Su Second Life l’altra sera si è svolto un importante evento-performance a cura del gruppo di artisti “Second Front”.
L’happening “Large Hardon Collider Experiment #1” si è volto nell’ambito del progetto Uqbar-Arena (SLURL), curato da Roxelo Babenko e Arco Rosca. Su questo spero di tornare quanto prima, avendo chiesto ai curatori della rassegna un’intervista da ormai un mese.
Roxelo Babenko ha brevemente raccontato l’evento sul blog di Uqbar, intitolando il post “L’esperimento pericoloso di Second Front!”.
Alla presenza di molti Avatar e delle “tube famose” di Second Life -quella smisurata e floscia di Gazira Babeli, “una delle più importanti artiste di Second Life “(1) e quella più misurata di Roxelo Babenko (2) -il meccanismo si è messo in moto.
In uno scenario a metà strada tra Metropolis e Frankenstein, tra gli anni trenta e gli anni cinquanta, la performance è iniziata con i colossali elettrodi che producevano scariche elettriche.
Poco alla volta si producevano lampi di luce di diversi colori e poi è apparso come in bolle di sapone che si libravano nell’aria un flusso di immagini dell’Ouroboros, il simbolo alchemico del serpente che si morde la coda.
il significato dell’Ouroboros -“simbolo dell’alchimia stessa” lo definisce Andrea Aromatico (3) – è quello del “tutto si tiene”, l’idea che materia e spirito siano legati; e quello della trasmutazione della materia, obiettivo stesso dell’Alchimia.
Significato singolare per una Performance che si svolge nel più virtuale e immateriale dei mondi possibili in questo momento? Probabilmente no, probabilmente l’obiettivo di tutto il discorso svolto in questa sede da Second Front ha proprio a che fare con un rimbalzo, un rimpallo tra materia e assenza di materia, una specie di nostalgia della materia ma anche una forma di terrore della materia, che può portare se stessa a conseguenze estreme: implodere in un Buco Nero.
E nell’assenza di materia c’è incertezza, c’è spazio per lo spirito? Che cosa si può collidere in Second Life?
Dubbi Bosoni virtuali? Che si manifestano in un denso fumo blu cobalto, istoriato di disegni e scritte, tra le quali campeggia appunto “BOH?-SON”. Un figlio incerto, l’incertezza confessata a un figlio? Un mero gioco di parole?
Poi il buco nero cresce, inghiotte gli Avatar, qualcuno dice che il suo Avatar subisce spostamenti, personalmente non rilevo nulla se non questa affascinante sensazione del blu cobalto sul nero crescente, fino alla fine della performance, con alcuni lampi verdi.
Performance che ho trovato all’altezza delle aspettative ma nella quale avrei sentito l’esigenza di una musica elettronica, per fare un solo esempio, tipo quella dei francesi Lightwave (4). Insomma, a mio parere, una collaborazione con dei musicisti avrebbe esaltato ulteriormente lo splendido evento.
Alla fine precipitiamo nel vuoto e atterriamo a Columbia dove, come spesso accade su SL, tutto finisce a “Taralluzzi e Vino”, o come dicono a Roma “in caciara”: Gazira Babeli fa le pizze alla pala o spara dischi in vinile con un apposito attrezzo, e l’aspetto ludico (per non dire bambinesco) di Second Life ritorna in tutto il suo spiazzante splendore…
Preferivo la performance, ma è questione di gusti.
(1) Marco Manray, “Io. reporter in Second Life”, Shake, 2007″
(3) Andrea Aromatico, “L’Alchimie” – Le Grand Secret”, Gallimard, 1996)
(4) Lightwave, Uranography, live a l’Observatoire de Nice, 1996






















http://willi...
Second Front e l’Alchimia della Second Life Su "ibridamenti" articolo sulla performance dell’altro ieri del gruppo di artisti "Second Front", che operano in Second Life. …
La tua interpretazione è senz’altro interessante, tuttavia io credo che nella performance prevalga la dimensione ludico-interattiva, che mira appunto a coinvolgere i partecipanti in un gioco fatto texture, chat, per cui la performance si alimenta anche dell’apporto dei presenti. Infatti la comparsa degli urobori, credo sia un intervento esterno alla performance, un contenuto portato da un residente, che ha aggiunto significato all’azione medesima.
