Fonte: Area discussioni su Facebook di Transeuropa discussioni
Argomento:
Intervista di Franz Krauspenhaar a Giuseppe Catozzella autore di “Espianti”
Transeuropa Edizioni
Una setta segreta di suicidi, le Sfingi. Tutti appartenenti all’alta società, stanca e corrotta. Un funzionario del ministero degli Esteri. L’omicidio di una ragazzina, sua figlia. Un fascicolo dei servizi segreti che prova che l’uomo nato con Edipo è davvero morto: l’uomo non è più che carne da macello.
Il giovane Livio passerà suo malgrado attraverso tutto questo, e attraverso la scoperta di un Sud non corrotto, sfiorando l’amore per una quattordicenne e finendo realmente sulle acque del fiume indiano invisibile, la terza via che cercava dentro di sé.
Franz Krauspenhaar
eccomi con Giuseppe Catozzella, giovane autore di Espianti, il suo primo romanzo per Transeuropa. A mio avviso un bell’esordio. giuseppe, se dovessi definire il tuo libro come si definisce una persona, come la dipingeresti in poche battute?
Giuseppe Catozzella ha scritto
Direi che è speranzosa e volante, nonostante tutti i pesi, e sono grossi.
Franz Krauspenhaar ha scritto
speranzosa e volante come livio, mi pare, il protagonista della storia. un giovane uomo che io ho visto barcamenarsi tra forza ideale e pessimismo, se non nichilismo. un giovane uomo eroso dal suo tempo. hai attinto in quale misura a te stesso per costruire livio?
Giuseppe Catozzella ha scritto Credo che Livio rappresenti me irrigidito nella coerenza. La vita reale è profondamente incoerente, e noi con lei. La letteratura ti permette invece di affacciarti sul mondo delle idealità, dello zero-compromessi. Livio è molto più cinico e cattivo di me. Ma anche molto più fortunato, perché – anche se attraverso una storia travagliata e anche dolorosa – trova la ragione esplicita per la conversione definitiva alla speranza. E questa conversione, che è una cosa profondamente intima, anche se deriva da fatti esterni, lo porterà a prendere la decisione di compromettersi in prima persona e partecipare a una indagine della magistratura, a voler fare giustizia. Cosa che secondo me in Italia serve!!
Franz Krauspenhaar ha scritto
sì, io ho trovato bella e in qualche modo inedita, perlomeno nel panorama letterario contemporaneo, questo voltarsi alla speranza di un uomo cinico. livio è un uomo, ossia passa dallo stato di personaggio letterario a quello di sembiante di un’umanità in declino che non ha smarrito la capacità di arrendersi e di rilanciarw. di fronte a tutto il cinismo di “medio taglio”, al midcultpop di retroguardia e al fondamentale vuoto etico di molta narrativa, il tuo libro m’è parso voler attraversare la palude del cinismo matto e disperatissimo per arrivare a qualcos’altro. il processo è ideale ma anche molto naturale, a ben vedere: è il dolore, che debilita e poi, nel passaggio obbligato, dove niente è eroico se non la capacità di resistere, salva, in qualche modo. cosa c’è della tradizione squisitamente cristiana nella tua esperienza di uomo e di scrittore che eventualmente ha dato un certo “carattere” alle tua opera?
Giuseppe Catozzella ha scritto
Della tradizione cristiana intesa come culto religioso in sé non c’è niente. Non sono praticante, probabilmente nemmeno credente. E non in quel dio lì. No, forse della tradizione cristiana c’è il fatto di volerla inverare! Di dire basta! Il dio siamo noi. Dio è dentro di noi, non c’è da nessun’altra parte. E questo certo rimanda esplicitamente invece al Buddismo. La chiave di collegamento è invece l’Induismo, che io ho conosciuto in India, e che mi sembrava – attraverso la loro credenza nel terzo fiume invisibile, lo Saraswati, la soglia invisibile che divide due cose che prima non c’erano – inverare ciò che per esempio la nostra tradizione filosofica ha cercato per 3000 anni, e solo alla fine del ’900 è arrivata a dire: l’anima e il corpo non sono due COSE. E non sono separate. E’ una soglia invisibile che le separa. Dunque: psicologia e scienze umane da un lato, fisica e scienze forti dall’altro forse non colgono nel segno. Non è un caso che la tradizione orientale non abbia questa separazione di ambiti nelle scienze. Per noi anima e corpo (materia) sono due cose che non possono stare insieme.
