Mario Galzigna / parte prima. I concetti di “parresìa” e di “dispositivo” in Michel Foucault. Si tratta dell’introduzione alla Giornata Seminariale “Scrittori all’Arsenale” promossa dalla Scuola di Dottorato in Scienze della Formazione e della Cognizione dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, il 23 ottobre 09, nell’ambito di VeneziaCamp.
Mario Galzigna – parte prima 23/10/09 VeneziaCamp from ibridamenti on Vimeo.
Mario Galzigna / parte seconda. “Dispositivi” e “processi di soggettivazione” in Michel Foucault. Si tratta della seconda parte dell’intervento di introduzione alla Giornata Seminariale “Scrittori all’Arsenale” promossa dalla Scuola di Dottorato in Scienze della Formazione e della Cognizione dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, il 23 ottobre 09, nell’ambito di VeneziaCamp.
Seconda parte dell’intervento di Mario Galzigna
Mario Galzigna “Scrittori all’arsenale” from ibridamenti on Vimeo.
Appunti
Mario Galzigna, Foucaul e la parresìa. Parole di verità contro i dispositivi.
La funzione-autore in Foucault e i soggetti colelttivi dell’enunciazione.
Tre concetti, tra quelli messi in campo da Michel Foucault lungo tutta la sua opera, ci sembrano utili come punto di partenza per il nostro dibattito: la parresìa, il dispositivo, la funzione-autore.
Parresìa. Per definire il concetto di parresìa, così come emerge nell’ultimo Foucault, farò riferimento al Corso al Collège de France del 1982-1983, da me tradotto e curato, ora in libreria (Il governo di sé e degli altri, edizione italiana a cura di M. Galzigna, Feltrinelli, 2009) e al Corso dell’anno accademico successivo, non ancora tradotto (Le courage de la vérité, Gallimard-Seuil, Paris 2009). Posta in gioco di questa analisi foucaultiana della parresìa antica: la ridefinizione del ruolo politico e della necessaria indipendenza critica del lavoro intellettuale visto nei suoi rapporti con i poteri, cioè con i dispositivi di sapere-potere a cui ogni presa di parola – orale o scritta – necessariamente appartiene. Propongo qui una definizione generale del concetto di parresìa, tratta dal Corso del 1983 (p. 62):
“Quali che siano le forme in cui questa verità viene detta – quali che siano le forme assunte dalla parresìa nel momento in cui si fa ricorso ad essa – vi è sempre parresìa quando il dire-il-vero emerge in condizioni tali che chi lo dice o lo ha detto dovrà subire per questa ragione delle conseguenze onerose. In altri termini, se si vuole analizzare la natura della parresìa, non lo si deve fare, io credo, né sul versante della struttura interna del discorso, né su quello della finalità che il discorso vero cerca di raggiungere rispetto all’interlocutore, ma sul versante del locutore: cioè sul versante del rischio a cui va incontro il locutore stesso quando dice la verità. La parresìa va cercata sul versante dell’effetto che il dire-il-vero può produrre sul locutore: dell’effetto di ritorno che il dire-il-vero può produrre sul locutore a partire dall’effetto che egli produce sull’interlocutore”.
Da questa definizione possiamo dedurre tutta una serie di conseguenze, cruciali e problematiche – oggetto della nostra discussione – che mettono in gioco, oggi, il senso e l’efficacia della scrittura vista nei suoi rapporti con la verità, con i poteri e con i suoi dispositivi.
Dispositivo. Il concetto di dispositivo ricorre frequentemente in Foucault, soprattutto a partire dal 1970, cioè dalla svolta “genealogica” della sua ricerca. Propongo qui, come punto di partenza, la mia traduzione di una definizione del concetto di dispositivo proposta da Foucault nel 1977, nel corso di un dibattito con gli psicoanalisti lacaniani della rivista “Ornicar”:
“Quel che cerco di individuare, con questo nome, è, in primo luogo, un insieme risolutamente eterogeneo, che comprende discorsi, istituzioni, allestimenti architettonici, decisioni regolamentari, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali, filantropiche, in breve: il detto tanto quanto il non detto, ecco gli elementi del dispositivo. Il dispositivo stesso è la rete che possiamo stabilire tra questi elementi.