Second Front, insomma, crea la performance art di per sè compiuta, ma l’operazione rilevante, secondo il mio parere, consiste proprio nel lasciare al pubblico la libertà di aggiungere contenuti. Questo è lo spirito vero, genuino di Second Life: se tutti ci attenessimo all’esempio di SF, ogni evento , ogni opening , ogni mostra, potrebbe diventare una rappresetnazione interattiva. Purtroppo i più sono restii a condividere il proprio spazio o le proprie opere con estemporane esibizioni di altri artisti, anzi quando succede, l’estemporaneo viene ammonito se non addirittura bannato. Di Second Front ce n’è uno solo , obviously!
errata corrige: “il loro spazio e le loro opere”
Grazie Roxelo.
E anche gli artisti di SF, perché creare un link tra il loro lavoro e quel simbolo era così facile che perfino io sono riuscito a delinearlo. 
La mia interpretazione si basa solo sulla mia percezione dell’happening, e devo dire che quello che “accadeva” mi sembrava ricco di implicazioni teoriche materia/non materia… Se qualcun’altro ha “portato” gli Ouroboros non lo sapevo, naturalmente, ma credo che abbia affrontato bene il tema della performance da un altro punto di vista. O, se è stato random, ha avuto molta fortuna.
Per quanto riguarda l’aspetto ludico-interattivo, confesso che l’ho trovato molto ridotto (ma non me ne lamento!), o forse io sono singolarmente sfuggito alle interazioni, come ho scritto. La chat la seguivo ma non credo mi abbia dato molto di più (chi la volesse leggere, segua il link al post di Roxelo su Uqbar).
Questa cosa dell’interattività è sicuramente una prospettiva per l’arte in SL, da quel che vedo;, ciò non toglie che un evento come quello dell’altra sera presentasse sufficiente suspance, attrattiva e mutevolezza da non necessitarne più di tanto…
di SF c’è nè uno solo e grazie per avercelo fatto conoscere!
@Roxelo e @William
E’ davvero interessante il discorso sull’interattività. Anche se non me ne intendo di SL, mi sto occupando proprio di questo punto perché è importante ogni qualvolta si affronta qualsiasi discorso su qualsiasi ambiente che sia mediato dallo schermo di un pc.
L’interattività è alla base sia dei processi mentali cui partecipiamo per “connetterci”, sia delle situazioni che poi si creano nei mondi che “abitiamo”.
Il problema vero è che ogni nuova situazione è forse un banco di prova che sfida le ns capacità di partecipazione effettiva e collaborativa ad un agire connettivo e collettivo.
Siamo davvero capaci di gesti creativi che non siano solo il mettere in vetrina il nostro talento individuale?
E perciò: cosa vuol effettivamente dire “interagire in modo creativo?”
Maddalena, non vorrei interpretare il pensiero nè di Roxelo nè di Second Front, ma mi sembra di aver capito che qui si parla di lasciare liberamente che su un tronco (in parte) pre-stabilito si innestino interventi non predeterminati di altri artisti (es. Ouroboros).
Dal mio punto di vista sarebbe lodevole se le cose si potessero “pilotare” in modo che anche il tronco principale desse vita ad altri rami in relazione a quelli proposti dai terzi.
Nel caso del Romanzo Collettivo che stiamo scrivendo, mi rendo conto prepotentemente del problema che sollevi: ognuno di noi cerca di portare avanti la sua linea a volte senza veramente sforzarsi di interagire con gli altri. Ma si sta vedendo che poco alla volta ci si rende consapevoli del gioco colletivo e ci si lascia ispirare, prendere anche da ciò che ideano gli altri, facendone un tutt’uno con gli stimoli personali.
Non è facile, anzi a volte ci si rivolta psicologicamente all’idea stessa, come sottolineava Roxelo nel suo intervento.
Bisogna capire che in una società abituata al Diritto di Autore è ancora più difficile riuscire a costruire una collaborazione aperta, senza diffidenze. Io fatico. Non lo nego.
Maddalena, “interagire in modo creativo” implica prima di tutto sintonizzarsi con il lavoro degli altri, comprenderlo, possedere una sensibilità, artistica nel caso specifico, che permetta di innescare un’azione coerente, tale da arricchire la trama del nucleo centrale. Non è difficile, quando le persone che interagiscono hanno un sensibilità comune, artistica nel caso di second front, letteraria nel caso del romanzo collettivo. Che ogni attore poi, metta in campo la propria vanità, mettendosi in evidenza, non credo possa inficiare il risultato, anzi in alcuni casi potrebbe determinarlo positivamente.
L’essenziale e “ascoltare” le altre voci. Non rendersi sordi per egocentrismo.
sì, concordo. tutto passa attraverso la capacità di ascolto, che è una fuoriuscita da se stessi e perciò un “uso” sano dell’indispensabile componente narcisistica. E’ un mettersi in gioco che passa attravero la comprensione dell’altro. Io credo che anche per questo motivo, non siano processi e dinamiche semplici.