Portavi i rollini delle vacanze a sviluppare. Tra quanto sono pronti? Chiedevi.
Poi tornavi dopo qualche giorno e ti davano una busta di plastica grande con dentro una più piccola, con le foto e i negativi.
I negativi. Un concetto affascinante. I negativi avevano tutti i colori al contrario – ma erano come il timbro di un fatto, l’originario di un ricordo. C’era la costanza della forma e i due poli della forma e della forma contraria – tesaurizzabili entrambi.
Ecco – un modo carino questo per trattenere il senso di un’esperienza negativa)
Qualche mese fa, mi è capitato di collaborare alla gestione di un sito in qualità di moderatrice di un forum – un’esperienza molto interessante devo dire, molto stimolante sotto diversi profili – ci sarebbe un post da fare sulle logiche dei gruppi individuate da Bion per esempio, e su come esse si ripropongano anche in rete – anche come sviluppo delle discussioni, molto deludente invece per quello che ha riguardato il rapporto con le persone con cui mi trovavo a collaborare, che idealmente cioè si erano presentate come miei “superiori”. Talmente deludente che alla fine ho deciso di chiudere il rapporto di collaborazione – nonostante mi interessasse molto sotto il profilo politico e professionale. Erano stati fatti molti errori e si era arrivati a un punto di non ritorno.
Quando ho scritto la mia mail in cui dichiaravo di chiudere la collaborazione – i rapporti si erano molto deteriorati. Mentre scrivevo mi accorgevo però di un fatto: quell’esperienza era stata l’occasione che aveva fornito la terza dimensione alle mie conoscenze acquisite in tema di lavoro in rete. Non era come dire –“ ho imparato delle cose”. Era come scoprire di avere un sapere, solo che questo sapere prima era usato in modo automatico e discontinuo. Ora invece era una forma un negativo che dava luogo a un positivo possibile. Un cosa fare e cosa non fare nella foto di una classe di situazioni.
In questi casi, gli psicologi dell’apprendimento parlano del passaggio tra conoscenza e competenza.
Scoprivo cioè che esiste una competenza della collaborazione in rete. Questa competenza tiene conto di una serie di questioni che riguardano delle nozioni di ordine pratico, delle accortezze di ordine psicologico, delle consapevolezze di tipo ideologico – tutte queste cose sono normalmente scotomizzate dagli utenti, da me per prima devo dire, perché dissimulate da un generico paesaggio di immediatezza e semplicità. Vai in un sito e lasci un commento, scrivi due parole e ti apri un blog, scrivi un nome e trovi un curriculum, ne scrivi un altro e trovi una foto. Tutto pare facile e immediato.
Con l’andar del tempo si danno diverse possibilità – qui però ne individuo due: il caso in cui una certa recettività e l’assiduità della pratica di rete ti fanno acquisire quelle conoscenze senza che neanche te ne accorgi e le applichi quasi inconsapevolmente, e il caso in cui invece, un po’ per scarsa ricezione, un po’ perché vedi la rete come una chance in più ma non sostanziale del tuo lavoro, insomma la usi ignorando questo corpus di conoscenze. In questo secondo caso, non è detto che l’attività frani, ma è certo che si perde molto dell’enorme potenziale di sviluppo intellettuale e progettuale che offre la divulgazione in internet. - non a caso, il forum che io, e altre persone insieme a me abbiamo ha avuto in gestione è stato chiuso alcuni mesi dopo che l’interruzione del mio rapporto di collaborazione.
Vorrei parlare di questo insieme di conoscenze, concentrandomi soprattutto sull’aspetto ideologico e psicologico, e mettendo da parte le cognizioni tecniche e informatiche per le quali mi sento meno competente, e sulle quali potrei forse dire cose non sbagliate ma certamente piuttosto banali se non noiose.
