Eppure si tratta di onde, e di emozioni. Al caldo delle nostre casupole, stretti alle radici di pietra, stretti alle coperte di musica e di libri che leggiamo. E carezze a qualcuno. E scuoterci. Se non rimane che il freddo dei nostri scontenti. Se non rimane che il biscotto al cioccolato della prima colazione e la sigaretta della prima autopunizione.
Eppure si tratta di giornali, riviste, ancora libri e notizie e opinioni dalla rete. Siamo qui, col grido in gola. Lo vorremmo espellere come fosse una rana che dal cielo di Magnolia ci fosse atterrata nelle fauci e ora, non potendola noi divorare come tigri sagge, la dobbiamo sputare con ossa e zampe, verderame carcassa angosciosa. Sul divano le bucce del mandarino, il DVD di Salvate il soldato Ryan, Camel Blue da 10 per illudersi di fumare di meno.
Eppure si tratta di appelli e occhi e capelli e bimbi in un video di Gilberto Gil, la canzone si chiama A Paz, troppo dolce per farci sollevare da terra di un palmo. Eppure, i loro padri scontarono la pena assurda della fede o della non fede in un destino, scontarono l’abisso delle prime scritture, persero la guerra con il reale ruggente di un tirannosauro austriaco. Hitler era l’incubo di un demonio morente. Eppure, quindi, quando ad Auschwitz si giocava a palla coi morticini, e qualcuno scriveva Se questo è un uomo, e poi, l’uomo, tanti ma non troppi anni dopo, come tanti altri scampati al genocidio non potè soffrirsi più e così si offrì al vuoto, riempiendosi tutto della tromba delle scale… ecco, quando ad Auschwitz si remava attorno ai freaks con i bisturi dell’incisione letale, e i capelli di miele sulamita (ah sì, la cultura, Paul Celan che non ha insegnato nulla, nulla…), vagavano come girini plasmabili nell’acquario infernale dei lager, e poi denti, ori, pezzi di pelle, squame di vita ora morta, e il gas raggiunto, dentro baracche dipinte dalla neve… Eppure che ne so, un uomo qualunque io sono, che scrive qualunque cosa basta che differisca, basta che non vada al punto, e in cerchi concentrici e contrari si muova con la sua penna come dal dentista, prima dell’operazione, e ghirigori a penna su un notes per carezzare il nervosismo dell’attesa.
Eppure la storia non insegna. Via la maiuscola. Via per sempre, che la si insegni come si insegna la danza e la ginnastica. Che la si insegni come si insegna la letteratura. Cose che servono indirettamente. La storia no. Dovrebbe servire per pronti interventi, per gli SOS dello spirito, al di là d’ogni filosofia: perchè la storia canta come la carta delle nostre lettere mai scritte o mai imbustate e spedite, la storia è una lacrima immensa che si è solidificata a tal punto che è diventato un mausoleo d’ambra per visitatori, gitanti, curiosi, perditempo.
Eppure la storia non insegna. Non insegna a questa gente a frenare quella rabbia dell’accerchiato, la paura di essere scoperchiati dall’altro, dal vicino, dal simile dissimile. E non insegna niente. E non lo fare, uomo, agli altri quello che non volessi fosse fatto a te! Ma a che serve ripeterlo. Io sono uno che ha letto la storia, l’ha assorbita a cantilene dal padre combattente tedesco in una guerra mostruosa, ma cosa posso permettermi ancora di dire, di ripetere? Io non sono niente. Niemand. Nobody. Personne. Io vago come l’uccello strappato del paradiso perduto per i cunicoli del niente in fiamme.
Io scrivo diari di me stesso e li spaccio per testimonianze. Ma non ho altro. L’impotenza mi annienta lo stomaco, lo graffia a fondo. Penso alla nostra crisi economica, e a me pare tutto uguale a prima, anni ’50 persi nell’ultima diavoleria tecnologica. Penso alla storia, ancora, che non insegna nulla. La bomba su Hiroshima, dopo. Le bombe su Dresda e Amburgo, dopo. E prima, la guerra lampo dell’Incubo del Diavolo Tedesco, che per risvegliarsi da se stesso fece la guerra per perderla, e per svegliarsi di nuovo all’inferno.
Niente, non impariamo niente. Dalla tecnologia, sì. Ma niente dalla storia. Gaza è una striscia, come un cerotto di terra in mezzo alla pelle della storia. La pelle stringe, si strappa via come pezzi di squame di pesce bollito. E’ la fine d’ogni speranza.
