Voglio iniziare a fare il punto su Facebook, perché ci abito ormai da tempo, e… più ci sto… più osservo che si tratta di un dispositivo che è:
a) apparentemente social – che bello conosco gente e siamo tutti “amici”
b) sicuramente di successo – ma come… non sei su Facebook ?!?
ma anche:
c) fortemente persuasivo - nel senso che induce in noi utenti comportamenti automatici e standard (ci vuole tutti veri e social)
d) e decisamente omologante – nel senso che induce in noi utenti assetti identitari, modalità di interazione e di narrazione che ci rendono “seriali” e “simili”
E allora? Comunque ci si diverte! Sì, senza dubbio. Solo che è meglio sapere che si è manipolati, che si è fortemente costituiti da un dispositivo omologante. E’ meglio sapere come funziona il gioco… per giocare meglio. Io voglio usare Facebook non solo per essere “una faccia” per lo più uguale alle altre di uno stesso libro, ma anche per esserci in modo critico e consapevole e per fare un uso creativo e formativo di una piattaforma che offre mille potenzialità.
Segnamoci un paio di appunti, prima di riaccedere al nostro affollato account di Facebook.
Su Facebook, a differenza che nel blogging, le cogenze del dispositivo rendono più standardizzati i processi di soggettivazione. Su Facebook si è più soggetti costituiti, che soggetti costituenti.
Partiamo dalla considerazione che, come già è stato detto per i blog, la decisione di aprire un account Facebook “costituisce una pubblicizzazione del sé, una sorta di promozione identitaria che, come per i marchi, passa attraverso una strategica proposta di un’identità visiva”.[1] Il social network Facebook accentua, d’altra parte, fin dal nome, la rilevanza assegnata alla promozione di un’identità visiva del sé: è il libro delle facce.[2]
Solo che, rispetto alla libertà espressiva che il blog ci consente (pensate alle mille possibilità di scegliere un template personalizzato, di organizzare gli spazi per i propri contenuti, di scegliere l’impostazione grafica, i colori dello sfondo, la testata, etc.) fin dai primi atti che noi facciamo, nel momento in cui siamo chiamati a produrre un’immagine di noi stessi, Facebook ci persuade a seguire un preciso regime di visibilità che non è esplicitamente prescritto ma che si articola su una serie di ingiunzioni.[3] Nel momento in cui costruiamo il nostro account, ci viene chiesto di inserire il nostro nome-cognome, la data di nascita, un indirizzo mail, una descrizione di noi stessi e ci viene ingiunto di caricare un’immagine di noi stessi, il nostro “avatar”, il nostro doppio digitale: “Upload a profile picture.”
È l’ingiunzione che tutti noi riceviamo. Possiamo scegliere di non far vedere a nessuno o di condividere solo con gli amici, alcuni dei nostri dati sensibili, quali la data di nascita o l’indirizzo mail. Quel che invece non possiamo in alcun modo nascondere è il nostro nome e cognome – il nostro nome utente - e la nostra immagine. Se decidiamo di non caricare alcuna immagine, comparirà nel nostro account un’immagine poco attraente, con l’ingiunzione a caricarne una: un punto interrogativo che in calce riporta l’ingiunzione Upload a profile picture.
Ora: non si dice né che siamo obbligati a farlo, né tantomeno che dobbiamo mettere una foto “vera” di noi stessi: ma, se non lo facciamo, saranno i nostri stessi “amici” a invitarci a farlo, perché tutti su Facebook hanno una loro immagine!
Quel che è specifico di questo dispositivo rispetto ad altri, è proprio il fatto che la quasi totalità degli utenti utilizza il proprio nome e cognome anagrafico e pubblica una propria foto. In questo senso la promozione visiva di sé risponde alle finalità del dispositivo stesso, che non lascia eccessivi margini ad una articolazione creativa della propria immagine, ma che ci vuole tutti presenti in un certo modo, un po’ come nella nostra carta d’identità, con i dati anagrafici veri.
Nei “Principi di Facebook” [4] che tutti noi utenti accettiamo nel momento in cui vogliamo iscriverci al Social Network si dice con chiarezza che la trasparenza e la sicurezza sono tra le finalità prioritarie del dispositivo:
“Abbiamo ideato Facebook per rendere il mondo più aperto e trasparente, nella convinzione che ciò possa creare una maggiore comprensione e migliorare le comunicazioni. Facebook promuove l’apertura e la trasparenza offrendo agli utenti un’ampia libertà di condivisione e di contatto e si propone di raggiungere tali scopi sulla base di alcuni principi”.
Trasparenza quindi come principio base della connessione. Il tutto è meglio dettagliato nella “Dichiarazione dei diritti” al punto 4 relativo alla Registrazione e sicurezza dell’account:
“Gli utenti di Facebook forniscono il proprio nome e le proprie informazioni reali e invitiamo tutti a fare lo stesso”. E ancora: “Per quanto riguarda la registrazione e al fine di garantire la sicurezza del proprio account, l’utente si impegna a non fornire informazioni personali false su Facebook o creare un account per conto di un’altra persona senza autorizzazione”. Al comma 5, inoltre, l’utente si impegna ad “Assicurarsi che le proprie informazioni di contatto siano sempre corrette e aggiornate.”
Facebook insomma ci vuole veri e reali in quanto individui: per dirla in termini filosofici Facebook induce processi di soggettivazione individualizzanti, basati cioè sulla singolarità: vorrebbe in qualche modo farci tornare ad una visione monolitica e coesa dell’identità vietandoci in modo esplicito di giocare con riposizionamenti del Sé creativi nel momento in cui ci chiede di non utilizzare un nome falso o di assumere l’identità altrui.
Questo aspetto del dispositivo, tuttavia, potenzia enormemente l’effetto di somiglianza con il reale del nostro doppio virtuale: così come noi siamo indotti a dare di noi stessi un’immagine “vera”, assegniamo anche agli altri “avatar”, ai doppi virtuali dei nostri amici, una consistenza che in altri luoghi della rete non possiede la stessa forza persuasiva.
Questo spiega come mai il falso account di Alessandro Baricco abbia potuto essere scambiato per lo scrittore Alessandro Baricco in persona da molti utenti come ci ha ampiamente raccontato Giorgio Cappozzo su L’Espresso (leggete il suo articolo, è davvero illuminante!). I poteri dell’immagine, lungi dall’essere rimossi, ritornano con forza a governare le dinamiche di un dispositivo che ci mette nelle condizioni di credere “vere” le interazioni dei nostri doppi virtuali.