Nella rete abbiamo un campo di forze, che si contrastano tra loro e si organizzano in micro equilibri. Da una parte c’è la predisposizione tutta psicologica e cognitivamente necessaria di gerarchizzare gli oggetti, dall’altra c’è la tensione tutta ideologica di metterli sullo stesso piano. In ottemperanza alla prima forza si formulano in rete come altrove giudizi di valore, che valutano l’interesse degli oggetti con cui si interagisce – com’è questo articolo che mi è stato linkato? Da informazioni utili o inutili? È divertente o noioso? È frequentato o poco frequentato? Mi è utile o mi è inutile? Mi aiuta o non mi aiuta? Lo fa più o meno di quest’altro? In che rapporti è con il duplice contesto del reale e del virtuale? Questa persona è conosciuta o sconosciuta? Noi operiamo questi giudizi e stabiliamo delle classifiche personali.
Inoltre nelle dinamiche della rete, la verticalità viene persino agita come se fosse un gioco di ruolo, perché subentrano dei meccanismi emotivi: già un blog moderatamente famoso possiede il suo fido drappello di commentatori spesso molto lusinghieri. Il gioco di ruolo polarizza il linguaggio di una scelta effettiva: il commentatore effettivamente ama quel sito – perché è scritto bene, perché è divertente, perché da informazioni utili, ma in questo contesto tende spesso a rendere più decisa la sua approvazione. E’ un fenomeno questo tanto più evidente quanto più un sito è popolare – che sia un blog, che sia un profilo di facebook poco importa. Tuttavia è un fatto parecchio ingannevole – la forza ideologica dell’orizzontalità lo controbilancia potentemente.
In tema ho un aneddoto interessante su Facebook.
Un noto scrittore romano, aveva un profilo su FB, con migliaia di amici, tramite il quale chiacchierava amabilmente con molte persone, molti lettori e molti aspiranti scrittori. Molti dichiaravano un acceso interesse per il suo lavoro, lo seguivano lo invitavano, e insomma lo lusingavano. Lo scrittore – una persona che sebbene io la conosca davvero superficialmente mi pare di poter garantire gentile e onesta – era davvero contento di questo scambio. Era un modo per toccare i suoi lettori ma soprattutto, per promuovere il suo lavoro. Quando però lo scrittore ha fatto un paio di presentazioni del suo nuovo libro – uscito per una grande casa editrice – alle presentazioni non si è presentato pressocchè nessuno.
Lui se n’è sentito tradito. Gli è parso che i suoi ammiratori l’avessero ingannato, che l’interesse che gli avevano manifestato fosse in realtà falso, ha chiuso perciò il profilo su FB.
Ma non era vero che lo avessero ingannato. Molti erano interessati a quello che aveva da dire, e molti avevano anche comprato il libro. Semplicemente per loro, il rapporto era molto più egualitario di quanto la sintassi del gioco di ruolo lasciasse far credere. Sei il mio mito sì certo che sì, ma io Giovedì pomeriggio ci ho da fare. Come si dice ai comuni mortali. Tu ci vieni alla mia festa?
L’ideologia orizzontale del mondo virtuale, prevede una vicinanza tra persone che la gerarchia sociale del mondo concreto tenderebbe a tenere molto più distanti. In realtà la completa parità non si raggiunge mai, ma diciamo che se la realtà vede il paesaggio dei rapporti sociali piuttosto montagnoso – con le vette delle differenze di potere e di classe e di cultura vette che non hanno facile comunicazione con la valle, il paesaggio della rete risulta quantomeno collinare. Succede di poter dire di essere amico su FB di certo uomo politico, succede di poter scrivere sul blog di certo giornalista famoso, fino alla correttezza di certe personalità: per fare un esempio, Loredana Lipperini, giornalista e autrice affermanta fuori della rete, e uno dei blog più linkati della blogosfera, è per fare un esempio perfettamente e pregevolmente coerente con l’ideologia della rete. Non linka solo compagni di casta – altri “blog d’autore”, siti di persone altrettanto o più note: ha invece un lungo e fitto blogroll in cui occhieggiano anche blog piuttosto modesti, con poco seguito, di comuni mortali. Zauberei, per fare un esempio, sta appresso a Wuming.
(Zauberei appresso a Wuming nel blogroll della Lipperini, mi ha mandato in un brodo di giuggiole per diverso tempo! – segno che il retaggio dei rapporti di potere sopravvive alla rete. Tuttavia essa tende a comprimerlo.)
