di Zauberei
Sanremo mi interessa sempre – per due motivi. Il primo strettamente musicale, il secondo ampiamente sociologico.
Si tratta di un festival della canzone popolare e dunque è almeno fino ad ora – l’espressione di un canone. Il fatto che esista una musica raffinata e colta che si può persino ragionevolmente prediligere – confesso di ascoltare più volentieri John Zorn di Anna Oxa – non vuol dire che non esista una competenza e una serietà nell’espressione del canone della canzonetta. Non è escluso che escano giri armonici interessanti – e voci pregevoli. E neanche in tempi tanto remoti, al di la delle notti mitiche dei vari Modugno e Vanoni e Mina: i tempi recenti mi hanno dato cose che trovo sofisticate. Per fare degli esempi: Arisa è oggettivamente un fenomeno e anche Noemi ha una voce e tecnica considerevoli. Negli anni scorsi ricordo con la necessità di un onesto apprezzamento Francesco Renga per fare un esempio e persino certe cosarelle dei Pooh . Agli arrangiamenti spesso grossolani (almeno quest’anno, ci hanno risparmiato l’orgia dei violini), spesso sono corrisposte melodie non proprio facili da tenere in piedi, irte di semi toni, di ripiegature sul bemolle, eppure con il bene della gradevolezza e dell’orecchiabilità. Non è poi poco.
Naturalmente Sanremo prima di tutto il resto e come tutto il resto, soffre degli stessi malanni gravi dell’industria culturale italiana: in primo luogo, ammette canzoni che vanno sul sicuro, non inventando niente ma giocando sull’acceleratore della conservazione – è il nostro concetto di imprenditoria culturale appunto, che non consce rischio di impresa. E’ in secondo luogo ogni anno di più ostaggio delle pressioni politiche ed economiche di gruppi di potere e case discografiche. Il canone è dunque infeltrito e distorto, e vedere due canzoni interessanti deve farci stare certi che dietro ai cancelli dell’Ariston ce ne sono ancora duecento almeno che meriterebbero di essere ascoltate.
Da qui la prima osservazione socioeconomica. I nuovi ricattatori di San Remo sono i talent show Amici e X Factor. Il cantante che ha vinto per conto mio era esile, immaturo, patetico. Ha vinto perché la sua candidatura è stata quasi imposta (congettura mia naturalmente) e perché la partecipazione di Amici e X Factor ha portato con sé il popolo che ha guardato i talent show – giovanissimi ma soprattutto giovanissime – e la gara ha avuto un esito gender oriented: hanno vinto tutti i maschietti votati dalle femminucce.
Il secondo posto dei big era conteso al Principe da un altro puledro delle stesse scuderie, e così vale anche per il primo posto della categoria giovani. Gli organizzatori sono stati contenti perché l’età degli spettatori si è abbassata– ma il vincolo degli shaw in questione come dire, distorce il campione dei votanti.
Ha vinto cioè una moda giovanile, non un modo collettivo seppur nazional popolare di pensare la canzonetta. Nonostante Noemi potesse davvero essere una garanzia di qualità la qualità comunque non poteva essere premiata: ai vincitori sarebbe meglio andata una statuetta in argento di Hello Kitty.
Tuttavia c’è un aspetto per cui sono contenta che il Festival abbia avuto degli altissimi risultati di audience. Non c’è stata pagina internet in questo anno che non abbia ricordato la cronaca di un flop annunciato. Era chiara la manovra Rai verso Antonella Clerici, a cui era stata tolta elegantemente la sedia dal culo mentre faceva la sua bambina, facendole un torto veramente inelegante e sgradevole – affidando la sua trasmissione a una sua sostituta e non restituendogliela al ritorno dalla maternità: perché vedete, le tagliatelle di nonna Pina sono tremende, ma sono professionali, ben condotte e avevano un ottimo share. Convinti che il dopo Bonolis sarebbe stato un disastro – perché il festival era dato per morto – Antonella aveva l’onere di assolvere una doppia funzione: la signora gratificata per il mal tolto che lavava la coscienza alla Rai, e d’altra parte la responsabile di un fallimento per la sua provinciale e pappardellesca inadeguatezza.