Franz Krauspenhaar ha scritto
espianti è un romanzo a mio avviso che mette insieme un certo gusto per la sperimentazione, soprattutto nei temi, e uno scavo, direi profondo, nelle dinamiche psicologiche umane. questo, voglio specificare, al di là di ogni discorso di religione o di credo. oltre alla ricerca di questa “terza via” che decenni fa cercavano anche i neofascisti nelle loro proprie convinzioni (ora non so, credo siano rimasti sul posto) livio ha a che fare in maniera direi prepotente con due “ingredienti” del vivere che sono innegabilmente “in combutta”: il suicidio, anche se attuato per così dire in maniera ideologica, e la sofferenza fisica che cade, o scade, nella sofferenza psichica. la domanda: il nucleo radiante da cui sei partito per comporre il romanzo è autobiografico (un aver toccato con mano certi dolori) o è stato di più il tentativo di dimostrare una tesi? te lo chiedo perchè, a mio modo di vedere, espianti è un incrocio di romanzo a tesi e di “diario di bordo” di un’anima alla ricerca di qualcosa. è insomma un “sistema narrativo ibrido” e per questo particolarmente interessante. non è una semplice nota a margine: in un mondo letterario nel quale gli editori svolgono editing “piallanti” per arrivare al “manufatto”, qui abbiamo un romanzo composito e, appunto, ibrido.
Giuseppe Catozzella ha scritto
Sì, credo anche io che sia così. Di certo c’è una componente autobiografica che metabolizza dolore reale. E poi c’è la consapevolezza di voler comunicare il disappunto e la ribellione di fronte al sistema italiano che si regge sulla corruzione. E’ di certo un grido consapevole contro il sistema corrotto e vuoto proprio dell’Italia, secondo me. Quindi l’assoluta volontà “civica” di parlare di corruzione, che in Italia è la struttura portante dell’economia e della rete sociale. Nel nostro paese non è avvenuta come nelle altre grandi nazioni europee la cosiddetta Rivoluzione Borghese: facciamo parte del G8, ma abbiamo una struttura fondamentalmente medievale. Che è esplicita ed evidente al Sud, nelle regioni rette dalle varie mafie. Dunque: gusto per sperimentare temi non sondati e volontà civile di parlare di ciò che non va qui da noi.
Franz Krauspenhaar ha scritto
questo è molto importante e direi anche nobile. nel senso che la letteratura, soprattutto oggi, in tempi di addormentamento pianificato delle coscienze, si deve prendere il compito di intrattenere nel vero senso del termine: cioè di trattenere il lettore su un punto focale che riguarda il nostro vivere civile, il nostro presente e le prospettive del nostro futuro. Ogni romanzo è sociale, oggi, se è di letteratura. Non possiamo più accettare le cazzate di chi diceva, solo pochi anni fa, che il vero romanzo sociale possibile oggi è il noir, o il giallo. la vera sperimentazione la si fa su un ritorno quasi paradossale agli anni 50 e 60, a mio avviso. comunque giuseppe, nel romanzo il nome di nietzsche viene fuori da vari pori della pelle del tuo tessuto narrativo. con nietzsche, per forza, anche la filosofia nel suo lungo percorso. cosa hai veramente portato di nietzsche in espianti. e quanto consapevolmente? e se vuoi dirmi anche sul discorso del romanzo sociale, cioè se tu ritieni espianti un ibrido romanzesco di impianto sociale.
Giuseppe Catozzella ha scritto
Di nietzsche c’è certamente la sua visione “cinica” della realtà, o per meglio dire iperrealistica. la realtà ha per sempre perso dio, tutti gli dei che non siano di già dentro l’uomo. e di nietzsche c’è anche – per lo meno nelle intenzioni – la volontà e il senso della necessità che qualcosa va rifondato, che i tempi sono drastici e maturi perché la base per una nuova rifondazione si possa dare. In questo sicuramente si riallaccia il discorso sul romanzo sociale. Cioè, sì, io credo che consapevolmente – non so con quali risultati – ho voluto fare un ibrido romanzesco di impianto sociale. Credo, come dicevi tu, che sia uno dei compiti della letteratura, e forse in questo preciso periodo storico italiano, sia un dovere.