Il che è perfettamente in linea con la finalità originaria di Facebook che voleva semplicemente mettere in rete persone – gli studenti dei College americani – che si conoscevano off-line o che quantomeno frequentavano la stessa scuola.
Rigido è anche il regime discorsivo che regolamenta lo status: con un massimo di 420 caratteri, spazi inclusi, sono indotto a rispondere sempre alla stessa domanda che incessantemente si rigenera: “cosa pensi in questo momento?”. La gabbia è a tal punto cogente che impone all’utente, nella risposta, l’uso della terza persona singolare perché in modo automatico fa iniziare la frase sempre con l’iterazione del proprio nome-cognome: la mia risposta, non appena pubblicata, oltre che comparire sul mio profilo, viene immeditamente resa pubblica nella bacheca in cui tutti i miei “amici” possono leggere che “Maddalena Mapelli in questo momento sta scrivendo un articolo su Facebook”.
Se seguissi in modo puntuale le prescrizioni e le ingiunzioni del dispositivo, mi limiterei quindi, a produrre brevi narrazioni standardizzate, all’interno di una “casa comune” accogliente e per tutti uguale anche dal punto di vista grafico, in cui i miei contenuti vengono condivisi con i miei amici: in cui la mia identità viene ulteriormente rafforzata dalle appartenenze che scelgo attraverso l’iscrizione a gruppi con cui condivido interessi o a pagine di personaggi famosi di cui voglio diventare fan.
Ma forse, proprio perché Facebook è un dispositivo fortemente persuasivo e omologante, proprio perché pone vincoli e regole precise, può essere potenzialmente molto più formativo e creativo di altri, nel momento in cui, a partire dal mio account, riesco a trovare le vie per aggirarne gli interdetti e creare dei contro-spazi discorsivi e di visibilità che mi facciano riflettere sul dispositivo stesso.
Per questo è importante parlare di Facebook, discuterne. E forzare il dispositivo Facebook in tutti i modi. Fino a farsi, come succede a tanti miei amici, bannare, cioè fino a produrre la disattivazione del proprio account. Che tra l’altro, si può subito riaprire, con lo stesso nome-cognome! La sperimentazione di un dispositivo passa anche attraverso linee di rottura dello stesso.
Sono solo appunti.
Ma mi piacerebbe sapere cosa ne pensate…
[1] Si veda, Festi G., Catepol a segno, in Mapelli M., Margiotta U., Dai blog ai social network, Mimesis, Milano 2009, p. 27.
[2] “Il nome Facebook si riferisce agli annuari con le foto di ogni singolo membro (facebooks) che alcuni college e scuole preparatorie statunitensi pubblicano all’inizio dell’anno accademico. Fondato il 4 febbraio 2004 da Mark Zuckerberg, studente presso l’università di Harvard, conta attualmente oltre 160 milioni di utenti in tutto il mondo”. (da Wikipedia) E’ evidente che la finalità originaria (mettere in connessione gli studenti di una scuola) è ora profondamente cambiata vista la scala planetaria degli utenti potenzialmente connessi.
[3] Fogg B.J., Picture Persuasion in Facebook, Corso alla Stanford University, California, su Psychology of Facebook, September 17, 2007: “At the point we posted our mugshot, our friends could all see we said yes to “Upload a profile picture.” Ah, the joy of social complicity! But even more important, this simple act changes us, deep inside. Our relationship with Facebook gets cozier. Facebook is no longer a stranger; it’s a friend. And as such, we become much more likely to agree to future requests on Facebook. Yes, the picture compliance seems small, but the timing is ideal for training us well. That’s the genius of Facebook. The pattern of persuasion is established early and often. Indeed, this pattern has made Facebook, Inc., enormously wealthy” find the whole thing fascinating. Facebook is a persuasive technology. By this I mean that Facebook is a interactive system designed to change human behaviors. I’ve investigated persuasive technology at Stanford since 1993. I can say that during this year, in 2007, no other technology system has been more powerfully persuasive than Facebook.” http://credibility.stanford.edu/captology/notebook/archives.new/2007/09/picture_persuas_1.html
[4] Facciamo riferimento alla “La regolamentazione dell’uso di Facebook”, secondo l’ultima versione messa a disposizione degli utenti il 28 agosto 2009 (u. v. 10 gennaio 2010) che si articola in “Principi di Facebook” (10 articoli) e nella “Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità” che è stata estratta dai Principi di Facebook e regola la nostra relazione con gli utenti e con chiunque interagisca con Facebook.

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Buon giorno Maddalena,
trovo davvero molto interessanti i tuoi appunti sparsi.
Ed ancor di più trovo interessante che, per ragionare sul mezzo si parta dalla creazione dell'Avatar e dalle norme che regolano tale contratto di utilizzo. Non ho mai posto attenzione al fatto che , tramite il consenso e l'accettazione delle condizioni di utilizzo, si contribuisce anche a costruire una modalità di costruzione personale.
In effetti sono migrata su Facebook perchè invitata e per continuare la nostra esplorazione da Blogger. E in un pèrimo tempo ho utilizzato tale mezzo più o meno come ho semrpe fatto con i miei blog.
Mi sono resa conto che ciascuno di noi ricostruisce qui il proprio complesso di amicizie, partecipa a singoli circoli di conoscenze e ne crea altri.
In più può giocare come ci pare ( la mia farm è in crecsita e gli aiuti dei vicini semrpe ben accettati… speditemi mistery box grazie), taggare, legare, tralasciare, sfuggire, cercare….
finisco il mio discorso
Invece una cosa che mi piace è proprio la possibilità di riflettere sul pensiero dell'istante: mi fa venire in mente una tecnica di riflessione che chiamerò " Che tempo fa". ovvero posso diventare consapevole un istante e capire che tempo fa dentro di me.
Ecco, questo spazio in cui posso dire qualche cosa di piccolo su di me, se utilizzato con consapevolezza, può riportarmi a dove sono in qeull'istante. E la cosa mi pare interessante.
Dunque sarebbe lungo da commentare, vedo di scrivere solo un paio di commenti.
Ottimo post, mad, innanzitutto.
Facebook come tutto il resto dipende dalle persone e dall'uso che le persone ne fanno.
Solo che non tutti hanno capito o hanno recepito una informazione fondamentale. Anzi 2.
Facebook non è internet.
Facebook non è il mio Facebook, non è uno strumento privato.
Facebook è una piazza, qualunque attività tu faccia in una piazza, anche se la fai di notte, nascosto in un angolino, la stai facendo in piazza.