Un evidente errore di valutazione.
Clerici in realtà è la Sanremitudo fatta persona, con un bellissimo viso ma piuttosto grassottella, ora anche mamma! Casalinga professionalmente capace, è la perfetta rappresentazione della femminilità reazionaria dell’Italia di oggi. E’ forte come un toro ma fa battute da comare, rompe gli stereotipi nel privato e poi chiede alla diva di turno – come fa a mantenersi così in forma? Clerici è il punto dove siamo arrivate, sta meglio delle nostre nonne italiane, sta peggio di tutte le nonne europee. Non a caso, pupo il principe e il terribile Lippi – rischio la querela se dico tutto quelle che penso di costoro – si sono permessi durante la terza serata di trattarla con supponenza e scavalcarla. In ogni caso, ho simpatia per una donna che è riuscita a farla franca, e che è sempre stata fedele a una idea di se stessa, che con una culata fa cascare una piramide di tonni in scatola, che galoppa sul palco aggraziata come una rustica contadina della Brianza. E certo è appunto adatta allo scopo e al contesto, i bimbi, la banda dei carabinieri – tuttavia se avesse lavorato male, non credo che il Festival avrebbe avuto gli stessi ascolti. Smettiamola di usare solo la sociologia per le signore, a discapito della competenza. La signora ha una sua ragione antropologica, ma conosce la disinvoltura, la precisione, i tempi scenici e molte cose che servono e che fanno un vecchio lupo della televisione.
Nazionalpopolare. A ogni festival speriamo di esserci tolti di dosso la puzza di pasta e fagioli, e con schifito rammarico scopriamo che oh no, non è così – puzziamo ancora di campagna, di ingenuità, di con Francia e con Spagna purché se magna. Ci accontentiamo di piccoli guizzi – l’orchestra che insorge al Principe in Finale, quando l’inspiegabile è come mai il principe canti – se così si può dire.
Ma la verità è che la puzza non se n’è andata. Cediamo ai più beceri ricatti morali – per esempio un grande classico sanremese è la coda di pavone con il volto dei morti: un applauso per Alda Merini! Chiede il prode Cristicchi, che così si ammanta di celeste virtù con poco sforzo. Un applauso per l’allenatore della nazionale italiana cicilismo, propone il patriottico e Lippi e giù tutti commossi a battere le mani per il nobile pensiero. E si alternano sentiti pensierini, a crinoline di strass (orsù partecipate alla raccolta per i bimbi malati) fino all’exploit dell’ultima serata, dove la Clerici di nero vestita e ridondantemente ingioiellata permetteva a Maurizio Costanzo di fare un defilé con gli operai di termini imerese..
Che gesto generoso – talmente generoso che mi veniva da vomitare.
E’ il momento del sentimento. Ma anche è la fiera della delega, della protesta facile e scontata del malcontento all’acqua di rose. E’ cioè la stilizzazione del paese, l’addomesticamento dei suoi contrasti e dei suoi precipizi – delle sue ignoranze.
Guardi la platea, guardi il podio e pensi – ma come mai questi Italiani sono ancora così indifesi. Ma dove stanno mentre passa la storia.
Una osservazione conclusiva, con una specie di appello al mondo intellettuale. Il festival è come tutti i grandi fenomeni mediatici un oggetto politico e sociale. Cioè un luogo nevralgico di determinazione reciproca tra senso comune e rappresentazione mediatica, una zona di specchi in azione – la società condiziona il festival che ne raccogli credenze e modelli diffusi, e il festival propone credenze e modelli alla società. Benchè la puzza di pasta e facioli sia poco gradevole, e noi vorremmo tanto più volentieri essere urbani e cosmopoliti e parlare di New York e Grammy Awards, non di Rodi garganico e San Remo, sarebbe ora che la smettessimo di spiarlo di nascosto per dare dei giudizi a posteriori, ma lo agissimo ai diversi livelli che preferiamo, ma senza tentare di lavarci un’odore che a voja a esse radical chic – non se ne può andare dall’oggi al domani.
