Il dissidio irredimibile della vita

Nota a Giancarlo Pauletto, Tra fuoco e scuro, Pordenone, Ed. Concordia Sette 2006, pp.175, € 12.

Ho conosciuto il prof. Giancarlo Pauletto (Portogruaro, 1941) “a distanza”, ovvero sentendolo parlare in qualità di critico d’arte alla presentazione di un incisore in quel di Vicenza non molto tempo fa. In quell’occasione parlò molto di poesia e della funzione poetica del linguaggio, anche nelle arti figurative. C’era una tale passione nel suo discorso, per il resto molto sobrio, che ebbi la netta sensazione che fosse lui stesso un poeta. In effetti era così. Sono riuscito a procurarmi una copia del suo libro che raccoglie, suddivisa in sei sezioni, la sua produzione poetica dagli anni ‘60 ad oggi.
Devo subito dire che, nel complesso, il testo mi ha colpito per la sua sincerità, ossia per una tendenza spasmodica e costante dell’autore a comunicare emozioni attraverso i vari mezzi di cui dispone il linguaggio poetico, senza nascondersi mai dietro pose stilistiche stupidamente avanguardistiche tipiche di molti autori di oggi. Pauletto nei suoi componimenti ha sempre il coraggio di esporsi, spesso in prima persona, senza tuttavia risultare autoreferenziale o cadere nel patetico.
In una raccolta così ampia e che abbraccia un arco temporale tanto esteso, è naturale trovare cali di tensione e cedimenti estetici del discorso, momenti in cui l’autore non riesce a rendere il ritmo come dovrebbe o a prendere maggiormente le distanze dall’urgenza del dire. Per questo motivo la raccolta potrebbe apparire non molto omogenea quanto a livello delle poesie che la compongono. Tuttavia, al di là di questi momenti meno felici, a dire il vero non troppo frequenti, molti sono i componimenti notevoli sia a livello ritmico (prevale una cura del verso in senso tradizionale e un uso sapiente delle cesure) sia in senso espressivo e contenutistico.

I temi della raccolta sono quelli di sempre: vita e morte, amore, lo scorrere inesorabile del tempo, il dolore degli ultimi (i poveri, i matti, i vecchi), la crudeltà della vita. Questi temi sono affrontati facendo ricorso ad un linguaggio assolutamente comprensibile che solo in alcuni casi cede all’uso di termini più letterari (cuna, crode, conchiudere, egra, rogge, declivio, libare). L’attenzione del poeta è sempre rivolta alla realtà, in particolare a tutto ciò che evidenzia la distruzione causata del tempo (ricorre l’immagine dei rottami, o dell’immondizia), e alla natura, la vera protagonista della poesia di Pauletto, con la quale egli intesse un dialogo costante in cui le viene affidato il compito di rispecchiare e dar forma alle angosce del poeta o di lenirle («Il passante ferma, guarda in giro / scavalca i rigagnoli melmosi, / esce dallo stretto in mezzo ai campi, / si beve l’aria pura del mattino»). Una natura che evidenzia la fragilità dell’uomo e la crudeltà dell’esistere («In bilico sul filo / obliquo, il passero / s’equilibra tra becco / e coda, sembra / fragile, resiste / al colpo della bora, all’improvvisa / invettiva della vita»; «Miete terra e alberi / la piena, dove l’acqua / con più acuta falce vibra / i colpi e disfa / nel tessuto d’organi / e radici, scopre / i cardini, la debole / saldezza delle piante / vive»). Il poeta si inoltra nei boschi e su sentieri di montagna preda di un irresistibile richiamo («ha potere / su di me l’invito / dei viottoli in mezzo / alla campagna, il fiume e l’ora / vagabonda»); è un viandante che nel ritorno in solitudine al silenzio e alla semioscurità «materna» dei boschi ritrova sé stesso e con più chiarezza vede le cose.
L’elemento naturale predomina sicuramente – efficaci le descrizioni impressionistiche dei fiori che “rumoreggiano” coi loro colori, dei voli improvvisi degli uccelli, degli alberi e del grano che ondeggiano seguendo il vento – e solo di tanto in tanto in esso si affacciano figure umane, di solito femminili, le quali più che persone reali appaiono al poeta come ninfe che seducono («Da riva, con un giglio / in mano, la ragazza / scioglie una gamba dalla veste, allude / al calice del sesso, gaia / guarda le gallinelle, felicemente / esiste, nel solare / pericolo del giorno»). In questi versi, come in altri, si evidenzia l’intento di creare ripetutamente delle pause, attraverso gli enjambements, in modo innaturale rispetto all’andamento semantico del verso, cosa che obbliga il lettore a fermarsi di continuo e seguire il poeta nel suo estenuante cammino verso l’accettazione della realtà e del suo irredimibile dualismo (morte e bellezza sono due facce della stessa medaglia).

Tuttavia è nei sonetti, cui è dedicata un’ampia sezione, che l’autore raggiunge a mio avviso il punto più alto della sua poesia, grazie a una maggiore cura del ritmo (quello solenne dell’endecasillabo) e alla densità delle immagini che creano vortici semantici fortemente evocativi, saldati l’uno all’altro dai collegamenti garantiti dalle rime e dalle regolarità metriche. Una forza evocativa che può, in certi passaggi, ricordare quella di Montale («Non darti pena, amico, il cielo / che volge il dolce autunno alla sua meta / tra ori e fuochi precipita in un velo / di rubini: se ne illumina la creta…»; «Qui sosta, nel raro / bosco che accoglie nel suo grembo // la vela di una chiesa: il sole taglia / gli angoli, incide nel silenzio / pure ombre dorate sulla maglia / delle pietre…»; «C’incanta questo orrore, con contorte / reti di conseguenze, in quel fragore / anche nostra apprendiamo questa sorte // batte e ribatte il pugno del timore / tentando i legni di mal chiuse porte / dove s’interra il ragno del dolore»). Montale d’altronde è richiamato anche altrove da certe scelte lessicali – cantoniera, cocci di bottiglia, ramaglie, malchiuse, bufera e alcune particolari forme verbali – tanto da far ipotizzare possa essere il punto di riferimento nell’esperienza poetica del nostro.
Possiamo quindi dire che il lavoro di Pauletto presenta vari agganci alla nostra tradizione lirica e, al di là di qualche sezione probabilmente meno riuscita di altre, convince per l’autenticità con cui l’autore prova a rendere poeticamente quanto vuole comunicare, per la forza delle immagini, per il lavoro di ricerca su un linguaggio che pure muta nel corso delle sezioni (e degli anni), per il desiderio di sfruttare le strutture ritmiche per potenziare gli effetti evocativi del linguaggio.
Una poesia che risulterà gradita soprattutto a chi predilige ancora oggi una concezione del poetare più tradizionale, lontano dalla prosa e dalla prosaicità, e che coraggiosamente fa del grido solitario dell’Io dinnanzi alla crudeltà della vita – atteggiamento più tipico della lirica romantica – la sua cifra principale.

 

 

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