La vita liquida non mantiene a lungo il proprio aspetto, la vita liquida fluisce e ci getta in uno stato di incertezza. Temiamo di rimanere indietro, di non tenere il passo con lo scorrere delle cose nel vortice della corrente.
Questo stato di cose sfuggenti influenza ogni aspetto della vita. La formazione, in questo contesto, ha il compito di sviluppare una “pedagogia critica” che possa spingere gli apprendenti a porsi in maniera consapevole rispetto alla vita liquida.
Tutto si muove senza sosta, è dunque necessario non smettere mai di apprendere per tutto l’arco della vita. La formazione permanente, in quest’ottica, è fondamentale.
Come si colloca l’e-learning in questo contesto “fluido”?
Osserviamo bene le nostre scrivanie, piani di lavoro che mutano incessantemente in una società complessa.
Questa conversazione prende il via da questo post e dai successivi commenti.
Mi piacerebbe ascoltare delle storie di “vita liquida” e/o di “apprendimento liquido”, nel senso di dematerializzato.


















[...] Frammenti di vita liquida Posted on October 31, 2008 by Giuliana Guazzaroni Frammenti di vita liquida [...]
‘Apprendere ad apprendere’: riprendo solo un passaggio, a proposito, di Carlo Arcuri che cita Bateson per spiegare come entrare in contatto e imparare, nel libro Che cos’è la filosofia? : “Qu’est-ce que c’est la philosophie? Si presenta così come un’opera a più teste, di cui una (empirica) «passa all’atto» attraverso degli esempi, mentre l’altra (astratta) si muove come un cursore attraverso gli esempi stessi per fare segno verso un a venire della filosofia. […] Come entrare in contatto con questo libro, come imparare? […] Noi crediamo di imparare, in realtà – afferma Bateson – impariamo ad imparare: il nostro cervello non integra inputs lineari, ma «onde d’urto» intensive che si iscrivono in «curve d’apprendimento» infinitamente modulabili e immediatamente «applicative». Ad ogni pedagogia è dunque sottesa una tale pragmatica del concatenamento e della modulazione.”
È questo un paradosso pedagogico: apprendere ad apprendere. Un paradosso che dovrebbe diventare norma flessibile all’interno di una distinzione fondamentale tra processo e prodotto. Purtroppo sembra essere tornati all’idea che solo il prodotto valga, il risultato finale. Forse la maschera-prodotto può trasformarsi velocemente, ma seguendo il ritmo della mercificazione-profitto, volendo coprire e scoprire tutto dispoticamente, sembrando sostituire o dare voce ai processi-minoritari del ritmo individuale, ma essendo in verità sintomo di precarietà con quel suo modo di modificarsi e trasformarsi per essere tutto e in tutto sempre, disumanamente, conflitto tecnologico e binario: la maschera-prodotto, a differenza della maschera-processo, vive della falsità statica che non la fa crescere ma la oppone paurosamente ai mini-processi che la sostengono e la sopportano: la Maschera del dittatore è ciò che esclude il resto, “la masque est l’instrument des confréries secrètes” e maschera la repressione investendosi illusoriamente di un’altrettanto falsa approvazione da parte del resto, dice e fa tutto lei a vuoto, patologicamente, escludendo l’altro polo naturale del dialogo, divenendo lei domanda e risposta, io e dio, processo e prodotto: arte per l’arte, violenza gratuita. Invece d’essere processo nel suo procedere, la maschera diventa lentamente strumento di potere politico “le masque était le signe par excellence de la supérioritè” e la sua trasformazione determina il passaggio dalle società caotiche a quelle ordinate e repressive: da rappresentante del sacro, la maschera diventa politica. Un approccio sistemico e ‘teatrale’ darebbe la possibilità, secondo me, di vivere questo contesto fluido senza rischio di perdersi.
interessante spunto Giuliana, che gg ha già ampiamente sviluppato dal suo altrettanto interessante punto di vista. Credo che l’attenzione vada posta sul processo, certo, perché i contenuti e gli strumenti cambiano in continuazione, modificando il nostro ambiente, il con-testo e le stesse modalità di percezione e rielaborazione di quanto ci “forma”.
La parte liquida della mia scrivania è lo schermo del pc, la cui apparizione, rispetto ad anni fa, ha completamente cambiato le miei abituìdini, i miei gesti, il mio rapporto con il testo (=qualsiasi segno che mi si presenti sullo schermo)..
E’ cambiata l’idea di apprendimento…metaforicamente è come una perenne fase di star up: bisogna essere sempre pronti al cambiamento. Il mio modo di apprendere liquido, purtroppo, consiste nel dover operare una scelta sui concetti da apprendere a discapito di altri, magari su cui tornare. Per me è, dunque, una questione di tempo.