Bisogna cioè usare il festival apertamente. Parteciparvi in qualche modo, vale il televoto vale l’articolo, vale il pensiero, vale la discussione. E bisogna farlo scorporando il più possibile il profilo tecnico da quello sociale, l’aspetto musicale da quello politico culturale. Uscire dal qualunquismo che fa di tutta l’erba un fascio, e che confonde l’estensione vocale di un cantante con le dichiarazioni facilone di un altro. Riconoscere la professionalità e disconoscere il populismo.
Per esempio – l’anno prossimo televotare.
Io pure ho televotato – ma per chi non ve lo dico



















@zauberei
Complimenti per il tuo bel post, Costanza!
Come ti ho già scritto su FaceBook, ho voluto giocare con l’evento, e ho televotato, cercando di dare il mio voto non alle canzoni già “predisposte”, sulle quali ha scopertamente funzionato una manipolazione. Resta aperto il quesito, oggi ben riproposto da Serra su “la Repubblica”: come far passare, o comprendere, questo evidente ossimoro rappresentato dalla parola TELEVOTO? Nello stesso lemma il rinvio a qualcosa che ha a che fare con l’assetto democratico (il voto) ma al tempo stesso a qualcosa che ha a che fare con la manipolazione delle coscienze prodotta dalla telecrazia.
Bella riflessione – è la prima osservazione. Anche perché – ma questa è una mia personale impressione – è che a forza di essere snob ci si taglia fuori dalla comprensione di questo sventurato paese. Chi non guarda Sanremo, si rifiuta di sbirciare un reality (mica dico che bisogna sorbirseli tutti), non apre mai un best seller, alla fine vive in un mondo parallelo. Il che gli impedisce di agire per cambiare l’Italia reale.
Premesso che le mie competenze musicali sono scarse assai, mi interessa molto il ragionamento intorno alla Clerici. Come al solito, quando tendono a fregare qualcuno ci piazzano una donna. Ed è un bene quando la signora medesima riesce a rivoltare la frittata a suo favore. La presentatrice, per altro, è una strana creatura: non è la bonazza plastificata, gioca con la sua goffaggine ma si vede che conosce i tempi televisivi. Insomma è una professionista. E di professioniste la tv ha un gran bisogno, anche di quelle come la Clerici tanto più le televisioni non possono vivere solo di informazione, telefilm e programmi di approfondimento. Il vero peccato è la solita mancanza di un’industria culturale seria – non nel senso di seriosa – ma che punti sull’innovazione e sulla ricerca di nuovi contenuti. Ma questo è un altro discorso.
Mario grazie a te:)
) la voce è interessantissima e la tecnica mi pare formidabile.
Hai fatto bene a votare Malika – a me la canzone non è piaciuta – ma al di la del singolo testo (e pure der parucchiere
Quando dico queste cose non è per darmi delle arie di competenze che proprio non ho, ma perchè secondo me concentrarsi sulla professionalità dei concorrenti, sulla qualità della composizione è un gesto politico – è la ribellione possibile alla distorsione verso il basso, della qualità. Non ho letto l’articolo di Serra perchè non ho Repubblica con me – peccato perchè mi piacerebbe sapere meglio cosa dice.
Barbara ben venuta! Si anche per me è interessante – negli Usa questa cosa di chiamare una donna a salvare l’insalvabile è una prassi da un decennio, ne parlava anche la De Gregorio in un’intervista. A suo modo si è stata molto brava.
Ottimissima disquisizione.
Concordo per quasi tutto. La simpatia dovuta alla Clerici che la RAI voleva trombata e invece ha resistito.
La necessità di fare i distinguo tra cantanti.
La puzza di pasta e fagioli che emana da Sanremo.
Non ho molto da controribattere se non questi 10 cents.
