Dissi a Gianni:” Va bene, hai vinto. Non sono mai stato tuo amico. Sei contento?”.
“Certo”, disse lui. E mi abbracciò con un fervore che aveva quasi del maligno.
Due chilometri. Da quel punto, seicento metri a destra. Poi a sinistra, per venti metri. Ecco, abbassa lo sguardo. Ecco la mia tomba.
Mia madre tentò di strangolarmi quarantesette anni fa. Mancavano sei mesi al mio primo compleanno. Non ho mai portato la cravatta. Sogno continuamente di fare la pipì contro la luna di Mélies.
Ammazzai il ramarro e me lo mangiai come si mangia un’alice marinata. Con gusto. Ebbi sete e incisi col coltellino nella vena del braccio; succhiai tutto il sangue che potei. Cominciarono a tremarmi le gambe. L’elfo X mi venne vicino: “Bel furbone”, mi disse, “hai trovato il tuo modo per ucciderti, eh?”
Mia moglie sta per morire. Non posso dire di essere giù per questo. L’ho saputo una settimana fa, soltanto. Sembrava sanissima, una bella giovane donna di trentacinque anni. Non fumava, non beveva… Nessun vizio. E poi quei dolori, l’ospedale… Eppure non sto soffrendo granchè. Penso che meriti di morire. Penso che mia moglie sia troppo lucente e meravigliosa per questo mondo di morti viventi.
Berto mi diede un calcio in culo. Mi girai. Ridacchiava. “Credi di essere furbo e invece alla fine chiunque te la puo’ fare.” Dissi che era vero. Ma con una sola eccezione. “Nessuno puo’ suicidarmi”, dissi ridendo. Tirai fuori dal cappotto la Walther, me la puntai sotto la gola e sparai.
Lessi il primo libro di Hermann Hesse seduto su una panchina, vicino allo stadio. Mentre giravo le pagine del tascabile sentivo il boato dei tifosi. A ogni capoverso, un gol mancato d’un soffio. Era un serrate che non finiva mai. Allo scadere, così seppi molto presto, la squadra di casa finalmente segnò.
“No!”, c’era scritto nel libro in quel momento.
[Immagine: Franz Krauspenhaar - Ritratto di capo del personale.]


















mi fa piacere questo tuo ritorno, su Ibridamenti, alla scrittura “vera”, Franz. Almeno così io leggo questo tuo post, che mi riporta all’inizio di “Diario di un milanese”, che avevi pensato come uno spazio in cui raccontare, anche attraverso foto e immagini. Grazie
ma grazie a te! sì, qui torno a raccontare, attraverso delle “voci” inquietanti. microracconti. la bellezza e la potenza dei blog sta anche nella possibilità di sperimentare. non avevo mai scritto racconti così brevi prima di approdare qui, in “ibridamenti city”:-)
un abbraccio!