Giuliana, raccolgo il tuo invito e provo a descrivere il mio pensiero attorno al tema della liquidità che si estende al territorio, come anche al digitale. Allora, considerato che la caratteristica evolutiva del Web 2.0 ha portato all’interazione e che quella del 3.0 sembre essere l’integrazione, trovo che Venezia possa ben rappresentare il paradigma della Città Digitale. Città liquida, anfibia, dove l’acqua unisce, mescola, fa scorrere, fa navigare come nel Web.
In tutto ciò l’evoluzione tecnologica è una partita aperta. La rivoluzione digitale è appena cominciata, è un oceano ancora da scoprire con una flotta di barche tutta da inventare. Venezia, come paradigma della Città Digitale, perchè Venezia ha sempre integrato conoscenze, stili, religioni, culture, costumi, …. per farne, di questo, la propria principale forza.
In questo ritengo che la generazione di mezzo, quella dei 30/40 enni, ha un compito importante, una missione da compiere che le altre generazioni non hanno portato a termine, un obiettivo possibile: INTEGRARE. Integrare le generazioni avanti con quelle che avanzano e mediare verso una nuova intelligenza collettiva, cooperativa e collaborativa.
@gg, “Apprendere ad apprendere”, “Imparare a imparare” sono concetti di grande rilevanza nella società complessa in cui viviamo. È il processo, più che il semplice risultato finale. È ciò che durante il percorso abbiamo fatto che acquista un significato speciale per il nostro processo di apprendimento.
Maschera-prodotto, maschera-processo sono immagini di grande forza evocativa. Come anche l’idea dell’approccio “teatrale”. Ci sto riflettendo..
@Maddalena, è vero lo schermo! Lo schermo che quando lavoro è di fronte al mio viso. Una specie di doppio virtuale.
@Antonello, sempre pronti, sempre all’erta, scegliere di momento in momento come vivere e influenzare la complessità che ci circonda. Quali apprendimenti ci sono utili e quali, per questioni di tempo, lasciare indietro.
Ho letto un’intervista recente al filosofo francese Edgar Morin sulla sfida della complessità (La Repubblica 25/04/2008).
Del resto, credo che le nostre scrivanie fluttuano nell’oceano delle molteplici forme della complessità propria della società liquida.
Per Morin i problemi importanti sono sempre complessi e pieni di contraddizioni. Per questo motivo vanno affrontati globalmente. Egli auspica una riforma della conoscenza e del pensiero attraverso un rinnovamento dell’insegnamento.
In generale, i sistemi attuali di insegnamento tendono a separare le discipline, a spezzettare la realtà, rendendo, la comprensione del mondo, difficoltosa quando la si considera in modo globale.
Per il filosofo francese l’interdisciplinarità è positiva perché fa dialogare persone che operano in settori differenti. Bisognerebbe, tuttavia, fare un ulteriore passo in avanti, rispetto all’interdisciplinarietà, per muoversi verso la transdisciplinarità. Quest’ultima rappresenta la sola capace di costruire un pensiero globale, un ponte fra i saperi.
L’ecologia è la scienza che poggia sul concetto di ecosistema.
L’ecosistema è un organizzazione complessa che si fonda sul conflitto e la cooperazione, che utilizza l’interdipendenza reciproca delle diverse componenti del sistema.
L’”ecologia delle idee” è un modello che comprende l’interdipendenza dei sistemi culturali e delle idee. Un modello che potrebbe rappresentare uno strumento utile per cambiare il nostro modo di pensare e un approccio alla complessità di oggi.
Anche George Siemens in Knowing Knowledge (2006) riprende questi concetti di società complessa ed ecologia parlando di conoscenza e di apprendimento nella società odierna.
Seguono le prime righe della prefazione del libro appena citato:
..e ancora a pagina 27 si legge:
@Vittorio, leggo solo adesso il tuo commento. Prima non era ancora visibile.
