.
E’ una mia profonda convinzione che stò mettendo in pratica nella mia vita e nella mia vita professionale. E i risultati si vedono.
Ed è una modalità nuova di svolgere questo. Fondere in un’unico contesto concettuale sia il lato personale del proprio sviluppo che quello lavorativo e trovare una modalità direi proprio personale di interpretare la vita.
Io rivendico l’indipendenza e la forza dell’autosufficenza.
La interconnesione c’è per forza, perchè se lo riversi in un contesto lavorativo, ti relazioni con altri che traggono benefico dal tuo lavoro.
Non so se sono stata chiara, ma ci penso ancora.
Orange
href=”http://www.wordle.net/gallery/wrdl/455168/Untitled”
Ciao Orange,
mi hai incuriosito con il tuo progetto perchè mi sembra quasi il mio. Ecco mi spiego: considero la mia aspettativa lavorativa quella di arrivare al modello professionale. Il modello professionale in teoria lo dovrei già sentire come mio come iscritto a un albo professionale ma nella mia idea il professionista è quello che fa attività sulla base di competenze e di saperi specialistici e propri di una professione. Mi spieghi la tua applicazione nella pratica e nella vita lavorativa? Nella mia idea il modello professionale è così assorbente che mi prende tutta la giornata e non come adesso che divido il tempo di lavoro dal non lavoro. Nel modello professionale l’intera vita del soggetto è fusa nella vita lavorativa e il soggetto non solo non è frustrato o in burn out ma è contento e la mattina si alza come un grillo per andare a lavorare contento, anzi contentissimo.
Il cloudworker rientra in questo modello professionale?
Dal mio punto di vista si.
Io sono 23 anni che faccio una professione classica. quest’anno dopo vari anni di cottura lenta, ho deciso di fare il grande salto e sono tornata alla mia libertà nel senso che ho lasciato una forma molto strutturata di esercizio della professione per tornare ad un regime più umano, basato su quello che mi paice fare e che quindi faccio meglio. C’è ancora una percentuale di lavoro svolto epr la pagnotta, ma le due cose stanno davvero cominciando a fondersi. se poi qeusto sia vero lo vedremo tra un pochino di tempo. Ma ho già trovato molte cose che mi paicciono.
Se vuoi ne parliamo in privato … sono ancora … timida su questo
Orange
Questa mattina stavo leggendo un articolo di Luca De Biase “L’innovazione e il sogno di un lavoro da sogno”, uscito oggi su Nòva del Sole 24 ore, e mi siete venuti in mente. Si parla di alcuni ragazzi che lavoravano a Google e che hanno lasciato l’azienda. Cito:
Luca,
mi chiedi di relazionare il concetto di relazionalità nell’ottica del cloudworker. Parti dal pensiero di Martin Buber che, come dici nell’ottica del “principio dialogico”, è importante considerare l’altro che diventa noi aiuta nella relazione producendo così relazioni qualitativamente significative.
Poi, ancora fai comprendere che il tuo approccio all’idea di cloudworker. Lo percepisci infatti come strettamente connesso alla sua rete di amicizie e di contatti, di amicizie che gli permettono di interagire in un network di persone. Ovvero anche persone Prosumer (produttori e consumatori di conoscenza in questo caso), orientate alle pratiche dello scambio e del dono.
E’ nella ripresa, leggeremente riformulata, del tuo contribiuto che ho tentato di rappresentare pragmaticamente ciò che mi chiedi. Ciò diventa più complesso se implementiamo anche il dilemma del prigioniero. A questo proposito varrebbe la pena che approfondissimo la “Teoria dei giochi“.
E ciò proprio tra persone che hanno dentro di sè il senso dei cloudworker…
MIa cara Giuliana, leggo con piacere quello che hai riportato eprchè trovo che sia davvero vero. Per la mia espserienza, mi sono trovata varie volte ad essere un’innovativa e a godermi il bello e il brutto di ciò. Nel bello ci metto che siamo una categoria che si fiuta al volo, si riconosce e fa squadra. Nel brutto c’è la precarietà delle scelte, il pagare in proprio ogni cambiamento, soprattutto in termini di insicurezza lavorativa. Che vista dall’altra parte vuol anche dire capacità di stare sulle gambe, saper navigare a vista e, soprattutto, cavalcare l’onda senza rompersi la testa.