Baciare il fidanzato dietro una colonna o spacciare qualcosa passando dalla tua tasca del cappotto a quella di un altro qualcosa…nessuno ti assicura e ti dà la tranquillità di non esser visto.
Anzi.
Sei sempre in una piazza, pubblica, aperta, anche alle 3 di notte e a 5 gradi sotto zero, quando neanche i pinguini ci dovrebbero stare, oltre te.
Detto ciò, nulla contro test, giochi, tag di foto della prima elementare ecc.
Son serviti e servono per far avvicinare tanta gente a internet e alla funzione sociale della rete.
Facebook è una grande rubrica di contatti, Facebook può servire a tante cose, se utilizzato bene.
Solo che qui entra in gioco la consapevolezza.
Di essere in un posto in cui nulla è più tuo dal momento in cui ci hai messo piede.
Di essere in una piazza.
Di essere giudicati non per quello che si è (come può accadere su un blog o in social network meno vincolanti, dove sei tu a costruire la tua stessa immagine, dove hai anche strumenti di moderazione e gestione migliore dei contatti e delle relazioni). Di essere giudicati per quello che appare su facebook.
La gente oramai sa cercare informazioni su qualcuno, cercando su google, approdando in facebook o cercando direttamente su Facebook.
Cosa trova la gente che ci cerca quando approda sul "nostro" Facebook?
Vi lascio con questa domanda. Torno dopo.
…di essere giudicati per gli amici che hai su Facebook:
"Ma come….sei amico di quello? Quello iscritto a certi gruppi e che linka determinate news da particolari giornali?"
Anche io torno dopo…
Betta, questa cosa del sentirsi osservati e giudicati, è una cosa che fin dall'inizio ho sentito sulal mia pella pure io. Ma non sono certo un caso isolato: proprio nei commenti alla nota che riprende questo posst su FB, Pietro Barbetta che è una persona che stimo molto, proponeva di riflettere proprio su questo. Anche lui appena sbarcato su Facebook, ha cominciato a chiedersi come gli altri utenti avrebbero giudicato certe sue affermazioni e se le avrebbero capite nel modo giusto… Lui dice che sta facendo esperienza diretta di una forma di autocensura preventiva…
@ Orange, mi piacerebbe capire meglio cosa intendi con la tua riflessione sul "pensiero dell'istante" perché mi ispira assai
@ Catepol, ottima analisi la tua. Il fatto di essere in una piazza, viene spesso dimenticato su Facebook ! E credo sia proprio epr il fatto che veniamo persuasi fin dall'inizio a considerare Facebook come un "amico" con il quale ci si rapporta con l'imamgine del proprio volto, nome e cognome, profilo…
se non lo facciamo, i nostri amici ci inducono a farlo… "cosa aspetti amettere la tua foto?"…
l'effetto che si crea è quello di essere in un luogo "intimo", in una "casa" dalle pareti amiche… in un luogo in cui si dà "realtà" ad "amici" che sono persone che non conosciamo per davvero…
E' un dispositivo che induce comportamenti che "normalmente", nella vita di tutti i giorni e negli altri luoghi della rete, non abbiamo, appunto perché nella vita reale e negli altri luoghi della rete siamo più coscienti di ciò che stiamo facendo…
ci invita a riflettere e a considerare come, paradossalmente, alla ricerca di una realt… Mostra tuttoà altra che non ci renda fotocopiati e standardizzati siamo cascati, invece, nello stesso gioco. Difficile distinguersi, difficile apparire per quel che si è. E se il blog, almeno al suo nascere, poteva dare qualche chance per sfuggire dalle crisi di nevrosi cui soffre l'uomo moderno, per la difficoltà ad uniformarsi ad una condizione che non gli appartiene, fb si mostra come una sorta di consapevole morte sociale. Amèn.
Bella riflessione, bella….mi piacerebbe affrontare altre questioni dello stesso argomento con l'autore…
Condivido quello che dici a proposito della necessità di pratiche "sovversive", forzature, contro-spazi e in generale di riflessione sul mezzo facebook. E' un tema su cui anche io mi sono trovata a ragionare.
In che modo la persona che utilizza un social network può sottrarsi alla logica di configurazione a cui viene incessantemente sottoposta?
Le contro-pratiche sono una risposta, un'altra può essere quella, estremamente paradossale, di non lasciare tracce, di de-inscriversi dal programma conservando i "default settings", ovvero non personalizzando in nessun modo l'interfaccia (nel nostro caso, per esempio, non mettendo la foto nel profilo) o attraverso la messa in atto di "tattiche di non esistenza" (nel nostro caso, per esempio, mettendo un'immagine completamente bianca al posto della foto del profilo, come avevi fatto tu, se ben ricordo).
[ - Sui "dafault settings" ha scritto Lev Manovich: "paradossalmente, seguendo un modello interattivo, la persona non si costruisce un sé unico, ma adotta invece identità prestabilite. Analogamente scegliendo dei valori da un menu, personalizzando il proprio desktop o un’applicazione, si partecipa al “mutevole collage di capricci e fantasie personali” costruito e codificato dalle aziende del software."
- Sulle "tattiche di non esistenza" ha scritto Alexander Galloway "When existence becomes a measurable science of control, then nonexistence must become a tactic for any thing wishing to avoid control. The nonexistent is that which cannot be cast into any available data types. The nonexistent is that which cannot be parsed by any available algorithms".]
In realtà mi rendo conto che sono modelli difficili da pensare concretamente nel contesto dei social network, in cui qualsiasi operazione implica – automaticamente – la customizzazione della pagina e quindi il lascito di tracce.
Infatti sono molto interessanti anche le contro pratiche di cui fai cenno nel post. Ci farei rientrare anche la parodia (per es. http://www.mcsweeneys.net/2008/7/30schmelling.htm... e il "filone" molto interessante della net-art che ragiona sui meccanismi "taken for granted" di internet e dei media sociali (per es. http://project.arnolfini.org.uk/projects/2008/ant... o il noto Seppuko http://www.seppukoo.com/)
-
Quello che dice Orange mi ha fatto venire in mente una cosa che avevo letto in un articolo sul New York Times di Clive Thompson: "Many of the avid Twitterers, Flickrers and Facebook users I interviewed described an unexpected side-effect of constant self-disclosure. The act of stopping several times a day to observe what you’re feeling or thinking can become, after weeks and weeks, a sort of philosophical act. It’s like the Greek dictum to “know thyself,” or the therapeutic concept of mindfulness. Having an audience can make the self-reflection even more acute". link: http://www.nytimes.com/2008/09/07/magazine/07awar...
ciao!
marina
Condivido quello che dici a proposito della necessità di pratiche "sovversive", contro-spazi e in generale di riflessione sul mezzo facebook. E' un tema su cui anche io mi sono trovata a ragionare.