Gli Ebrei vennero per portare la parola di Dio. Gli Israeliani nacquero popolo e stato con un grande sogno nel cassettone scampato alle brame naziste. Il sogno di Sion era però un incubo incosapevole. Theodor Hertzl era un piccolo incubo del diavolo, incosapevole. Non voglio più pensare a Israele come a un popolo e a uno stato, da oggi. Israele per me non esiste più. Ora basta. Se vogliono chiudere il cerchio con i cavalieri del male di stirpe teutonica, incontrandosi a Gaza, io mi girerò dall’altra parte e, debole della mia impotenza, penserò ad altro.
Se non posso fare nulla divento nulla. Una nullità. Nullità, questo siamo, di fronte alla storia.
[Video: Lyle Mays - Alaskan Suite: Ascent. - Dai ghiacci quella ruvida purezza che il deserto elettrificato e consumato dai carri armati ha perso.]


















Vengono in mente le luci di Gandhi gettate sull’ipocrisia (tutta occidentale) di un Cristianesimo trasceso fino ad essere negato.
aggiungo Franz a questa tua riflessione, un link al post di Luca De Biase che condivido parola per parola:
http://blog.debiase.com/2009/01/07.html#a2229
come no. tengo però a precisare, giacchè il post è il mio, che invece io dissento dall’analisi 4 seasons di de biase.
spiego: secondo l’ONU il 25% delle vittime sul quel suolo sono innocenti.
dunque i dati ci sono.
la storia delle due guerre mi pare una trovata giornalistica abile ma anche frusta.
esistevano anche due guerre fredde: una made in USA e una targata Pravda. erano del
tutto dissimili.
se vogliamo continuare – e lo dico senza polemica – a cercare di unire sempre
il cacio con le pere (che per quanto mi riguarda assieme, checchè ne dica il
buon contadino, non sono granchè) va bene. voglio dire: qui stiamo assistendo a
un attacco frontale. tra un pò cosa si inventeranno i giornalisti: che “l’accanimento
terapeutico di hamas contro israele ha reso possibile la vendetta del fantasma belfagor
con la stella di David”?
non c’è un solo responsabile, certo. ma…
insomma, trovo questo articolo del filone del formalismo più “agguerrito”. ci serve
un giornalismo diverso, sinceramente.
non so franz, sto chattando su FB con molte persone che mi raccontano tutta un’altra storia, diversa dalla versione dei media che in questo momento (quante altre volte non lo è stata?) è propaganda filo-palestinese. La propaganda fa parte della guerra. Perciò deve finire tutto: propaganda e guerra, guerra e propaganda.
Che non ammazzino più una persona!
E che risolvano politicamente, civilmente, discutendo. O che non risolvano nulla, ma sempre politicamente, civilmente, discutendo.
Io non prendo posizione, io non dico nulla, io non dò ragione a nessuno finché qualsiasi mia parola a favore di una o dell’altra tesi, so che è una paroal che sta ammazzando qualcuno.
Mi rifiuto di parlare, finché c’è lutto si sta in silenzio.
(questa è una mia personalissima posizione, relativa all’oggi. In passato chi mi conosce sa bene che non mi sono mai tirata indietro nell’esprimere ciò che pensavo)
E comunque ascolto tutti.
per carità, mad. tu fai bene, e ti capisco. rispondevo a de biase, che per mestiere
dà opinioni.
ecco, ci sono anche le nostre. tu hai postato un suo intervento che a mio avviso dice
poco.
è la prima cosa che leggo di lui. è un nome noto: di sicuro è un giornalista bravo.
ma qui che cosa ha detto?
io non sono filo-palestinese, sono per i deboli.
sono per pancho villa durante la rivoluzione messicana, per fidel prima che prendesse
il potere. sono esempi di tipo “emotivo”.
io non so: pensate che noi persone intelligenti non sappiamo distinguere abbastanza
bene propaganda da qualcosa che si avvicina a una sola verità? quella che la maggio=
ranza dei governi arabi se ne lava le mani, che hamas è stata “lasciata fare” nel
passato da israele, che obama non combinerà un cazzo?
no, perchè una sola veritù è certa: laggiù non ci saranno santi. non serve piangere,
perchè allora dovremo armarci di bidoni di lacrime: la situazione, laggiù, è insolubile.
certo, qualcuno ha più torto degli altri. parlo di ora.