INMO, quella canzone nazionale popolare che viene su da Sanremo non mi piace. Degli ultimi 15 anni riesco forse a salvare 3 canzoni.
Non mi piacciono i criteri di selezione.
Non mi piace il ricatto cui ci si deve inchinare per parteciparvi. Ossia la censura di ennesima potenza.
Non mi piace che le canzoni non contino assolutamente niente.
Sanremo per me ha la stessa valenza dei cinepanettoni.
Sono quelli che gli Italiani vanno a vedere in massa.
Per farsi due risate.
Ora non è detto che tutti i cinepanettoni siano uguali. Ma finché ci vedrò la premiata ditta Neri Parenti, Boldi e De Sica, non andrò a vederli.
E per i Sanremi della Rai, idem con patate. Nel senso, cos’è veramente cambiato dagli anni ’90?
Niente. L’unica, e davvero unica, ossessione dei dirigenti è pregare che gli ascolti non crollino.
Per quanto mi riguarda, spero un giorno crollino.
Non è una manifestazione cui sono affezionato. Se sparisse dal palinsesto tv non ne farei un dramma. Sarei contento.
Tanto come rampa di lancio di canzoni e giovani talenti funziona solo al 3%.
Mi è piaciuto solo il Dopo Festival di Elio e il suo gruppo due anni fa. Di cui ho riascoltato sul tubo centinaia di volte i loro rifacimenti.
Da un punto di vista socio-culturale, resta l’impressione – mi pare non qualunquista – che siano tutti identici codesti Sanremi. O le differenze (tra l’uno e l’altro, non tra le canzoni) sono talmente poche che non val la pena – per me – di sorbirmi 4 serate interminabili di canzoni più o meno brutte per poi notarle.
E sul televoto, già hai accennato tu.
Fosse possibile far vincere quelli che se lo meritano davvero (su cui comunque c’è da scozzare, perché vallo a stabilire), uno si potrebbe anche impegnare a votare.
Ma non serve a niente. E’ tutto, candidamente, già deciso prima.
Grande Zau,
condivido in pieno essendo, ahime’, una assidua frequentatrice delle serate sanremesi per meri motivi professionali. Ma cio’ non toglie che il Festival sia un evento che non andrebbe snobbato, ma che anzi aiuta fortemente a capire alcuni aspetti della nostra societa’ che spesso risultano oscuri. Ho adorato la Clerici per il coraggio di sparigliare il canone delle Veline e quello della madre attempata con ganzo piu’ giovane, ormai fuori dai giochi. Ha vinto a dispetto di tutto e tutti e questo va segnalato.
Anch’io ho televotato, per Irene Grandi. Che te devo di’? A me la cometa di Halley che strappa il velo nero che immaginiamo nasconda la felicita’ m’ha dato un brivido.
Mi permetto qualche semplice considerazione riguardo a questo “post” molto interessante e condivisibile, almeno in gran parte. La parte musicale del Festival, cui hai dedicato le prime righe, ormai da tempo non è più rappresentativa della “musica Italiana”, ma della canzone popolare, come giustamente sottolinei. Perciò, dal mio punto di vista, pochissima roba. Mi ricordo di rarissimi cantanti degni, negli ultimi anni. Questo proprio perchè Sanremo “…sta lì e non fa male”, come direbbe Fossati. Non vorrei apparire fuori luogo, né “snob”, ma il discorso prettamente artistico è veramente poca cosa.
Più interessante, invece, l’approccio sociologico dove, anche leggendo il commento di Barbara, mi ritrovo sulla necessità, annuale, a questo punto, di analizzare questo evento chè diviene una sorta di punto fermo sul quale si può capire, almeno in parte, a che punto stiamo come popolazione. Quest’anno, più delle altre edizioni, la “connection” con il talent show è stata palese, perfino spudorata. Il televoto rappresenta una partecipazione attiva che illude di poter scegliere su una cosa importante, ma che in realtà reppresenta solo un momento di spettacolo televisivo. Non è né questione di qualità, né di capacità, e neppure di critica, ma semplicemente il momento in cui coloro che pensano che la carriera “artistica” sia una via d’uscita premiano una loro emanazione, un loro “avatar”: il ragazzo che ce l’ha fatta, la cantante brava, ma sfortunata, quella meno carina, ma piena di talento. Perchè su quel palco c’è davvero un panorama a 360°C delle possibilità che ognuno di noi, in parte, sente in sé.