In che modo la persona che utilizza un social network può sottrarsi alla logica di configurazione a cui viene incessantemente sottoposta?
Le contro-pratiche sono una risposta, un'altra può essere quella, estremamente paradossale, di non lasciare tracce, di de-inscriversi dal programma conservando i "default settings", ovvero non personalizzando in nessun modo l'interfaccia (nel nostro caso, per esempio, non mettendo la foto nel profilo) o attraverso la messa in atto di "tattiche di non esistenza" (nel nostro caso, per esempio, mettendo un'immagine completamente bianca al posto della foto del profilo, come avevi fatto tu, se ben ricordo).
[ - Sui "dafault settings" ha scritto Lev Manovich: "paradossalmente, seguendo un modello interattivo, la persona non si costruisce un sé unico, ma adotta invece identità prestabilite. Analogamente scegliendo dei valori da un menu, personalizzando il proprio desktop o un’applicazione, si partecipa al “mutevole collage di capricci e fantasie personali” costruito e codificato dalle aziende del software."
- Sulle "tattiche di non esistenza" ha scritto Alexander Galloway "When existence becomes a measurable science of control, then nonexistence must become a tactic for any thing wishing to avoid control. The nonexistent is that which cannot be cast into any available data types. The nonexistent is that which cannot be parsed by any available algorithms" ]
In realtà mi rendo conto che sono modelli quasi impossibili da realizzare nel contesto dei social network, in cui qualsiasi operazione implica – automaticamente – la customizzazione della pagina e quindi il lascito di tracce.
Sono molto interessanti oggi le contro pratiche di cui fai cenno nel post. Ci farei rientrare anche la parodia (per es. http://www.mcsweeneys.net/2008/7/30schmelling.htm... ) e il "filone" molto interessante della net-art che ragiona sui meccanismi "taken for granted" di internet e dei media sociali (per es. http://project.arnolfini.org.uk/projects/2008/ant... o il noto Seppuko http://www.seppukoo.com/ )
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Quello che dice Orange mi ha fatto venire in mente una cosa che avevo letto in un articolo sul New York Times di Clive Thompson: "Many of the avid Twitterers, Flickrers and Facebook users I interviewed described an unexpected side-effect of constant self-disclosure. The act of stopping several times a day to observe what you’re feeling or thinking can become, after weeks and weeks, a sort of philosophical act. It’s like the Greek dictum to “know thyself,” or the therapeutic concept of mindfulness. Having an audience can make the self-reflection even more acute". link: http://www.nytimes.com/2008/09/07/magazine/07awar...
ciao
marina
http://punto-informatico.it/2791769/PI/Commenti/c...
Per l'appunto, non siamo in una piazza, FB non è un Luogo pubblico.
Qui siamo nel salotto di qualcuno, che a casa sua fa quello che vuole, giustamente.
Per il resto, la solita consapevolezza, e le pratiche di guerriglia mediatica le riserverei per i casi di occupazione o regolamentazione di spazio pubblico (l'ultimo ddl Romani, per esempio, quello sulle webtv, che sarà semplicemente da ignorare anche se diventasse legge), senza perder tempo a cercare di cambiare l'etica abitativa di ambienti digitali privati e commerciali, che non cambieranno.
Siamo su web, lo spazio non manca (non esistendo), inventiamoci orsù i Luoghi e le pratiche di abitanza.
cara ibridamenti, nel giorno in cui tu scrivevi su fb, un gruppo di donne ha lanciato questo appello ://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2010/01/22/facebook-non-un-social-network-per-donne, te lo mando, magari ti serve come materiale per le tue riflessioni. credo che tu abbia ragione nel dire che è omologanti, non nel senso banale che ci fa tutti uguali, ma che ci "obbliga" per una certa rigidità della piattaforma a comportamenti espressivi molto simili (postare un video, un articolo, mettere lì uno status lievemente ironico, oppure quei giorni tremendi in cui tutti annunciano e commentano una morte, tipo alda merini o altro… rispondere a un quiz). quindi sì è omologante. poi dentro questo e detto questo si possono cercare modi creativi per muoversi all'interno della rigidità del mezzo. quello che mi fa più impressione, te l'ho scritto come commento su fb, è il rapporto con la propria bacheca e con i propri status "message in the battle", buttare lì stati d'animo, tristezze, depressioni, incazzature… aspettarsi un commento come forma di vicinanza… continuamente, ora dopo ora… è un po' di più che "mettere in piazza", non trovi?
@Antonello, non la vedo così tragica la situazione! Anzi, credo che ci siano pratiche collaborative e creative che ci permettono di rendere qualsiasi luogo della rete un'occasione per non farsi solo omologare, ma per diventare anche soggetti costuenti. A Partire dai blog (lì è più facile, ma vanno man mano svuotandosi di persone) per passare a Facebook (qui non è così facile, ma attualmente è il più polpolato tra i social). Tu sei un esempio di un uso creativo della rete, non credi?
@marina
ottimi i tuoi spunti, davvero. Credo che ognuno di noi trovi su FB le sue personali modalità di "resistenza", di "rottura" del dispositivo, o di "aggiramento" di interdetti, o più semplicemente di assecondamento "consapevole" del dispositivo stesso che ha grandi potenzialità "formative" di per sé (anche se tendenzialmente standardizzate e omologanti). Il bello di FB è che quando una pratica di aggiramento del dispositivo (la foto bianca, lo scambio di avatar con altri utenti, il cambio continuo dell'avatar, l'avere non un solo account, ma il numero che si vuole di account, ma anche il semplice "risorgere" con lo stesso nome-cognome dopo essere stati disattivati) viene scoperta o inventata, diventa immediatamente pratica condivisa.
