Milano da bere, da deglutire, vomitare. Il ricordo, il sogno, il terribile risveglio. Eccoci. Di nuovo. Ancora vivi, nonostante tutto. Questo è un diario: di ricordi, ma soprattutto di precordi. Ci stanno qui, sul gozzo. Assieme alla gomma da masticare che ci è andata di traverso.
Il pensiero al passato, ormai lontano. Il pubblicitario milanese morto nello scorso aprile, autore dello spot Ramazzotti. Sullo sfondo sonoro, Birdland dei Weather Report. Marciavamo compatti dalla metro verso l’alto delle piazze; io Cadorna, Stazione Nord. Assieme a mille e non più mille, marciavamo sulle note succose di Birdland. Camerieri giovanissimi, di non più di sedici anni, correvano con enormi vassoi in mano pieni di cappuccini incapsulati in ovuli termoindurenti verso uffici guaiolanti di fax erotici puntati a missile sulla borsa di Londra. Le biciclette scodavano arzille tra taxi gialli folgoranti, le biondone sfumate col tacco a periplo 1267 che a cena mostravano le ciglia al risotto… Zuegg, marmellata di more, che scendeva come sangue dai muri… Nel cuore bit micidiali che preparavano l’invasione del Belgio, mentre i Frankie Goes to Hollywood tambureggiavano nelle discoteche più astiose d’Europa e i gay e gli etero finalmente potevano abbracciarsi promiscuamente nei bagni, succhiando mascara e Eau de Toilette Gian Marco Venturi dal soffione a piena pressione… E la sera, i locali si aggrovigliavano fin sopra i tetti, rotolando prosciutto di Parma nella rucola, nel grana, nel Cartizze a temperatura Finlandia… Milano che era, che era, che era… (Continua.)



















Franz, grazie per esserci
Appena scopro come postare immagini nei commenti, torno…
è un piacere leggerti qui!!!
grazie a voi! ciao chicca, ciao mad, un abbraccio!
questa è Parigi, due estati fa, è un disegno appeso ad un muro. E potrebbe essere come la tua Milano, Franz,
Ciao Franz. Sai quante volte vado in cerca della Milano che giorno dopo giorno si trasforma? Che rabbia quando ho scritto il post sulla Milano da Ri-volere bene ed ancora sul sentimento di rassegnazione che si incontrano nei volti dei milanesi. Ma non mi rassegno e continuo ad esplorare con rinnovata curiosità che non finirà mai di stupirmi. Tant’è che, nel rispetto del “fare filosofia praticamente” è uno dei miei precetti filosofici, secondo il pensiero di Cartesio sulla morale provvisoria: ho deciso di crescere e formarmi a Milano. Milano è quanto di più vicino ci sia al mondo virtuale; secondo il mio modesto vedere è il “non luogo per eccellenza” dove è possibile immergersi, in qualsiasi momento e angolo della città, in realtà altre, da volti e lingue diversi. L’apice della virtualità si è raggiunta durante il periodo della Milano da bere, dove si è riuscito, con un uso sapiente di immagini, musiche, film Vanzineschi, a rendere una realtà inesitente in REALE. La gente aveva veramente l’impressione di vivere in una realtà ALTRA. Inganno? Non so. Di certo non molto diverso da quello che oggi la gente desidera nella realtà virtuale del Web. Grandi cose Franz! A presto, Antonello
cara mad, bellissima quell’illustrazione; quello scorpione rosso (come era rosso il cappottino della bambina nel totale b/n di schindler’s list) su quella figura che si potrebbe definire androide. noi UFO tra noi … ecco, caro antonello (intanto piacere di conoscerti) anch’io ho avuto, spesso, questa percezione di no man’s land; altre volte decisamente il contrario. ma trovo molto calzante quello che dici sulla milano da bere, sulla città virtuale creata dai pubblicitari e dai registi popolari. il cinema di quel periodo non ha purtroppo avuto dei cantori di milano, o perlomeno dei narratori veri. nei 60 invece, per esempio olmi, eriprando visconti, o il luchino visconti di “rocco e i suoi fratelli”, e poi anche, parte, ppp – ho rivisto una scena postata dall’amico remo bassini sul suo blog – tratta appunto da “teorema” di ppp in cui la milano di quegli anni viene come scavata e rimessa in circolo attraverso la visione di una mdp in movimento dentro e fuori dall’abitacolo di una mini minor guidata da silvana mangano. negli 80 il cinema si appropria della virtualità di milano, ovvero si appropria di una minima parte che diventa, appunto, la massima, o l’unica. come, per dire, se l’immensa los angeles fosse hollywood. grazie antonello per l’augurio e ti mando un caro saluto.
