Come prima puntata del diario torinese made for ibridamenti, vorrei proporre un’antica cronaca pubblicata tre anni fa su nazione Indiana. Ero tornato da poco in Italia e vedevo le cose del mio paese come un forestiero. A distanza di qualche anno devo dire che mi è rimasta la stessa meraviglia e soprattutto la voglia di raccontare una città, la città in cui vivo., Torino. La città che mi ha guarito.
Cronache pavesiane
A scena aperta
di Effeffe
Non meraviglia affatto che nello stato delle cose, ma dovremmo dire le piazze, i torinesi abbiano trovato proprio qui il loro posto naturale. Quando per risolvere il problema dei pensionati che a Torino sono una parte non trascurabile della città, si decise, con un’idea a dir poco geniale , di sostituire le lamiere di recinzione con strutture a grata. Pare infatti che prima di allora, gli anziani intralciassero, a causa della loro innata curiosità il lavoro dei cantieristi, sporgendosi da ogni fessura disponibile tra le lamiere. Chissà se però l’ideatore della soluzione si sarebbe immaginato che proprio tra i cantieri sarebbe emigrato lo spettacolo naturale della città. Prima su tutte, piazza San Carlo, sterrata, sprofondata, divelta, insomma in pieni lavori.
Se infatti per un parco, o una foresta, la messinscena è costituita dal sibilo del vento tra il fogliame, dal crepitio dell’erba calpestata o dal colpo d’acceleratore di una macchina improbabile all’orizzonte, la scena aperta di una città sono i flussi di pendolari alla stazione, gli incroci vivi del centro e i punti nevralgici della “polis” dove le traiettorie degli autobus, o lo stridere dei freni dei tram, compone quell’armonia sovrana della metropoli. E questo lo aveva capito Walter Benjamin, con le sue promenades, e si indovina da certe visioni futuriste di folla e movimento immortalate dai pittori Balla o Boccioni e ancora Philip Glass con il suo omaggio alle nuvole di New York, che cavalcano il cielo dei vetri dei grattacieli sulle note di un minimalismo accecante .
Quel che accade passeggiando lungo piazza San Carlo – il torinese soffre di agorafobia e percorre le grandi piazze tenendosi lungo il suo perimetro, sotto i portici- è la realizzazione del concetto stesso di scena aperta. Centinaia di persone in veste di spettatori solitari più che di massa, ovvero su segmenti di tempo e spazio a loro congeniali: una pausa caffè, un giro per compere o per servizi, sul lato destro della piazza piuttosto che quello immediatamente alle spalle, verso Porta Nuova. Lo spettacolo è continuo e la partitura è interpretata dagli arnesi e macchine presenti sui cantieri, dai gesti e movimenti degli operai, dall’esibizione della forza o della concertazione dei compiti. Quando dalla profondità delle fondamenta, su cui spiccano colonne romane di origine ignota – uno spettatore chiede ad un altro se sono vestigia di un ponte o di mura- giungono le voci e a stento se ne indovinano gli idiomi . Basterebbe del resto osservare le maestranze per capire da dove provengano i nuovi migranti e come un tempo ottimi massoni furono quelli di Carrara ora sono di Danzica o rumeni. Sono voci distinte, frasi rade e urlate, soprattutto al crepuscolo come protette dal silenzio di quartieri senza macchine, alla maniera di quelle dei calciatori in uno stadio a porte chiuse. Chissà cosa dicano, o facciano.
E per ogni spettatore che se ne va ce n’è un altro che sopraggiunge come in una metafora. Torino che è la città in cui l’insulto peggiore consiste nel dire a qualcuno: “né me tu l’è propre un bugia nen” uno che si muove lento, proprio perchè il torinese è tradizionalmente lento, vede se stessa cambiare, e anche in fretta. Da città del lavoro operaio in lavoro della e sulla città si vede trasformata attraverso lo sguardo degli altri nella speranza di trasformarsi a sua volta con i suoi abitanti. Quei gesti reiterati tra la polvere del cantiere e quella del tempo diventano così un’ultima icona di cui, a lavori ultimati resterà solamente il ricordo.
Il lavoro assurge a rumore di fondo di un tempo – nel quartiere Barriera di Milano il cuore della Grandi Motori pulsava con forza titanica scandiva il tempo dei residenti come altrove facevano i campanili- che vuole un altro presente. Sfodera un canto di gesti e meccanica quasi a ricordare ai nuovi spettatori, certamente operai d’altri tempi, cosa fossero quei tempi, di catena di montaggio e di turni notturni, fino a quando lo spettacolo che sta per cominciare ridesterà il suo pubblico da quello ormai finito della propria giovinezza.
[foto di Philippe Schlienger ]




















io voglio solo dire che sono proprio felice, che il diario di un milanese abbia generato questo… “diario di un torinese”.
Sul testo ci torno, poi, con calma. Intanto benvenuto a effeffe
benvenuto a effeffe da parte mia e un grazie a Magda
L’ho riletto tre volte, questo tuo testo che non conoscevo, e mi sono fissata su questo passaggio:
“E per ogni spettatore che se ne va ce n’è un altro che sopraggiunge come in una metafora.”
E non mi schiodo da lì, perché mi sembra che si dica che la città è costruita dagli sguardi di chi la osserva, oltre che dalla visibilità dei luoghi osservabili. E che proprio per questo, la messa in scena di una città, cambia incessantemente, a seconda dello sguardo di chi la ricostruisce e dell’alternarsi degli spettatori. Come in rete: ogni nostra interazione costruisce un nuovo senso e costruendolo ridefinisce l’oggetto che osserviamo.
e’ esattamente il senso che volevo dare
del rest hai mai riflettuto sulla relazioe esistente tra blog (sguardi) e le città?
la bolognese Carmilla
la romana Lipperatura
la milanese nazione indiana
la veneziana ibridamenti
eccetera eccetera
ps
non mi rubate l’idea, ci sto scrivendo su un post…
ti “ruberemo” direttamente il post, allora
…con cappello.
Borsalino o berretto?Mah chi vivrah vedrah
il commento #6 di furlen è stato generato dalla foto pubblicata all’account Facebook di Franz Krauspenhaar “serata nazione indiana sabato 25.10.08″ in cui ci si chiedeva appunto se il cappello lo tenesse anche quando scriveva post…