FB indubbiamente mette in connessione le persone in modo efficace e rapido. In questo senso ogni risposta individuale può diventare subito pratica collettiva
@Giorgio, io distinguerei. FB è un luogo privato, nel senso che è di proprietà di una società, e quando vi accedo accetto delle condizioni precise. Ma anche se "il terreno" non è nostro, ed è appunto di proprietà privata (e ci posso stare solo a determinate condizioni) le pratiche di condivisione di contenuti avvengono su larga scala. I miei "amici" su FB hanno di media tra gli 800 e oltre amici (fino alla soglia dei 5mila, oltre ti disattivano) quindi il "pubblico" delle mie interazioni è di gran lunga superiore ad altri luoghi della rete. Non solo: le note, i gruppi e le pagine dei fan su FB posso estenderle a tutti (non solo ai miei amici). Adesso, per esempio, scrittori come Cotroneo o Genna che hanno raggiunto la soglia dei 5mila amici, stanno traghettando gli "affezionati" sulla loro pagina fan dove non c'è un numero massimo di utenti, ma il numero del "pubblico" è illimitato.
Basta che io sia icritto a FB e da qualsiasi parte del mondo posso leggere le note o la pagina fan o i gruppi (pubblici) creati, per esempio, da Giuseppe Genna, senza che io sia suo amico su FB. Ci sono gruppi che raggiungono più di un milione di iscritti…
Non è un caso che alla tv generalista si parli dei gruppi di FB (vedi per esempio il caso di Berlusconi e del Duomo di Milano) come di luoghi che "fanno opinione" e per i quali da più parti si è chiesta una regolamentazione (e/o la chiusura).
(quando dici che le "battaglie" vanno fatte per altre questioni, sono perfettamente d'accordo con te. Qui la discussione non è sul piano etico, ma su come il dispositivo FB induce certi comportamenti e veicola determinate modalità di interazione. Io dico sempre: meglio essere consapevoli. Tutto qui.)
@Sandra, ho letto con molto interesse il post che segnali su FB e lo rilancio invitando tutti a riflettere::
http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2010/01/...
Concordo con Catepol, e sul fatto che su fb si è sempre come su una piazza pubblica. Però hai ragione, Maddalena: è un piazza pubblica particolare, in cui i comportamenti che ci si aspetta sono più standardizzati ed in un certo senso anche eterodiretti, per lo meno nella forma in cui si possono estrinsecare. Direi che siamo non solo in una piazza pubblica, ma facebook ha anche una specie di "rituale" da cerimonia pubblica. Ecco, un bel tema per un articolo: i "riti" di Facebook.
@ Galatea, bel titolo, ti leggerò volentieri e posta pure anche qui
@ tutti, su FB William Nessuno mi faceva notare che lo scrittore Roberto Cotroneo a fine dicembre circa, ha preso le distanze da FB. C'è un suo articolo sull'Unità che potete leggere qui http://www.unita.it/rubriche/cotroneo/93129
In effetti il passaggio dall'account alla pagina fan, non è gli riuscito, ma al di là di questoi fatto, indubbiamente FB dopo parecchi mesi (lui c'era davvero da molto) stanca. Oltre a far perdere davvero molto tempo a chi ha bisogno di ritrovare uno spazio dio concentrazione per scrivere cose… serie
interessante,
Gli spunti proposti nell'articolo sono veramente molto validi. Mettono l'accento su una questione che spesso, quando si parla di social network, viene dimenticata. Credo che per essere completi dovrebbero essere accompagnati da una riflessione sulle modalità di scrittura on-line, che, ora appare più chiaro, sono sempre più improntati ad un ibridazione tra pratiche orali e pratiche di scrittura vere e proprie (se non sbaglio qui dentro se ne era già parlato). Che ne pensi Maddalena?
ho scritto un lungo commento ma mi ha datto errore. Fatemi sapere se arriva dopo…
@Flavio, sì certo, l'oralità "di ritorno" segna profondamente lo scrivere on-line. Se devo però dire quello che penso… visto che ci sto lavorando da parecchio tempo, credo che il punto da cui partire per capire qualcosa del "virtuale" sia l'immagine. E perciò l'immaginazione. Ogni qualvolta accedo alla rete, attraverso lo schermo del pc, sposto tutte le mie modalità di lettura, apprendimento, creazione, sul piano del visivo. Prima "vedo", poi penso, etc. Questo spostamento al visivo viene spesso sottovalutato, come viene sottovalutato l'apportod elle imamgini (foto, video, avatar etc) nel virtuale. Si dice che in Internet si scrive molto… e siamo d'accordo… ma il piano delle interazioni e degli scambi simbolici avviene soprattutto attraverso l'imamginazione. Questo approccio aiuta secondo me a capire molto di più.
sono d'accordo. l'analisi dell'immagine è fondamentale, ma l'immagine è un costrutto sintetico, di cui fa parte anche la parola scritta. per questo motivo penso che i due poli non andrebbero disgiunti. le modalità di scrittura on-line sono fortemente influenzate dallo statuto visivo dell'immagine digitale, ma questa deve certe sue configurazioni e modalità di funzionamento proprio allo statuto della scrittura che le è proprio.
@Cristina, riprova perché il tuo commento non risulta (ho guardato anche nello spam, ma non c'è). Ti consiglio, se non lo hai fatto, di cliccare su "connetti" e perciò di loggarti come utente. Prima di inviare il commento, fai sempre un seleziona tutto e copia, così se ti dà errore lo puoi comunque "incollare.
Caspita…essere su Fb può essere un elemento di demerito!!??
( ho appena letto l'articolo di Roberto Cotroneo )
Ed io ho seguito anche un corso per imparare ad usarlo meglio…!
Ci sto riflettendo seriamente …
ciao e grazie per gli spunti in mille direzioni
Ful
@Mod… pensiero dell'istante è quello che, in questo momento, mi assilla. Mi chiedo che cosa è davvero, davvero, vero per me adesso?
Ad esempio posso scoprire che.. ohhhh…. sono qui a scrivere epr sfuggire al senso di angoscia che provo per che ne so io… le cose che devo fare…..
se oltre a scrivere il pensiero che ne esce, utilizzo questo mezzo con consapevolezza e sento quello che c'è eccolo diventare un mezzo di perfetta indagine dell'istante….
Il resto lo leggerò eprchè mi ero eprsa di là
Ila
ho letto tutti i vostri commenti e ne sono rimasta molto interessata
personalmente credo che la differenza tra l'utilizzare un social network come face book in maniera omologante e standardizzata o in maniera creativa e personalizzata passi dalla maturità di una progettualità propria e dalla conoscenza approfondita dei diversi codici comunicativi e delle diverse regole di comportametno (formali ma soprattutto informali) che ogni luogo ripropone, piazza o salotto che sia.
Stefania
@fulvia, hi!
@Orange, ok, capito.