Per questo motivo, questa edizione è stata ancor più ampiamente premiata dagli ascolti e dalla partecipazione, condotta da una presentatrice che è un archetipo rassicurante e professionalmente senza sorprese. Tutto il baraccone, dalle commozioni a comando, all’impegno sui temi più caldi e meno rassicuranti (la passerella degli operai), è stato una sorta di scialuppa a cui aggrapparsi per qualche sera e far finta che un Paese intero, sprofondato in un vortice di pericolosa involuzione, sia ancora in grado di sollevarsi, di rialzare la testa, cantando e sorridendo della vittoria di “uno come noi”. L’errore, spesso sottolineato, di sparare a zero su Sanremo per una sorta di intellettualismo dovuto deriva, probabilmente, da un modo di porsi eccessivamente esacerbato per “principio”. Sanremo resta e resterà quello che è, al di là di tutte le opinioni, finanche al di là di se stesso: Sanremo ripropone la sua faccia con perenne puntualità ed una faccia, che, una volta all’anno, a molti fa piacere vedere. Che poi sia bella, è un altro discorso.
Come già accennato più su, non sono d’accordo. La Clerici è il solito fenomeno mediatico camuffato da casalinga grassoccia, cosa che non è, dato che chi l’ha vista dal vivo giura che è magra. E’ un clichè che s’è cucita addosso ma è ben altro.
E’ la solita eterna storia: in tv i personaggi vengono imposti, come si fa ancora a credere che li decide il popolo? Ti ammollano un tizio o una tizia in un contesto che COMUNQUE verrebbe seguito e poi ti convincono di quanto è simpatica, umana e popolare. E’ successo già centinaia di volte.
Se così non fosse, mi spiegate come mai una soap interessante e seguita come Agrodolce è stata sospesa? eppure aveva un ottimo share. No, secondo me in tv il giudizio del pubblico conta come il due di picche quando regna spade. Scusate ma la penso così.
Ecco un link di oggi, giusto per contribuire al dibattito:
http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/02/23/news/inchiesta_televoto-2397745/
Allora intanto ringrazio davvero tutti per i commenti.
Io devo dire, no di canzoni che mi sono piaciute negli anni, o che per diciamo un tentativo di lucidità ho apprezzato ne ho incontrate diverse e anche di autori che, se fossero sostenuti da un contesto che ha un po’ più occhio per il suo patrimonio possibile e non fossero abbandonati a certe tirannie, che forse si impadroniscono di loro stessi, ne ho trovati diversi: mi ricordo quella Linda – un vocione spaziale, penso a Dolcenera, penso persino a certe cosette veramente pop. E sia. C’è un luogo per tutto – concordo senz’altro con Daniele che molto molto molto si potrebbe fare di più e molto molto molto è grave la situazione da un punto di vista sociologico – aggiungo Daniele che come è evidente, io posso parlare in maniera più strutturata di approcci sociologici – con la mia prima formazione sulla Scuola di Francoforte – che di aspetti musicali, che ci ho la formazione der sony che e cuffie
Ma come trovo legittimissimo esprimere liberamente le proprie opinioni guga – non hai niente di cui scusarti – trovo contestabili opinioni che sembrano – mi sbaglierò – poggiate su luoghi comuni e scarsa conoscenza. Laura COstantini, che è del mestiere e del mondo televisivo – mi confermerà e spero che torni a intervenire con le sue competenze. Ma insomma è tipico dell’ignoranza schiacciare mondi vasti in cliche da poche righe – dire che la televisione impone tout court dei modelli a prescindere da diversità interne, professionalità complicati bilanciamenti itinerari e tanta gente che si fa un mazzo così fa il paio col dire che l’arabi so’ tutti terroristi.
