Che attinenza tra condividere e distacco? Ancor prima di parlare di una probabile separazione che può interessare la condivisione è necessario introdurre la fase antecedente, quella dell’attrazione o dell’eros. E qui il senso comune, caro lettore, ci porta subito a pensare “male” e a dare luogo a preconcetti che portano a fuorviare un significato originario. La condivisione, parola oggi svalutata nell’atto che presuppone l’invito alla partecipazione da parte di altri, coinvolge nel presente tutti, indistintamente. Anzi tutti e tutto, poiché siamo portati a condividere foto, pensieri, attività quotidiane. Ma (fortunatamente) operiamo una certa scelta nel sottoporre ad altri parte del nostro mondo interiore. E’ quella che io chiamo “condivisione analogica”. Perché analogica? Perché non si serve dello strumento multimediale per veicolarsi bensì del gesto, del donare o del prestare.
Con Mari, insieme ad altri colleghi, portiamo avanti, in gruppo, un progetto che ci accomuna. I nostri rapporti sono quelli tipici di colleghi, rispettosi e cordiali. Non mi è dato sapere se Mari fosse già a conoscenza del mio mondo interiore fatto di studi e ricerche, fatto sta che, senza averlo richiesto, mi presta un libro che, guarda caso, tratta dei risvolti psicologici che sottostanno ai distacchi, non quelli personali, bensi dalle cose: “Distacchi e altri adii di Gianna Schelotto”. Mi soffermo sul gesto del prestare. La condivisione “analogica” presuppone che non si condivida tutto con tutti, ma una determinata cosa ad una precisa persona. Perché? Ritengo sia una sorta di privilegio quella di aprire una porta che benché non permetta (e giustamente) di avvicinarsi al centro dell’interiorità autorizza, comunque, di interagire in maniera più significativa e profonda. La costruzione a sfoglia di cipolla che ci protegge e ci avvolge diviene più sensibile permettendo all’altro di eliminare gli strati più esterni. Condividere, dunque, come attrazione ed eros nel senso junghiano del termine (mi viene in mente anche Hillman che si è espresso in merito) ma anche come successivo distacco. Aprire le porte del proprio essere non significa che esse debbano restare aperte vita natural durante. Anzi. Il mezzo della condivisione analogica esperimenta e sottopone a giudizio l’altrui considerazione che, per quanto possa trovare una felice ripetizione, può anche ritornare sui propri passi. Ed è giusto che sia così. Come è giusto relegare in spazi inaccessibili un determinato libro che, benché magari sia ad ampia diffusione, ci piace pensare di averlo letto solo noi e che nessun altro debba passare lo sguardo. E pertanto lo nascondiamo.
Antonello Bellanca, 19/04/2008
[P.S. come hai avuto modo di notare, caro lettore, nel post manca il link che avrebbe dovuto indirizzare verso un blog e/o sito di Mari. Non è un errore: Mari non gestisce alcun spazio virtuale. Ma d’altra parte se fosse stato diversamente forse non avrei potuto assaporare e ricordare la forma originaria di condivisione]


















mi piace molto il tuo post, Antonello perché pone in relazione eros, attrazione come presupposti per cogliere i significati della condivisione in rete: punto di passaggio obbligato per poter poi parlare del distacco.
Complimenti e benvenuto su Ibridamenti.
Antonello, prima di tutto, grazie per l’invito.
La differenza l’abbiamo notata per le macchine fotografiche. Analogiche o digitali.
C’è chi preferisce l’una o chi preferisce l’altra per vari motivi. Se di buona qualità ambedue fanno ottime foto.
Quindi, secondo me, il discorso vale anche per la condivisione. Se c’è una certa “qualità” la preferenza tra analogica o digitale diventa un fatto esclusivamente personale. Una scelta fatta secondo le esigenze di ciascuno. Il meccanismo che sta alla base della condivisione non cambia. Che poi uno non esclude l’altro. Una persona che nella vita “reale” prova piacere nel condividere, lo proverà anche, in un certo modo anche in uno scambio virtuale.
Nemmeno la scelta di cosa o con chi condividere per me cambia. L’eros, come accenni anche tu, regola parte delle nostre azioni analogiche tanto quanto regola alcuni dei nostri comportamenti virtuali. L’immaginazione, in quest’ultimo caso, gioca un ruolo fondamentale.
Cara Donatella, benvenuta qui e grazie per aver postato. Tu che ami l’arte sai meglio di me come tutte le produzioni artistiche han sofferto di invidia da pare delle precedenti. Lotte furenti tra pittori e amanti della fotografia, ad esempio. Ma il senso del post non è imperniato sull’arte in senso stretto bensì sul gesto. La vita digitale, veicolata dal terribile, invasivo e trasparente mezzo multimediale, come ben dici, mette a dura prova l’immaginazione per far si che noi costruiamo un’identità dell’altro che spesso non è quella reale. Inoltre tutte le sensazioni trasmesse dai sensi (odori, sguardo, movimento delle mani, rossore del viso…)vengono meno ma quello che non potrà mai esistere è, appunto, il gesto!!