@Stefania, indubbiamente, se c'è progettualità diventa quasi del tutto indifferente lo spazio o lo strumento che usi. Penso per esempio che le stesse attività creative o formative possono essere indifferentemente proproste sul blog, o su Facebook o su Twitter o, diciamolo!, anche senza collegamento a Intenet. Dove c'è progetto c'è già un processo di soggettivazione forte in corso. E' dove non c'è il progetto, che il dispositivo entra con maggiore forza nel plasmare i processi di soggettivazione.
@Carlo, se già fai tutto questo, pensaci bene… perché può essere anche uno spazio creativo: alle tue condizioni!
si scrive HI …e devo leggere AHI ?
Questa tutor…!!
;-)))
Mah, tutto sommato mi infastidisce tutto questo gran parlare di facebook. Come strumento può essere molto buono o molto cattivo, questo è ovvio. Assolutamente d'accordo con Catepol quando parla di piazza: è proprio così, soprattutto per chi abita in città e sente la mancanza della passeggiatina serale che ti permette di incontrare il paese intero.
Personalmente non avverto alcuna omologazione, nè, tanto meno , lo avverto "persuasivo" . . anzi! Mi consente di dire ai locali dirigenti del PD che non voterò più per il partito se si azzardano a fare l'accordo con Lombardo (Governatore Regione Sicilia). Blocco sul nascere tutte le applicazioni: non le sopporto! E non avrei proprio il tempo . . . Accetto l'amicizia da parte dei miei alunni, ma nascondo le loro attività,altrimenti mi sfuggono le cose che mi interessano. Non accetto amicizia da parte di enti, società o gruppi, ma solo da persone fisiche che conosco personalemente.
Non mi pare uno spazio creativo, semmai può fare da "amplificatore".
Oh, finalmente sono riuscito a loggarmi in qualche modo . . . sono quello dell'intervento di prima . . .
Per me FCBK è una cagata pazzesca!!,.. coem direbbe Fantozzi!!!,… Sono tutti li con sta "Fattoria",… ma dai…. per me non ha vita lunga!
io alla fattoria non ci sono ancora arrivata, ma ho problemi seri a lavare, far giocare e sfamare la mia pet "Ibrida"
Sulla Pet Society ci sarebbe da scrivere un libro intero. E' davvero incredibile
io alla fattoria non ci sono ancora arrivata, ma ho problemi seri a lavare, far giocare e sfamare la mia pet "Ibrida"
Sulla Pet Society ci sarebbe da scrivere un libro intero. E' davvero incredibile
Cara Maddalena,
è stato emozionante, per me, leggere il tuo post: lucido, chiaro, stringato e profondo…
L'emozione è legata al fatto che i concetti portanti del tuo testo – della tua analisi – rinviano scopertamente ad alcune matrici intellettuali e filosofiche che abbiamo attraversato assieme (noi due e pochi altri) in questi ultimi anni: è stato un viaggio appassionante, condiviso da tanta gente, da tanti amici: un viaggio dalla blogosfera ai social network, dai nostri piccoli blog individuali al blog collettivo Ibridamenti,da te diretto con tenacia e fantasia creativa (un blog che è stato capace di intercettare anche alcune disponibilità e potenzialità creative provenienti dal mondo della ricerca).
Parlavo, prima, di matrici. Evidenti, non certo nascoste. Basti pensare alle due parole chiave del tuo testo: dispositivo, soggettivazione; qui, inutile dirlo, l'influenza del pensiero di Foucault e di Deleuze-Guattari sulle nostre pratiche virtuali ha prodotto un elevato livello di consapevolezza. Un livello che dovrà essere ulteriormente esplorato e approfondito…
Seguirò ovviamente lo sviluppo del dibattito, anche se non sempre troverò il modo di parteciparvi attivamente.
Una sola osservazione, a proposito di "processi di soggettivaziopne" innescati da FB (o innsescabili a partire da FB): la grande manifestazione del POPOLO VIOLA è partita da FB e dalla rete. Si è verificata, qui, a livello di massa, quell'interazione virtuosa tra ON LINE e OFF LINE di cui si parlava qualche tempo addietro. Varrebbe la pena discutere attorno a questo esempio, a parer mio altamente significativo…
A presto. Besos…
Wow…quanta carne al fuoco. Vediamo: concordo pienamente con Catepol sul paragone con la piazza, perché se è vero che nel privato della propria pagina l'utente è come in un salotto, il nome e la foto sono accessibili con un semplice click su google a tutti. Come in piazza ci si incontra e ci si vede tutti, poi si decide chi aggregare per "appartarsi" in un luogo chiuso (bar, salotto…) per conto proprio. Credo che questo social network assecondi un intrinseco bisogno di socialità da piazza, da chiacchiere da bar, d'incontro disimpegnato e leggero proprio di quasi tutti noi. In seconda battuta ho notato una differenza nell'utilizzo di facebook da parte dei miei contatti già blogger e di coloro che invece accedono proprio grazie a FB per la prima volta al web 2.0. I blogger sembrano essere più accorti, più misurati, prendono FB come un'ulteriore possibilità di connessione e costruzione del proprio sè in rete, diverso invece dell'utente neofita. Che dite? Impressione soltanto mia? Secondo me varrebbe la pena di ragionarci su insieme…
Io non gioco alla Pet Society, ma credo di aver esplorato quasi tutti gli ambienti e gran parte delle applicazioni di fb.
Sono d'accordo con chi dice che l'uso personalizzato e creativo del social network è proporzionale alla capacità di ognuno di usare/farsi usare dal mezzo; quanto alla teoria secondo cui fb avrà vita breve, mi sembra di sentire chi ipotizzava la fine della TV perchè meno razionale del cinema. Facebook sarà rinniovato e (si spera) reso più funzionale, ma non credo che sparirà a breve.
E' vero, fa perdere un sacco di tempo, modifica/inaridisce lo stile e la sua effettiva utilità varia a seconda delle notizie e delle connessioni del periodo, ma credo che, nel complesso, dia input che, almeno a lungo termine, potrebbero rivelarsi utili..
Mario, ancora un pò e mi sciolgo in lacrime
Comunque confermo che i maestri sono Foucault e Deleuze. Non ho appesantito ulteriormente il post con le dovute citazioni che ora aggiungo velocemente. Obbligatori almeno due riferimenti:
Foucault parla in modo esplicito di dispositivo nel 1977, nel corso di un dibattito con gli psicoanalisti lacaniani della rivista “Ornicar", ma l'opera che ho più utilizzato e rimeditato è Deleuze G., Qu’est-ce qu’un dispositif, Edition du Seuil, Paris 1989, tr. it. Che cos’è un dispositivo?, Edizioni Cronopio, Napoli 2007.