Ci sono molti spunti interessanti:
come anche il concetto di integrazione…
L’ultima frase non mi è chiarissima, ma è probabile che sono anche un po’ stanca
Se vuoi, mi fai capire meglio che intendi? Grazie!
mamma mia, la sfida della complessità è stato il più bel libro che abbia mai studiato. lo amo. è vero, giuliana, il concetto della transdisciplina è troppo bello e interessante. per questo insisto con la metafora del theatron, come ‘vedere oltre’ e ‘andare oltre’ l’ostacolo, senza perdere di vista l’ostacolo. l’ostacolo, però, nella società complessa è fittizio perché è positivo e ci fa capire che bisogna cambiare il punto di vista. una pietra, quanto più penetriamo nella sua struttura, ad un certo punto, ubbidisce a regole che sono quelle della meccanica quatistica. eppure resta pietra nelle nostre mani, magari la pietra che a sartre ha provocato quel suo famoso senso di nausea. le cose sono link. e mi piace pensare che nell’autoconoscenza si arrivi ad un punto: l’anima, cioè l’avatar e l’avatar può stare in diversi blog con diversi nick nello stesso tempo, fermo restando il mio soggetto analogico. è così la transdisciplina, credo: un meme liquido che diventa della stessa forma del contenitore-testo che lo ospita. per questo motivo le forme cambiano e la costante diventa il cambiamento. ma anche il cambiamento cambia!
@Giuliana, dici quella dove parlo delle generazioni?
@ giliana e @ vittorio (ps., prima di commentare controlla di essere “collegato”, altrimenti il commento “salta”)e @ bimodale
vi invito a guardare in una’ltra finestra di Ibridamenti dove con Gianni Marconato stiamo lanciando un’idea un pò particolare… tentare di progettare un percorso di formazione in rete a partire da una “lezione” (che brutta parola!) … che è stata giudicata “noiosa”…
Vi invito ad intervenire qui… parte finale dei commenti
http://www.ibridamenti.com/tecnologie-didattiche-fatti-e-misfatti/2008/10/facciamo-il-punto/
@ tutti
vi invito a dare un’occhiata ai commenti finali generati da un post di gianni marconato…
potrebbe venir fuori un ottimo collegamento con quanto state discutendo qui
prova
@vittorio, sì mi riferisco a quando parli delle generazioni!
@bimodale/gg, sto pensando..
@maddalena, va bene. arriviamo
prima non riuscivo a commentare..
@Giuliana, quello è un discorso a cui tengo moltissimo che si inserisce in un ampio contesto che riassumerei come “sociopsicopedagogia LLL + EDA”. Con questo, considerata la rivoluzione digitale in corso (della quale stiamo solo assaggiando qualcosa), intendo la radicale necessità di creare ponti digitali di cooscenza, di esperienza, di pratiche, … tra le generazioni. Dal mio punto di vista il “digital divide” corre i rischio di acuire al “generational divide”. Dico questo sulla scorta di quasi 8 anni di esperienza, condivisione progettuale e sperimentale nell’ambito del Programma “Territorio Digitale”. A questo proposito ti segnalo che lunedì scorso ho messo online la sezione “NO digital divide” dedicata a questa esperienza con l’obiettivo di proseguire.
@Maddalena, vado a vedere di cosa si tratta e poi ti esprimerò le mie impressioni
LLL = Long Life Learning
EDA = EDucazione Adulti (quella che oggi sarebbe meglio chiamare Andragogia anche per il grande contributo che ci ha dato Knowles)
Grazie Vittorio
sto leggendo il link segnalato
la vita liquida mi ricorda anche la bi-logica. l’assenza di gerarchie e una visione umanistica del digitale. però in rete noto ancora una difficoltà a ragionare in termini digitale, persiste ancora una visione analogica della liquidità. di alto e di basso. di ruoli, insomma. interessante anche il discorso del digitale divide che si acuisce di giorno in giorno a causa dei programmi televisivi. che ne dite?
Ancora sulla teoria della complessità..cito da Economia della felicità. Dalla blogosfera al valore del dono e oltre di Luca De Biase (pag.150):
@bimodale, la vita liquida adatta continuamente le sue forme. E se ragioniamo in termini di ecosistema.., la vita liquida non può fare a meno di rimettere in gioco i vecchi ruoli, l’analogico, i programmi televisivi, ..e anche l’”analfabeta del nuovo millennio” che si sentirà parte sempre più a rischio nei flussi delle informazioni che passano altrove, in canali che non conosce.
ciao!
se interessa posso far avere file con un mio recente approfondimento intitolato “La sfida della complessità”. segnalatemi interesse a vittorio.baroni@gmail.co. lo unirei in questo blog, ma mi pare che non ci sia la funzione inserisci file
…ops, l’indirizzo è vittorio.baroni@gmail.com
@vittorio, se vuoi, inserisci qui qualche estratto di ciò che hai scritto.
[...] Frammenti di vita liquida [...]
Segnalo una mia vecchia recensione di Vita liquida, scritta per Sitosophia: http://www.sitosophia.org/2007/10/vita-liquida-di-zygmunt-bauman/
@Giofilo, grazie per il link alla tua recensione
la sto leggendo