Abituata all’orizzontalità della rete, specie in certi ambiti ristretti – sono rimasta basita per certe dinamiche, che ora mi venivano proposte dal mio referente, nella gestione del forum che mi era stato affidato. All’inizio per esempio, mandavo delle mail a una persona, e quando mi si rispondeva, per la verità non sempre, mi rispondeva un’altra che si faceva interprete della prima, come se ne fosse la segretaria. Perché la prima aveva da fare e non poteva occuparsi delle mie questioni. Poi quando la persona si decise a rivolgersi a me direttamente, non di rado capitarono mail in cui proponeva un atteggiamento non già di cooperazione ma di gerarchia: era una persona cresciuta come manager di azienda e ritenva, forse in totale buona fede, che uno spicciolo assertivismo aziendale, con frasi come ”non ho tempo da perdere con queste inezie”, “ragazze mi avete stancato” etc, fosse una prassi assolutamente idonea. Mandava mail fitte di punti esclamativi e di maiuscole, e aveva un atteggiamento sgradevolmente supponente. Nonostante un blaterare tutto teorico di fratellanza e di stima, di linkare sul sito – al momento molto in auge – i siti dei suoi collaboratori, manco a parlarne.
La collaborazione che avevo deciso di fornire era a titolo gratuito e animata da interesse genuino per i temi trattati come per il lavoro proposto. Era una scelta diciamo politica o che ne so amatoriale, come quando ci si riunisce insieme e si decide di partecipare a un progetto. Una scelta non diversa per molti aspetti dalla mia collaborazione a questo progetto Ibridamenti – dove fornisco dei contributi e dove qualche volta ho partecipato a delle riunioni dello staff. Eppure, benchè anche Ibridamenti abbia delle linee guida, magari anche in contrasto con alcune mie scelte, forse non tutti quelli che leggono saranno d’accordo – ma insomma, io non ho mai avuto un’impressione sgradevole, un fastidio. Quando sono stata corretta o apostrofata – per esempio per un linguaggio troppo volgare o troppo corrosivo, non ho mai percepito un rimando alla gerarchia ma alla comprensione alla pazienza e al buon senso. Maddalena Mapelli sa che quando si collabora in rete, più che mai quando lo si fa a titolo gratuito, la lingua scritta deve sostenere il carico dell’assenza del volto: la lingua scritta deve preoccuparsi di tagliare fuori eventuali espressioni e interpretazioni che minino la relazione o la verticalizzino, in un modo che tenda a ledere il lavoro da fare. Questa consapevolezza non andrebbe mai dimenticata.
La gratuità in questo contesto è un fattore fondamentale. Per quanto ci piaccia pensare di essere liberi dal denaro, non lo siamo affatto e quello vincola i nostri comportamenti in maniera ineludibile. Se un rapporto è contrattualmente monetizzato, la monetizzazione è un forte pattern della gerarchizzazione degli oggetti: chi paga sta sopra a chi è pagato. Chi retribuisce dispone del tempo di chi è retribuito. Lo giudica in virtù di un contratto. Naturalmente sono convinzioni rischiose che anche nelle aziende vanno gestite con elegante parsimonia. Ma quando si collabora a titolo gratuito, per una condivisione ideologica diciamo di un progetto, il tempo è un bene di eguale valore chiunque lo presti, non esiste un di più un di meno.
Eppure, io che in quel periodo avevo il figlio di pochi mesi senza aiuto alcuno, una tesi da consegnare, e altri progetti in corso, io fornivo delle ore – di solito notturne – che valevano molto di meno di quelle del mio committente. Il mio presunto capo. Non ho tempo da perdere!
Infine.