Quando ho iniziato la mia avventura come blogger ricordo di aver scritto:
Amo incondizionatamente il mondo analogico della scrittura e della musica e di tutte le forme dell’arte. Convivo con la dovuta rassegnazione con il mondo digitale
La convivenza forzata con il mondo digitale è d’obbligo altrimenti rischi di essere emarginato da un contesto che comunque (ritengo) non ama alla follia la multimedialità. E allora si vive con la nostalgia analogica, del libro o del disco prestato, dello sguardo seducente e casuale, dell’attenzione inaspettata. Nel mondo digitale esiste, a mio parere, l’intenzionalità di suscitare interesse e scalpore, come nel condividere “forzatamente” foto e musiche, e la magia della condisione viene meno, mortificandosi. Una delle frasi che ricorre spesso, durante la presunta, breve ed effimera magia di un rapporto epistolare digitale è: “dovremmo incontrarci“. La “traduzione” analogica diviene: sarebbe bello conoscerti casualmente per poi condividere pensieri ed emozioni virtuali. E’ una visione romantica, lo ammetto, di un serendipity assolutamente utopico e fuori tempo. Andare contro corrente “cercando di vivere in un ipotetico passato” è patetico, non c’è dubbio. Ma le idee han bisogno di essere nutrite e coltivate per costruirsi un’identità. Analogicamente grato, Antonello
Due sole cosine.
Uno, quando dicevo che l’immaginazione gioca un ruolo importantissimo nella condivisione virtuale parlavo proprio di come essa possa sostituire in qualche modo le sensazioni dei sensi. A volte anche l’immaginazione è travolgente e i sensi, in un certo modo, sono stimolati comunque.
Poi sul fatto dell’incontrarsi.
Secondo me con l’avvento del “mondo virtuale”, non si sono stravolti i meccanismi, ma sono solo cambiate le modalità. La successione dei fatti, ad esempio. Prima ci si conosceva poi si aveva uno scambio. Ora l’opposto, prima condividi poi, se è il caso, ti incontri.
Una volta si sceglieva di più su una base “geografica”, di vicinanza. Ora, invece, la scelta è più centrata sulle affinità.
trovo molto interessante questo scambio perché attribuisce all’immaginazione un ruolo di primo piano nella produzione dei contenuti e delle relazioni nel virtuale. Se infatti si svilisce il ruolo di quella che gli antichi chiamavano phantasìa non è possibile approcciare in modo corretto le relazioni e i contenuti generati in rete. Non credo sia una questione di occuparsi di arte o meno: ma di riconscere un ruolo cognitivo di primo piano all’immaginazione, alla capacità non solo di recepire passivamente le immagini, ma di crearne, a nostra volta di nuove, in un gioco infinito. A tal punto, nel virtuale, si è facilitati a “costruire mondi”, a “essere creativi”, a “immaginare” che si arriva produrre continui riposizionamenti dell’imamgine di sé e degli altri. E certo si chiede anche di arrivare a creare mondi al di fuori. Di incontrare, anche nella realtà, le persone con cui si entra in contatto…
@Donatella. Bè, in effetti, come hai posto la questione, si apre un’altra porta (e spiraglio di speranza) sulla condivisione multimediale che comunque, si serve di noi e dei nostri sensi che si affinano e diventano più sensibili. Sul ridimensioanmento delle distanze, che si accorciano, nulla da eccepire…grazie, A.
@Mad: Ops..mi è scappato l’invio mentre dovevo rispondere anche a te: intanto non finirò di ringraziarti per l’opportunità che mi dai nell’ospitare, qui, i miei pensieri. Dal post traspare l’odio ed amore nei confronti del mezzo multimediale che per quanto sia un’ottima opportunità per creare mondi raffinando la fantasia è pur sempre una macchina e, come dice Heidegger, la tecnica si Impone. Metti anche che essa diventa un estensione dell’uomo (Longo-Simbionte) capirai come la multimedialità mostri il lato più oscuro e subdolo nel momento in cui prende il sopravvento aggravato da un uso incontrollato. Ed ecco che riaffiorano le nostalgie per l’antico mondo analogico…In conclusione: anche l’immaginazione andrebbe educata, insieme ad un uso responsabile del mezzo multimediale. Ma questo, ovviamente, IMHO…
grazie a te Antonello, per le tue riflessioni. Adesso capisco meglio la tua posizione. Sulla formazione condivido in pieno la tua posizione. Sulla tecnica, meno, perché più si abitano i “mondi virtuali” (grazie alle tecnologie che sono sempre più facilitanti) più ci si rende conto che è come abitare un villaggio, una città, un luogo insomma in cui la cogenza omologante dei dispositivi non riesce a impedire l’affermarsi delle differenze, dei talenti individuali e dell’identità culturale. Le tecnologie facilitano e favoriscono pratiche di condivisione, di cooperazione, di innovazione. Sempre se sono ben utilizzate, certo, e se si riesce, in qualche modo, ad andare oltre.