Insomma secondo me il gesto politico è insistere sulla qualità. Ho letto l’articolo di Serra – un aggiunta per Mario – e concordo in pieno eppure Mario anche li c’è un problema di fondo, che è decidere a monte che la qualità nel popolare non esista e che il popolare non abbia sue percezioni di giudizi di valore. Ho bisogno di riflettere sulla circolarità tra condizionamento televisivo e risposta dei soggetti perchè la cultura a sinistra tende sempre a sopravvalutare la propria indipendenza di giudizio e a sottovalutare quella di chi aderisce a certi modelli. Non è che ho una risposta alternativa è che tendo avedere la questione come aperta e problematizzata.
Come sei pessimista ekerottillo ì :)esageri! ma benvenuto su ibridamenti!
Certo, Zauberei. Io non è che abbia particolari competenze (ci tengo a sottolinearlo, dato che su questo sito ci sono moltissime persone esperte, se non addirittura professori…), ma esprimo il mio punto di vista da ascoltatore. Questo sì. Molta, moltissima musica…
Io ricordo Alice, Elisa e forse gli Avion Travel: artisti che, comunque, hanno avuto molto meno a che fare con questo meccanismo di voto. Da lì sono partiti e sono diventati davvero bravi. Perciò, se il talento c’è, usciti dall’ “Ariston” si può andare avanti. Letto anche l’articolo di oggi sul televoto e sulle sue spese. E qui si che qualcuno dovrebbe fare una riflessione.
Grazie.
CONDIZIONAMENTO TELEVISIVO E RISPOSTA DEI SOGGETTI
@daniele
@zauberei
Grazie, Daniele, per aver dato il link all’articolo di Repubblica sul televoto. Costanza (zauberei) scrive: “Ho bisogno di riflettere sulla circolarità tra condizionamento televisivo e risposta dei soggetti“. Credo pure io che il nodo cruciale di tutta la discussione sia proprio questo.
LA RISPOSTA DEI SOGGETTI
Per valutarla occorrono dati, che spesso mancano, anche se qualcosa è stato già detto e scritto. Chi sono i SOGGETTI che rispondono al CONDIZIONAMENTO? I televotanti, ovviamente. Ma i televotanti, è stato scritto, rappresentano la metà del paese, non tutto il “popolo” (non tutti i cittadini, ovviamente, e, non lo si dimentichi, neppure tutti gli utenti televisivi). Larghe fasce di popolazione adulta e giovanile/adolescenziale snobbano San Remo, ma la loro parola, il loro punto di vista, non emerge, non è visibile e non diventa neppure calcolabile. Questo per dire che anche l’indifferenza a San Remo rappresenta una “risposta” dei soggetti. Si sente dire spesso: migliaia in piazza contro Berlusconi – è un esempio tra i tanti possibili – ma molto più numerosa è la popolazione che non scende in piazza, che non usa la piazza per far sentire la propria voce. Il che è vero, certamente. Ma allora, perchè non rovesciare il ragionamento, a proposito del Festival? Possiamo insomma dire: decine di migliaia di televotanti vengono bilanciate da chi non usa il televoto, da chi guarda poco la televisione, da chi non segue San Remo. Esistono insomma dei soggetti resistenti, che si sottraggono alla catena di certi condizionamenti prodotti dalla telecrazia. Individuare il profilo di questa resistenza è senz’altro importante, almeno quanto è importante comprendere gli umori e il profilo dei soggetti televotanti.
IL CONDIZIONAMENTO TELEVISIVO
La parola televoto, come ho già detto altrove, è un ossimoro. Mette assieme due aree semantiche differenti se non antagoniste: l’area della libera espressione di un punto di vista, che in democrazia significa anche possibilità di votare, e l’area dei comportamenti pilotati e condizionati. Anche a questo livello, credo, è importante individuare la possibilità di esprimere una resistenza al condizionamento attraverso lo strumento ambiguo (ormai lo si sa: taroccato e pilotato) del televoto. In questo senso condivido i punti di vista espressi da Zauberei e da altri.