Il corollario dell’ideologia della rete è una generale tendenza alla cooperazione a titolo gratuito si diceva, e nel rispetto delle reciproche competenze. E’ fondamentale nella gestione di un sito in cui partecipano più soggetti con diversi ruoli, la fiducia e il rispetto per l’ambito in cui questi ruoli vengono esercitati. Io avevo da gestire un forum, dedicato a temi psicologici piuttosto delicati e suscettibili, e a un certo punto si scopriva che se arrivava un troll non avevo il diritto di bannarlo senza prima avvertire il mio famoso superiore, che però non rispondeva alle mail o rispondeva tre giorni dopo. Questa tempistica non era compatibile con un forum che non si ferma mai di produrre discussione e con troll che, in tre giorni possono mandare all’aria un complesso lavoro di costruzione del discorso. Si scopriva che teoricamente io in quanto moderatrice, magari posta dinnanzi a qualcuno che si proponeva con due nomi diversi per duplicare il danno, non avevo diritto alla gestione degli ip. Oltre a certe ingerenze sulla gestione dei contenuti del forum, sulla qualità delle discussioni, scoprivo cioè che il mio ruolo non era esercitabile con l’autonomia necessaria. Non si aveva fiducia nelle mie competenze o nel mio senso di responsabilità.
Dunque decidevo di andarmene.
Una decisione spiacevole – ma almeno avevo avuto occasione di mettere fuoco delle cose che un giorno mi sarebbero state utili.



















zau, non so quale sia il sito cui ti riferisci, ma concordo al cento per cento con al tua analisi (in generale) sul fatto che gli scambi in rete sono davvero interessanti e innovativi soprattuto quando sono liberi e per essere liberi è bene siano alla pari. Tutti siamo sullo stesso piano e nessuno ha il “ditirro” di imporre la sua volontà sugli altri: siamo qui per confrontarci con gli altri, non per imporre un credo o una visione della vita e del come si sta in rete.
Su Facebook e sulla virtualità delle relazioni nei social ci sarebbe da dire davvero molto e l’esempio che tu porti è davvero interessante.
Molto interessante, ma anche riconducibile alle stesse dinamiche che stanno nelle relazioni di tutti i giorni. Sto pensando alle associazioni (di qualsiasi tipo) che nascono sulla spinta di un evento esterno che coalizza, crescono velocemente ed hanno un ciclo di vita prevedibile, proprio perché si schiantano sulla volontarietà del contributo.
@Giovanni, sì è un buono spunto il tuo, ma forse le interazioni in rete hanno il vantaggio creare reti allargate i cui confini sono sempre fluidi e in movimento. Le reti cambiano, i luoghi della rete frequentati anche: insomam c’è molta più flessibilità e vitalità rispetto ad un’associazione che ha finalità spesso limitate e precise.
[...] ho scritto qui, un post sul lavoro di rete, in conseguenza di certe mie ultime esperienze di cui alcuni di voi [...]
Verissimo Zauby. La rete in un certo modo sovverte la rigidità degli schemi relazionali gerarchici della realtà, quella che tu chiami verticalità. Vengono qui a mancare quei vincoli di subordinazione per, principalmente, due motivi: l’assenza del fattore “moneta”, la velocità e immediata disponibilità della comunicazione. L’inarrivabile diventa prossimo, così che quello che sta “in alto” è in qualche modo “costretto” a sporcarsi le mani in una relazionalità orizzontale.
E’ fondamentale però saper gestire questa “libertà” con quella che potremmo chiamare a pieno titolo un’etica. E’ una bella sfida in termini relazionali e non solo.
A proposito dello scrittore che ci è rimasto male: mi colpisce sempre un po’ il modo di stare nella rete di tanti scrittori, cantanti, musicisti and so on.
La usano come una vetrina. Usano Facebook come una bacheca dove mettere i loro annunci e dalla quale rendersi visibili. Non funziona così. Le Pagine Gialle, funzionavano così.
Si aprono un account e aspettano. Non interagiscono, non comunicano. Ricevono le loro dichiarazioni d’amore dai fan e stanno lì.
Non so se lo scrittore in questione utilizzasse il suo profilo in maniera diversa, non lo avevo mai visitato. Ma, a parte lui, noto che tanti professionisti della comunicazione usano internet per farsi pubblicità in maniera tradizionale e come uno strumento di marketing.
Ringrazio tutti per i commenti!