In effetti gente come noi ha spesso curricula impressionanti sia dal punto di vista accodemico che professionale ed inoltre è un guerriero, che lo sappia o no.
A presto
Orange
Ciao Orange,
certo che mi interessa sapere come la pensi.
Ecco la mia mail
iacs73ok@yahoo.it
iacotut su Skype
e Luca Iaconisi su Facebook
@Orange, concordo con te..il professionista innovativo e creativo è assolutamente un guerriero. Non so una specie di samurai?
Mi piace questa analogia con il samurai giapponese.
Certo ora con i Grandi Fratelli la figura del guerriero va di moda: Taricone ci ha costruito sopra la sua fortuna. Ma non è questa la figura del guerriero da ricercare.
Mi spiegate l’analogia con il samurarai giapponese?
Al grido di Cloudworkers Unite! è stato annunciato il primo raduno di lavoratori nuvoletta che si incontreranno il 5 marzo a New York.
La sfida è quella di occupare per un giorno un luogo operativo nel quale poter incontrare altri lavoratori dell’informazione dematerializzati.
ma allora se sono dematerializzati potremmo esserci anche noi….
Oggi scrivo dalla mia scrivania dell’ufficio.
A volte trascorro intere settimane senza sapere che tempo fa fuori.
Altre scambio messaggi con continenti lontani e devo fare il conto del fuso.
Che ore sono adesso in cina? e in america?…
in ogni caso è bello così perchè le persone si conoscono, le menti si sondano e le nuvole vanno avanti.
Che cosa centrano i samurai?
I guerieri sono tipi tosti, hanno un alto senso dell’onore e a questo obbediscono.
Così dovrebbe essere per i professionisti. Ed infatti oggi che molti si sono discostati da questo sentire, la questione morale è una delle priorità del mondo del lavoro e della finanza.
Ma ci siamo noi nuvolette….
e siamo come bambù.. per continuare….
carissime nuvolette,
questa mattina sono davanti al mio computer, se guardo dalla mia finestra vedo degli alberi con dietro un cielo azzurro pallido semicoperto da tante nuvolette bianche. E allora mi è venuto in mente di essere una cloudteacher, un insegnante nuvoletta e non una e-teacher oppure una cloudtutor, una tutor nuvoletta e non una tutor online / e-tutor. Sensazione di leggerezza!
Ciao Orange,
mi piace la tua condizione “a volte trascorro intere settimane senza sapere che tempo fa fuori”. A me invece mi tocca passare dal lunedi mattina al venerdìalle 14 in ufficio: 4 giorni pieni e un giorno a metà.
Uffa sono troppo connesso con la realtà dell’obbligo e della materia.
Per quanto rigurarda il guerriero l’etica del samurai è quella che dici tu, ma come la colleghi alla figura del lavoratore nuvola.
Giuliana tu sei una super cloudtutor: leggera e affascinante.
[...] primo passaggio, le azioni si sono susseguite l’un l’altra verso una dimensione di cloudworker / cloudlearner più leggera e adatta a [...]
Segnalo questo articolo, trovato per serendipity, nel quale si riprende il mio post sul Cloudworker / lavoratore nuvola: “Cloudworker: nuove professioni e futuri manager nell’era del web 3.0“
Bellissimo post.
grazie Stefano, il cloudworker è una figura interessante e sulla quale scriverò ancora. Ho anche notato, con piacere, che questo post, da quando è online, ha suscitato diverse reazioni che puoi trovare sparse nella rete…ciao!
segnalo anche questo link (Il cloudworker può essere descritto unicamente attraverso quelli che sono i suoi talenti personali o, al contrario, attraverso la mancanza di questi stessi): http://intrameta.wordpress.com/2009/01/12/mutazioni-antropologiche-nellera-digitale/