@Mad: sì, il senso è proprio quello da te individuato. Una sorta di visione romatica tra odio e amore. Razionalmente, oggi, senza la tecnologia la regola delle 3C verrebbe meno e sappiamo i danni prodotti dalla non-conoscenza. Ibridamenti è una grande palestra, dove le idee viaggiano e si evolvono, da una testa ad un’altra. Ma la mia paura, credimi, è che la fantasia prenda il sopravvento…ma questa un altra storia…un andare oltre, appunto
Intanto, mio caro Antonello, apro ringraziandoti anch’io di avermi invitato qui.
Oggi ho fatto una scoperta .
Ero su un forum di cucina ed una voleva un’idea su una ricetta ed io ho postato il mio consiglio.
Subito dopo il mio intervento un’altra scrive..esattamente la stessa cosa! e quella che aveva bisogno dell’informazione la ringrazia tantissimo per l’idea! allora ho aggiunto che era la stessa cosa che avevo scritto io ed ho chiesto se fossi trasparente…mi viene chiesto se sono una che se la prende…
In effetti io me la sono presa, ma l’ho buttata sullo scherzo.
Non è la prima volta che vedo succedere una cosa così anche ad altri e mi sono sempre chiesta come mai, ma ora l’ho scoperto: succede perchè nessuno legge quello che scrivono gli altri! Leggono l’inizio del post e poi dicono la loro, senza leggere tutti gli altri interventi, perchè in realtà non vogliono avere un confronto od uno scambio di idee, l’importante è dire la propria e far sapere agli altri che si esiste, ma dell’esistenza altrui poco importa…
Mi chiedo: ma sono l’unica che legge tutto? e che riporta anche quello che dicono gli altri quando approvo quello che dicono?
Comunque lo stesso problema l’ho riscontrato nel reale, magari in un salotto o ad una cena: la gente non è interessata anche ad ascoltare, ma solo a dire la propria e,spesso, quando tace non è perchè sta ascoltando l’interlocutore, ma solo perchè sta pensando a cosa dirà dopo…
Anche nel mondo reale è tutto finto, alla gente non importa un fico secco degli altri, certe volte mi sembra di essere l’unica che ascolta in un mondo di sordi…o di autistici…ecco autismo forse è la parola giusta, ognuno chiuso nel suo mondo, piccolo o grande che sia, solo che, anzichè isolarsi, si buttano nella mischia per far sentire quello che autisticamente pensano.
Condivisione? Ma c’è veramente chi vuol condividere? Devo dire che ho accolto entusiasticamente Facebook proprio per la facilità con cui approccia la condivisione e questa cosa mi ha anche entusiasmata, ma poi tutto si riduce, al solito, ad una vetrina personale e nel disinteresse altrui.
Sono una persona a cui piace condividere, soprattutto nel bene, se una cosa mi emoziona vorrei che emozionasse chi conosco ed a cui so che piacerebbe e trovo abbastanza sconfortante questo arroccamento generale.
Comunque il virtuale è lo specchio perfetto del reale..o forse è il reale che si sta adeguando perfettamente al virtuale?
Carissima Ela; intanto grazie per avermi seguito anche qui. Quanto esprimi, credo, coinvolge gran parte degli utenti virtuali che si trovano ad operare nei social network. Non mi addentro nelle dinamiche che andrebbero analizzate da chi ha più competenze in merito, piuttosto del perchè “si resta male” non ricevendo il dovuto riscontro.
L’ho già detto mille e più mille volte. E’ una considerazione prettamente personale, intendiamoci, ma più passa il tempo e più si rafforza in me quest’idea: parte delle persone (la maggioranza, credo) che milita qui dentro cerca solo ed esclusivamente un pò di visibilità che nella realtà è difficile, al giorno d’oggi, trovare. Cosa dà in cambio? La propria conoscenza. Purtroppo nelle dinamiche interpersonali virtuali cadono tutte quelle barriere che nella vita reale sono indispensabili: buon senso, atteggiamento, ascolto, attenzione e quant’altro. Ed allora diventa un gran caos. Non posso dare certo torto a Maddalena per l’intrinseca importanza dei social network (quante cose abbiamo imparato su fb, su arte e musica, Ela?) e della conoscenza condivisa però mi sia ammessa una piccola critica circa l’attenzione da donare; tutto qui. Ecco perchè in un epoca dettata dal “tutto e subito” velocità e brevità del messaggio, baci e abbracci finti, mi sono seriamente commosso quando una collega mi ha voluto regalare attenzione prestandomi un libro. E con questo antico e obsoleto gesto ha permesso di condividere, le rispettive interiorità.
Comunque, a scanso di equivoci, non c’è un meglio o un peggio. C’è un mondo che cambia ma non è detto che noi dobbiamo cambiare in ugual misura.
Grazie infinite Ela, un abbraccio.