E' un breve saggio che approfondisce in modo sistematico il cocnetto di "dispositivo".
Ma vabbé le citazioni servono forse a poco… anchse se, secondo me, questi due autori ci danno gli strumenti per capire e per dire che cosa succede nel "virtuale".
Per dire come i dispositivo ci forgiano e per dire come noi a nostra volta li cambiamo.
Perché, appunto, quando si analizza la manifestazione del popolo viola, si vede come le persone piegano i dispositivi fino a farne contenitori di vissuti e di idee.
Non vorrei che il mio post fosse preso come un post contro Facebook. E' solo un modo per capire. Ma come ho già detto tante volte FB può diventare il più creativo tra gli strumenti che abbiamo a disposizione. A condizione che lo si conosca, se ne parli, lo si "abiti" con consapevolezza e in modo critico.
E come Facebook così anche il prossimo Facebook e tutti gli altri "luoghi" della rete.
Hai fatto bene, Mad, a rinforzare il nostro scambio con qualche oppurtuna citazione. Va detto, in ogni caso, che il concetto di DISPOSITIVO attraversa tutta l'opera di Foucault, anche se non ha mai messo capo ad una trattazione organica. Sul DISPOSITIVO CARCERARIO vale la pena leggere SORVEGLIAREE PUNIRE, pubblicato da Einaudi. Sul DISPOSITIVO MANICOMIALE è d'obbligo il riferimento a IL POTERE PSICHIATRICO, pubblicato da Feltrinelli nel 2004. L'attenzione ai PROCESSI DI SOGGETTIVAZIONE riguarda soprattutto l'ultimo Foucault, e in particolare i suoi ultimi corsi al "Collège de France": si veda, appena uscito e curato dal sottoscritto, IL GOVERNO DI SE' E DEGLI ALTRI, pubblicato da Feltrinelli…
Sulla soggettivazione in Deleuze e Guattari ci sarebbe molto da dire. Ma intanto si può partire dal testo di Deleuze che tu hai opportunamente segnalato.
Besos… violacei
@Minerva, in effetti non ci avevo fatto caso, ma dev'essere come dici. I blogger ne sanno già più una del diavolo e di conseguenza "ci cascano" meno
Una cosa che emergeva in molti commenti alla nota su FB, che riprendeva questo post, era proprio il fatto che la valanga di utenti che si sono per la prima volta affacciati ad Internet a partire da Facebook, non conoscono altri luoghi della rete e di conseguenza è più facile che si facciano prendere la mano dal dispositivo…
@Rosamaria, anche a me dà l'impressione di un luogo che abbandoneremo lentamente e se lo faremo sarà per andare su un'altra "piazza" virtuale altrettanto affollata e mangiatempo. Ma sono solo impressioni! Quel che invece so è che per esempio nella Pet Society ti danno in dotazione una tv per il tuo pet e non puoi né venderla, né gettarla via, né riciclarla. Devi per forza tenerla. Come se appunto non sia nemmeno ipotizzabile che senza tv si possa stare. E poi un mondo di altre cose, tra cui quella non trascurabile che ti convincono un pò alla volta a buttare un sacco di soldi veri per comprare cose varie al tuo animaletto virtuale. E lo fanno in modo estremamente persuasivo.
ecco appunto
Post interessante e commenti stimolanti
Aggiungo qualche riflessione…partendo dalle critiche. Se si vuol criticare Facebook come spazio commerciale, gli argomenti non mancano (c'è un vecchio post del Guardian, di quando Facebook aveva appena 60 milioni di utenti, che spiegava alcune cose non proprio gradevoli di Facebook e che sarebbe bene non dimenticare: http://www.guardian.co.uk/technology/2008/jan/14/... Detto questo, però, l'argomento "Facebook è uno spazio commerciale, se lo usi lavori gratis per questa o quella azienda" mi pare francamente ozioso, nel senso che è un argomento che si può usare quasi per ogni 'nemico' del momento, per ogni oggetto tecnologico che utilizziamo, così come per molti software.
"Usi Windows? Ma lo sai che Microsoft…", "Apple? Strategie proprietarie all'ennesima potenza, lo sai che…", "Google? I nuovi monopolisti grandifratelli…", "Friendfeed? ma lo sai che ora è di Facebook…", "Twitter? Quelli pensano a fare business, e tu lì che scrivi i tuoi 140 caratteri per aiutarli a far soldi", etc…
Per non parlare di tutto l'hardware che utilizziamo (e che periodicamente gettiamo via creando montagne di rifiuti), che si tratti di notebook, desktop, smartphones, iPod-Phone, lettori vari, etc…
Non voglio ovviamente difendere a priori qualsiasi azienda (sono un utilizzatore convinto di Linux e dell’open source ma utilizzo anche i servizi – ottimi – di Google, etc.). Dico semplicemente che tantissime delle cose o degli spazi che utilizziamo appartengono a imprese private (o a istituzioni non sempre linde, etc.), per cui va bene ricordarlo ed esserne consapevoli, ma non ci possiamo fermare lì. Dal punto di vista delle dinamiche sociali, invece, mi convince l'approccio curioso dell'osservazione partecipante di Maddalena, della comprensione dell’ambiguità inevitabile dei fenomeni complessi, perché personalmente mi pare l’unico approccio veramente utile.
Il paragone con la piazza, o la metafora dello spazio pubblico fisico, regge solo se pensiamo a quella piazza come a uno spazio cangiante, che muta e si riconfigura, diverso per ognuno di noi. Il sistema è reticolare, ma i nostri singoli network sono unici, sono decisi da noi e riguardano in qualche modo la nostra volontà particolare di avere contatti con questa o quella persona. Il mio network personale su Facebook è di circa 700 persone, che sono diverse dalle 700 di un’altra persona, così come sono diverse e uniche le relazioni di ognuno di noi con i propri contatti, rispetto alle altre. C’è chi lo usa quasi esclusivamente per postare articoli o link ad articoli di lavoro o studio, chi posta solo video musicali, chi lo usa per avere un rapporto diretto con i fan, chi per far sapere quel che fa e come sta, etc.