In secondo luogo, ciò che vorrei individuare nel dispositivo è proprio la natura del legame che può sussistere tra questi elementi eterogenei. Così, un determinato discorso può apparire talora come programma di un’istituzione, talora invece come un elemento che permette di giustificare e di mascherare una pratica che di per sé rimane muta, oppure può funzionare come reinterpretazione seconda di questa stessa pratica, fornendole l’accesso a un nuovo campo di razionalità. In breve, tra questi elementi, discorsivi o non discorsivi, vi è una sorta di gioco, con cambiamenti di posizione e mutamenti di funzione che possono essere, anch’essi, assai differenti.
In terzo luogo, per dispositivo intendo – diciamo – una sorta di formazione che in un determinato momento storico ha avuto soprattutto la funzione di rispondere a un’urgenza. Il dispositivo ha dunque una funzione strategica dominante. E’ stato ad esempio il caso del riassorbimento di una massa di popolazione fluttuante che una società ad economia di tipo essenzialmente mercantile considerava ingombrante: vi è stato, in questo caso, un imperativo strategico che ha funzionato come matrice di un dispositivo, il quale è divenuto, poco a poco, il dispositivo di controllo-assoggettamento della follia, della malattia mentale, della nevrosi”.
Il dispositivo produce, forgia, plasma il soggetto. Al tempo stesso, però – ed è questa l’ultima svolta, che potremmo definire antideterministica, del pensiero foucaultiano – esso è attraversato da processi attivi di soggettivazione. Il soggetto costituito ha anche la possibilità di diventare soggetto costituente, capace di costruire la propria identità. Capace di elaborare condotte di resistenza, di lotta, di rivolta: capace di produrre comportamenti e atteggiamenti antagonisti che spezzano, ribaltano o destrutturano quegli stessi dispositivi entro i quali esso ha preso forma. In questo gioco, in questa oscillazione continua, spesso drammatica, tra determinismo e libertà – tra orizzonte della determinazione e orizzonte della soggettivazione – è oggi possibile ripensare il principio dell’autorialità. E’ cioè possibile problematizzare e storicizzare quella “funzione-autore” sulla quale Foucault si è interrogato nell’oramai lontano 1969.
La funzione-autore, dunque. Facciamo riferimento al modo in cui la pensa e la tematizza Foucault nel suo celebre testo “Che cos’è un autore?” (il testo, come è noto, è tratto da una conferenza-dibattito a cui prese parte, tra gli altri, anche Jacques Lacan). L’argomentazione di Foucault, sottile e articolata, è ben chiara rispetto alle sue finalità principali, molto evidenti in questo passaggio, dove per “soggetto” si intende l’autore, o, meglio, la “funzione autore”. Sentiamo:
“Come, secondo quali condizioni e sotto quali forme qualcosa come un soggetto può apparire nell’ordine dei discorsi? Quale posto può occupare in ogni tipo di discorso, quale funzione esercitare, ed obbedendo a quali regole? In breve, si tratta di togliere al soggetto (o al suo sostituto) il suo ruolo di fondamento originario, e di analizzarlo come una funzione variabile e complessa del discorso.
L’autore – o ciò che ho provato a descrivere come la funzione-autore – è probabilmente soltanto una delle specificazioni possibili della funzione-soggetto. […] Si può immaginare una cultura dove i discorsi circolerebbero e sarebbero ricevuti senza che la funzione-autore apparisse mai. Tutti i discorsi, qualunque sia il loro statuto, la loro forma, il loro valore e qualunque sia il trattamento che si fa loro subire, si svolgerebbero nell’anonimato del mormorio”
Una riflessione storico-critica sull’autorialità potrebbe prendere spunto da queste pagine. “Non c’è autore – è stato detto – senza diritti d’autore” (B. Edelman, Le sacre de l’auteur, Seuil, Paris 2004): un assetto giuridico relativamente recente, quello dei diritti d’autore, che risale al Settecento. La riflessione storico-critica sull’autorialità avviata da Foucault si interseca con la relativizzazione storica dell’autore messa a punto da Bernard Edelman, proprio a partire da una rilettura del testo del 1969. Non è stata ancora scritta una genealogia della sottrazione autoriale, che affondi le sue radici nella nostra plurisecolare tradizione letteraria, a partire dai poemi omerici. Un tema di bruciante attualità, soprattutto dopo l’avvento della rete…

