…
Tu elogiavi, Daniele, il ricorso ad analisi di tipo sociologico: concordo pienamente. Ben vengano delle analisi nelle quali, a mio avviso, deve essere sviluppata un’attenzione specifica ai rapporti di potere…
Ora chiudo, per evitare inutili prolissità.
Socialmente, caro Marzio, credo tu abbia proposto un tema molto interessante: il “peso”, se mi passate il termine, delle due porzioni di spettatori, quella che vota e quella che non lo fa (non solo: non guarda proprio Sanremo o se lo fa non partecipa in alcun modo, neanche ad una discussione da bar). Fanno ambedue parte di un’unica Nazione, guardano lo stesso identico spettacolo. sentono le stesse canzoni: eppure l’atteggiamento di fondo è totalmente diverso. Senz’altro conta quella parte di “snobismo” a cui si accennava: parlar male di Sanremo è una cosa connaturata all’evento stesso, anche se non da sempre. Potrebbe anche darsi che queste persone abbiano capito che il “televoto” è solamente un’altra maniera per spillare quattrini (pochi, ma non è la quantità che conta) o che non si interessino ad una canzone al punto di perdere cinque minuti della loro vita. Se c’è un bilanciamento lo trovo nell’atteggiamento: entrambi abbastanza convinti, i primi di decidere, i secondi di non contare nella realtà. Il fenomeno del “televoto” è destinato a continuare , perchè l’intrattenimento televisivo non è uno scambio alla pari, come potrebbe (è) il Web: l’opinione è ridotta ad un voto, una preferenza, non c’è approfondimento, solo numeri. In questo noto la semplificazione che piace tanto a questa TV, ormai liquida (come la società), dove non c’è più apparente distinzione nè tra le reti, nè tra i soggetti proponenti. Non dimentichiamo, poi, che Sanremo è imposto, da tutti i media: radio, web, giornali. E’ un obbligo che può far scattare il desiderio di essere protagonisti: desiderio da sempre connaturato a molti Italiani. Infatti, questi benedetti reality li guardano, eccome.
Mario è che io mi sento sempre in una zona di scacco teorico.
Perchè noi resistiamo e gli altri sono scemi? Perchè noi siamo soggetti della scelta e quegli altri sono invece complementi oggetti? E’ la negazione meno schiava dell’altro rispetto alla asserzione? Dico si. Dico no. MA LO DICO A TE.
Questo non vuol dire che io non ti dia ragione su quello che tu dici, ma non mi sento fuori dall’enpasse, anche dall’enpasse etico: devo rispettare l’altro, e allo stesso tempo devo agire politicamente in senso democratico. Vuol dire fare domande non dargli del cretino.
Quando penso a questi circuiti sociologici – e siccome adesso rifletto maggiormente sui temi dei gender studies per cui mi capita molto spesso – penso sempre che la cosa che mi interessa individuare sono certe forme anteriori nel pensiero, sedimenti psichici sedimenti culturali, scelte soggettive valori sestetici, mitologie familiari e di quartiere e di nazione, forme inconsce etc, insomma l’anteriore che prepara la scelta del complemento oggetto. Alle volte ho il sospetto che quell’anteriore sia poco esplorato e poco elaborato dai soggetti, ma allo stesso tempo snobbisticamente sottovalutato dagli interlocutori: Ma semplificare le soggettività è colludere con la loro manipolazione.
Oddio speremo che me se capisce. Se ho scritto in ostrogoto ditelo eh che mi rispiego.
Scusa, Mario. Ho scritto “Marzio” per errore (prima o poi capirò come correggere i miei commenti!).
Zauberei, io sì, vorrei capire un pò di più del tuo ultimo commento.