Sulla “gabbia” e l’inaridimento delle possibilità di personalizzazione, etc., mi limito a ricordare che la prima vera “gabbia” è quella tipografica, e proprio quello tipografico – la cara vecchia scrittura a stampa – è un dispositivo nel senso foucaultiano del termine. Per questo mi trovo d’accordo con chi suggeriva qui di riconsiderare il tipo di scrittura che utilizziamo nei social network, sempre più ‘rimediato’ dall’oralità (spesso ce lo dimentichiamo, ma esiste tutto un filone critico che riguarda i limiti, le costrizioni e la violenza del regime comunicativo tipografico…spesso viviamo tutti ancora immersi nel pregiudizio scrittorio per cui quel che è scritto è in qualche modo più rilevante di quel che è orale, e tuttora molte delle letture della comunicazione in chat o nei social network lamentano proprio la ‘contaminazione’ del linguaggio scritto) [continua]
[continua] Personalmente mi limito a ricordare a me stesso – che si tratti di un film di successo, di Facebook o altro – che se ci sono tante persone coinvolte, non può essere una perdita di tempo, mai. Le posizioni dello scrittore snob e elitario che parla ancora di “distinguersi” dalla massa non sono le mie. Da Benjamin e Morin in poi, il mutamento sociale che più mi interessa è lì, quando la quantità diventa qualità, o detto in altri termini, sono convinto che quel che è numericamente importante, sia per forza di cose sociologicamente rilevante. Concordo con Maddalena quando scrive che esistono “pratiche collaborative e creative che ci permettono di rendere qualsiasi luogo della rete un'occasione per non farsi solo omologare, ma per diventare anche soggetti costituenti”. Credo anzi che dobbiamo vivere continuamente nell’equilibrio tra omologazione e distinzione (è la nostra condizione in quanto esseri sociali presi tra individuo e società, o nei meccanismi della moda descritti da Simmel, etc.). Anzi, credo che senza omologarci non potremo mai capire il mutamento sociale (avrete sentito anche voi in questi giorni “Io? Non vado assolutamente a vedere Avatar”, “il polpettone di massa americano? Mai”, etc. ). Lo standard non è necessariamente un male, così come l’individualizzazione estrema non è affatto una cosa positiva. Imho, naturalmente
Ho invece un dubbio su quel che diceva Maddalena in relazione allo “spostamento al visivo” della comunicazione nei sn, semplicemente perché sono d’accordo con McLuhan sul visivo come dominio anche della scrittura. Ma qui entreremmo in altri discorsi, e credo di aver già usato anche troppo spazio
@Mario, grazie del tuo articolato comento. Sul passaggio al visivo non ci sono dubbi: la scrittura (e poi l'invenzione della stampa, in particolare) sono stati il primo importante passaggio. Oltre a MCLuhan c'è anche Ong che ha lavorato molto su quersto punto. Con gli schermi del pc si potenzia lo spostamento al visivo e il legame fortissimo tra parola, scrittura e immagine Nel virtuale fanno un tutt'uno e dove è ancora possibile "distinguerne" i piani, si tratat comunque di daperne leggere le relazioni, i nessi. D'accordo con te su questo punto. E grazie epr ilr esto del tuo articolato commento
Si può anche semplicemente non stare su FB e vivere molto più felici ^^"
certo!
Conosco già parecchia gente che dopo aver fatto parte per un po' di Facebook ne è uscita, per "saturazione" o semplicemente per noia, e credo che prima o poi seguirò il loro esempio. Facebook era nato in principio solo con l'idea di offrire alle persone un mezzo per ritrovare ex-compagni di scuola o vecchi amici dispersi chissà dove, poi l'aumento degli iscritti ne ha fatto qualcosa di più e di diverso, in effetti la definizione di "piazza virtuale" mi sembra azzeccatissima.
Però, in definitiva, quando ci vado e leggo ciò che viene pubblicato dagli utenti, il più delle volte mi rendo conto che a me non interessa minimamente sapere se Tizio in quel momento si annoia o Caio è andato a fare la spesa (buona parte dei post sono più o meno così), mentre la natura stessa del sito rende difficoltoso selezionare e leggere con attenzione le note su argomenti più interessanti, che si leggono meglio nei blog.
@Annamaria, se ci fosse un "ritorno al blog" io ne sarei contentissima. Quanto tempo in meno si perdeva !!!
Eh si…effettivamente il blog offre la possibilità (non per questo da tutti sfruttata) di instaurare un più profondo livello di scambio e di comunicazione, che invece su facebook resta sempre piuttosto galleggiante e "liquida". Uso apposta questo termine perché nei rapporti interpersonali che si sviluppano su facebook spesso noto delle componenti di liquidità quali quelle analizzate da Bauman nel suo "Amore liquido". Un genere di rapporto per nulla vincolante, deresponsabilizzato (anche per quanto riguarda la qualità dei contenuti veicolati grazie alla propria pagina), attento ad un immediato che non implica di necessità una presa di posizione nei legami, nè un investimento emotivo.
Molto interessante l'articolo, mi piace l'idea della piazza, dell'agorà dove ci si incontra anche per caso, e mi piace l'idea di essere identificati senza doversi nascondere dietro le maschere….mi inquieta a volte la vacuità degli interventi, il blablabla fine a se stesso, la vanità di chi si bea della sua presenza….ma tutto sommato mi diverte…
[...] consigli dei due esperti, quindi, vanno in una direzione esattamente opposta ad un uso consapevole di Facebook: perché mai dovrei considerare un social network come Facebook un luogo sicuro in cui poter [...]
Bellissime riflessioni e soprattutto vere! ma credo che non solo la rete o facebook nello specifico, sia omologante e tutto il resto: ma è la vita di tutti i giorni ad esserlo. Tocca a noi riuscire a staccare le due realtà!
Un abbraccio a tutti! Ho la tendenza ad abbracciare anche nella vita reale!
Rosanna
@ Rosanna, accidenti mi ero persa un abbraccio ! Ricambio, in ritardo, ma con piacere
[...] Facebook vs Blog è stato approfondito negli ultimi tempi dagli studiosi della Rete, come da Maddalena Mapelli. Questo tra l’altro, non a caso, è stato il tema del primo post su questo nuovo [...]
[...] accaduto. Facebook come da tempo scriviamo è un dispositivo persuasivo ed omologante [leggi qui] che chiede a tutti noi di essere un “individuo” con un “nome e cognome” e [...]
Non saprei, la tua idea è originale e stimolante, ma credo che se senti il bisogno di cambiare facebook, di forzarlo, di promuovere una “manifestazione” di dissenso, in fondo qualcosa che ti piace c’è, o no? Non è la culla della democrazia nè dell’ingegno, ma proprio per questo non deve essere perfetto, credo.