Franz Krauspenhaar ha scritto
sì, dici bene: un dovere. altrimenti possiamo passare ad altro; ma se si vuole resistere al flusso melmoso dei tempi, bisogna andare controcorrente. salmoni letterari e umani. ora un’altra cosa: la collana dove hai esordito, “narratori delle riserve”, ha iniziato le pubblicazioni con un antologia di scrittori italiani, I persecutori, dove si faceva segno alla possibilità di interrogare la realtà umana, prima che la realtà in generale, a partire da determinati dinamiche di desiderio e imitazione, rivalità e spirito di rappresaglia, persecuzione e ravvedimento. il tuo romanzo è stato scelto, come sai, proprio sulla base delle affinità con queste tematiche, oltre che per la sorprendente maturità stilistica del dettato. puoi aggiungere qualcosa in proposito?
Giuseppe Catozzella ha scritto
Sì, è vero che sorprendentemente anche per me “Espianti” rientra esattamente nel quadro generale della collana. Innanzitutto per me era fondamentale tentare di dare una rappresentazione dell’animo umano – o di un possibile e generico “animo italiano” – prima ancora di tutto il resto, e dell’animo umano dei nostri tempi, ovviamente. La meccanica della vittima-carnefice, con mia stessa sorpresa, sembra essere calzante. È, del resto, lo stesso meccanismo che anima il marketing, ovvero l’economia globale. In maniera spietata la società dei consumi si può leggere come la reiterazione sul piano economico di questo schema, e specialmente oggi che il potere d’acquisto è drasticamente calato, e andare a fare la spesa è come “svenarsi”. La chiave di lettura della contrapposizione legata alla violenza sembra essere tutto sommato calzante. Nell’era dell’assoluta velocità, e della corrispondente profonda lentezza di chi un lavoro, per esempio, non ce l’ha, che non riesce a trovarlo – e i dati in proposito sono sempre meno rosei, purtroppo – le “morbidezze” nei rapporti semplicemente non hanno più spazio. La dialettica dello sviluppo individuale sembra procedere a strappi e “incidenti”. Secondo i ritmi della violenza.
Franz Krauspenhaar
questa domanda è collegata alla precedente. nel tuo romanzo i protagonisti, due trentenni con parecchia filosofia occidentale nella testa, inaugurano una setta di «disperati consapevoli» nel tentativo (persecutorio) di istigare gli aderenti – tutti membri dell’alta società – al suicidio. il ravvedimento di uno dei due fondatori, livio, che poi è la voce narrante del romanzo, arriverà soltanto in un secondo momento, quando maturerà la consapevolezza di appartenere a sua volta alla razza dei persecutori. il tuo romanzo contiene dunque quella che potremmo definire «la storia dinamica di una rivelazione». è come se si ammettesse che non esiste accesso al bene che non passi attraverso la personale scoperta della nostra stessa complicità nell’ipocrisia, nella persecuzione, nell’impiego della violenza e dell’espropriazione come forma di risoluzione dei conflitti e di costruzione dell’identità. sei d’accordo?
Giuseppe Catozzella ha scritto
Mi piace molto questa definizione di “storia dinamica di una rivelazione”. Sì, certamente la rivelazione è una questione dinamica, non ho mai creduto alla storia della “visione”, della “vocazione”, per dire. Il cammino di Buddha, di Siddharta, o le perdizioni dello stesso Cristo mi paiono molto più reali. Quindi sì, sono d’accordo. E’ come se il male che sta nella società, che sta fuori di noi, debba percorrere il cammino al nostro interno, dentro una persona, prima di essere rigettato, di essere visto come male e non solo come una parte costituente di noi. E comunque questo è ciò che è avvenuto a Livio, il protagonista del mio libro.
(fonte) Questa intervista è stata realizzata oggi su Facebook, nell’area discussioni della casa editrice Transeuropa.



















altro libro da comprare quello di giuseppe, allora
Così abbiamo anche rotto il ghiaccio con “l’area discussioni di facebook” seguendone un utilizzo particolare, legato non tanto alla velocità del botta e risposta, quanto piuttosto alla possibilità di seguire in tempo reale un dialogo-intervista non superficiale.
Anche questo è uno strumento di FB da tener presente.
Bellissima intervista.
più che altro mi colpisce la forma del post. trasporre la forma FB nella forma del post l’ho sempre considerata molto intelligente.
E non facile da fare!