Grazie.
rilancio una segnalazione di catepol su twitter: l’articolo fa il punto sull’andamento del televoto
http://www.avvenire.it/Spettacoli/sanremo+tabulati_201002230754214370000.htm
Intervengo per un motivo futile, e di corsa. Ma sarebbe la primissima volta che una donna di spettacolo, naturalmente magra, cerchi di apparire grassa. Antonella Clerici non e’ certo obesa, ma non e’ magra. Se indossa la 44, le va un tantino stretta. La conosco da anni, l’ho intervistata piu’ volte e dopo la gravidanza, come avviene a molte, e’ lievitata. Adesso sta lottando per tornare nei suoi limiti. Ma dire che vuole apparire piu’ grassa di quel che e’ mi pare un voler criticare a tutti i costi. Parliamo piuttosto della sua professionalita’ e del fatto che per fare ascolti piu’ di Bonolis ha percepito molto meno di lui (cosa normale, lei e’ una donna e quindi vale di meno per i maschilisti vertici Rai).
Daniele cerco di spiegarmi. Quando si parla di influenza socioculturali nella produzione di determinati fenomeni si tende sempre a calcare l’accento sull’acquisizione passiva dei modelli. Il grande classico in tema è l’anoressia – è quanto meno irritante la disinvoltura con cui si stabilisce che una ragazza nell’ordine: si caccia le dita in bocca e vomita tre volte al di, si fa marcire denti e fegato, in certi casi si mette sull’orlo della morte, ma alla narrazione sociolgoica spicciola piace dire_ è perchè vede le gnocche magre in tivvù! La si desoggettivizza completamente. Una cretina insomma – le persone si suiciderebbero per idiozia.
E così, aprescindere dal televoto, perchè televoto o no anche i dati di ascolto di Amici sono un fatto su cui riflettere anche il fatto che DeFilippi non zappi la terra voglio dire, mi sembrerebbe giusto ragionare e sarebbe bello anche indagare su cosa c’è nel sopggetto che cosa trova in quel modello culturale, quali parti di lui commercino con quel modello o al contrario lo rifiutino. Non esistono resistenti alla cultura e passivi alla cultura, io credo, esistono reagenti diversi che flirtano con diversi modelli – (diversi relativamente, in Italia sono comunque troppo pochi) – a seconda di una infinità di variabili, psicologiche e sociali e e conomiche.
Quoto completamente il commento di Laura Costantini. A parte che rispetto al canone televisivo 44 sei una povera cicciona.
cara zauberei,
purtroppo il tempo è tiranno, e non riesco sempre a tener dietro alle discussioni, anche quando, come in questo caso, sono stimolanti…
Ti dico: esistono “resistenti alla cultura e passivi alla cultura” in entrambi i campi: tra i televotanti e tra quelli che non televotano o che non guardano San Remo. Mantenere uno sguardo lucido e partecipe ai luoghi e alle forme (varie, differenziate) della resistenza significa proprio non farsi catturare dal meccanismo massmediatico, cercando di capire quella che vorrei definire L’AREA DEL RIFIUTO : MOLTO VARIA, MOLTO ESTESA…MILIONI DI PERSONE… Parlo spesso, a partire da casa mia, con le adolescenti e gli adolescenti: tra di loro ho trovato un tasso di acquiescenza alla telecrazia (in particolare a quella che si esprime nel festival sanremese) più basso di quanto non si possa immaginare…
Personalmente, credo, con Foucault, che laddove c’è e funziona una qualche forma di potere, ebbene, lì si annida anche della resistenza . Ci si lasci almeno privilegiare la resistenza che più ci piace :-)… senza mai perdere di vista il fenomeno resistenza nel suo assieme.
Mi piacerebbe dibattere senza fretta su questi temi, ma, come dicevo, il tempo è tiranno.
Ogni potere implica resistenza. Occorre saperla vedere. Ogni DISPOSITIVO (concetto caro a Foucault, a Deleuze, e ad altri: concetto su cui sto lavorando) innesca dei processi di soggettivazione. Mi sembra che tu, Daniele, sia molto sensibile, a questa che un tempo si sarebbe definita dialettica. Più semplicemente, a questa relazione.