maddalena, chi è l’autore del quadro?
è un disegno che ho visto e fotografato. Era appeso ad un muro della Maison des Ado (la casa degli adolescenti) di Parigi. E’ una struttura straordinaria abitata da ragazzi e ragazze che vivono situazioni di disagio e le vivono cercando di aiutarsi tra di loro e abitando, appunto, nella stessa casa. E’ un’immagine che racconta un disagio profondo. Credo che l’autrice sia una ragazza. Nel foglio non c’era una firma o un nome e credo che anche questo sia un dato significativo. Io trovo quell’immagine forte perché fa intuire come l’esterno (=la città e/o tutto ciò che ti circonda, a partire dal tuo corpo) possa essere vissuto interiormente (la gola=l’accesso al respiro?) come devastante…
sì, è vero. a me fa venire anche l’idea di un attacco di panico. la paura che aggredisce alla gola. la città, peraltro, si presta. ne ho sofferto anch’io, ora per fortuna ne sono fuori.
Ciao Franz, l’altro ieri, Gambara, ti ricordi?
La tua descrizione di quella Milano mi ha ricordato un’altra Milano, immediatamente fuori delle luci, nei pomeriggi d’inverno, freddi, gelati, le strade deserte tra le campagne che non sono più campagne: un rudere qui, una cascina là, con le finestre sbarrate e una sola finestra aperta con una cordicella che la attraversa e un panno steso. E poi la nebbia bassa che viene su dai fossi sporchi e abbandonati. E poi ancora campagna incolta che aspetta di essere fabbricata e un’altra casa, un’altra nebbia.
Ma forse anche questa Milano non c’è più.
ciao patrizia, certo! intanto un abbraccio. sì, credo che quella milano non esista più. è più o meno quella dei racconti di quel genio milanese di testori (“il ponte della ghisolfa”, soprattutto), una milano che dai ’50 è passata ai ’60 in grande velocità (un film interessante su un certo clima periferico è “la rimpatriata”, di damiani, con uno strepitoso e amaro walter chiari. una milano di fossi, di latterie dove mangiare (certi personaggi di scerbanenco per esempio vanno a mangiare in latteria, perchè più economico). una milano, quella, che stava ancora in una posizione ibrida (appunto!:-); con zone quasi rurali, mentre la metropoli si alimentava di se stessa, crescendo e inghiottendo tutto come un mostro sorridente.
recentemente ho visto alla televisione un vecchio filmato, tratto da una puntata di TV7 del 66, nella quale veniva raccontata la storia dell’ultimo contadino di milano; attorno alla sua cascina, palazzi quasi signorili appena costruiti; e lui, classe 1898, resisteva, nonostante l’impresa costruttice stesse facendo di tutto per farlo sloggiare. ecco, incredibile l’accostamento del contadino, con carro e cavallo, che va per le strade di una città completamente formata, e dannatamente resiste, condannato a perdere. ma era interessante, quasi surreale, il contadino tra gli “alberi di trenta piani”. un simbolo reale di un passaggio definitivo. ancora un caro saluto a te e ai lettori.