– per quanto riguarda lo scambio Giovanni Maddalena. Si anche io penso che ci sia un parallelismo tra rete e realtà, tuttavia la differenze percepibili ci sono, per il fatto che la rete purifica e media: quando divento amica di veltroni sulla rete, o di brunetta è secondario, io non vedo la sua auto blu. Quando brunetta interagisce con me, può attendere il momento in cui può farlo e controllare ciò che scrive, mentre nei concitati ritmi del reale questo non è permesso.
Che lo dice pure Denise:) Ciao Denise carino vederti qui:)
Massimo devo dire che lo scrittore no, era proprio un ciccio. A me è dispiaciuto molto. Ci ho scambiato una gradevole conversazione privata, in cui per certi versi lo criticavo anche. E’ uno che anzi si fa carico del piano relazionale implicato anche per questo c’è rimasto male proprio perchè scavalcava anche troppo il piano del marketing. Ma io credo che come azione promozionale aveva lavorato benissimo, io credo che abbia venduto grazie a quegli scambi, è solo che appunto alle presentazioni poi è un’altra cosa.
I rapporti in rete sono decisamente diversi da quelli reali: più informali e ponderati, se possibile, i primi (ammesso che si abbia un po’ di pratica), certamente più istintivi e sottoposti alle contingenze i secondi. Con le dovute eccezioni di chi viene preso dal “dimonio” e distribuisce cazzotti senza sapere cos’altro fare nella vita salvo cercare soddisfazioni nella rissa verbale. Sulla rete si può cercare anche visibilità, perché no?, possibilmente senza supponenza o tendenza all’onanismo intellettuale – di solito ci si accorge dei sussulti – ma per reale volontà di reciproco scambio di punti di vista, sempre utili per evitare i sommovimenti di cui sopra.
Le colline e le vallate si susseguono morbidamente in rete, hanno i tempi lunghi delle gite di piacere, possono aprirsi in nuovi, inaspettati e più ampi orizzonti, ma restano virtuali e ipotetici, finché non ci si ferma, non si scende dall’auto e non si appoggia il piede a terra, per accorgersi che il bel prato verdissimo è un acquitrino.
ehm….Zauberei sta appresso a Wuming per ragioni alfabetiche
gcanc dici?
Pensavo per il numero delle copie vendutePPPPP
Cara Zau,
a parte la pazienza che ci vuole per comprendere il tuo post, dopo averlo riletto un paio di volte in alcune sue parti sono arrivato a una banale conclusione: c’è troppa gente, in questo mondo virtuale, che si prende troppo sul serio. Il WEB è un volgare strumento tecnologico di comunicazione molto comodo per chi vuol dir qualcosa e molto comodo per chi vuol farsi raccontare qualcosa da qualcuno. Punto: non si chieda di più. Un telefono in broadcasting. Una televisione bidirezionale a basso costo. Fine della comunicazione. Richiedere ai soggetti che ne fruiscono di andare oltre, di trattare il destinatario della comunicazione come un proprio pari o di trattare il mittente come fosse un soggetto “convenzionale” significa non aver capito gli enormi limiti di questo strumento.
La vita reale, quella vera, quella costruita sui rapporti interpersonali, è fatta di cautele, di tentennamenti, di approcci, di feedback sensoriali, di gerarchie scontate, accettate “de facto” sia dal preponente sia dal preposto. Pretendere di “democratizzare”, di “orizzontalizzare” questa organizzazione, semplicemente perché si cambia lo strumento di comunicazione mi sembra alquanto improvvido. Un pò come certi personaggi, estremamente timidi nel “face to face”, che diventano leoni quando parlano al telefono.
Ci vuole forse uno studio approfondito del comportamento umano per capire che è più facile mollare la propria fidanzata per telefono che non trovandosi a quattr’occhi sotto casa? O, per converso, ci vuole un’altro particolare studio per capire che il Kapo di un’organizzazione resta tale e non cambia il proprio comportamento sia che mandi ordini per telefono sia che lo faccia urlando dall’altra parte dell’ufficio?
Non credi che il WEB vada un pò ridimensionato rispetto alle aspettative di tanta gente che lo frequenta in modo ideologico?
Per quando riguarda invece Wuming concordo con Gcanc
L’alfabeto ti ha fatto un grosso favore