Coerenza cinematica archetipica

Albero della Vita

Albero della Vita, rilievo in alabastro dal Palazzo di Assurnasirpal II a Nimrud, 883-859 aC ca

Non esiste cultura, antica o moderna, arcaica o civilizzata, che non possieda i suoi miti. Molti miti si assomigliano, pur appartenendo a popoli vissuti in epoche diverse e in luoghi molto lontani. In alcuni miti dell’America si raccontano storie uguali a quelle di altri miti dell’Asia o dell’Africa o dell’Europa. Cambia il nome dei personaggi, cambia l’ambiente geografico, l’epoca, cambiano altri particolari ma l’intreccio di base e il significato sostanziale delle storie, restano gli stessi.

Le fiabe, i miti, le narrazioni in generale, consentono pertanto di studiare l’anatomia comparata della psiche collettiva, ovvero di “ipotizzare paragoni tra ieri ed oggi”. Alcune “costanti naturali” sono l’espressione più pura dei processi psichici dell’inconscio di massa e di base rappresentano gli archetipi in forma semplice e concisa, su cui di volta in volta si stratificano o con cui si intersecano elementi e contaminazioni culturali. Ad un livello più ampio alcune narrazioni sono ritenute una compensazione inconscia dei valori dominanti di una determinata società.

Jung si accorse dunque di questa cosa singolare: esistono alcune immagini che sono universali, che si ritrovano in contesti lontani nello spazio e nel tempo. Chi abbia una conoscenza anche solo superficiale dei testi sacri delle religioni, può ad esempio verificare la presenza del simbolo dell’albero sia nella Genesi (l’albero della vita e l’albero del bene e del male), nella Bhavagadgita indiana (l’albero Asvattha) e nella mitologia nordica (l’albero cosmico Yggdrasil).

Ma Jung scopre anche simboli meno comuni, la cui ricorrenza non può essere casuale. La storia è abbastanza nota: un suo paziente malato appunto di psicosi, ad esempio, aveva la visione di un sole dotato di fallo che oscillando provocava il vento. Jung si sorprese non poco quando scoprì che un simbolo simile, legato anch’esso all’origine del vento, si trovava nell’antica religione del dio Mitra. Il paziente non avrebbe potuto trarre la propria allucinazione dal mito religioso, poiché il papiro che informava della presenza di questo simbolo nella religione mitraica era stato pubblicato solo di recente e di certo il paziente non ne era a conoscenza, né aveva mai viaggiato. Jung postulò che il simbolo del sole con il fallo è un simbolo che si trova dentro di noi, in ognuno, e che emerge tanto nelle visioni degli schizofrenici (in cui l’Io è sopraffatto, frammentato, permeabile alla fuoriuscita, all’eruzione di queste immagini per così dire) quanto nei miti (e nelle liturgie religiose).

Queste immagini universali sono ciò che Jung chiamò archetipi. Dove si trovano questi archetipi? Nell’inconscio, evidentemente, poiché non sono immediatamente accessibili alla coscienza, cui si presentano solo attraverso le immagini. Tuttavia questo inconscio non può essere quello personale, dal momento che si tratta di immagini universali e primordiali, che prescindono dall’esperienza dei singoli. Si tratterà dunque di un inconscio impersonale, collettivo, che tutti gli uomini hanno in comune. Jung chiamò questo “inconscio collettivo”. Per quanto riguarda come una inflazione della psiche, determinata dal conflagrare di queste immagini (forme), possa corroborare i deliri (contenuti) di grandezza e i timori e gli agiti paranoicali rimando a Due testi di psicologia analitica, pubblicato da Bollati Boringhieri e, probabilmente, a Karl Theodor Jaspers.

Gli archetipi mostrano anche le tappe del processo di maturazione della personalità, modellando il comportamento personale della psiche ed essi producono situazioni tipiche di vita nella loro forma più pura, come “costanti naturali”, non condizionate dalla storia personale o dalla psicologia. Il fatto che i racconti siano tramandati di generazione in generazione dimostra l’universalità del significato nei loro temi archetipici. Gli stessi personaggi non vengono intesi in termini di Ego individuale, bensì come costruzioni archetipiche. La coerenza cinematografica (o cinematica) archetipica è la capacità di cogliere in maniera accurata e creativa la struttura archetipica inerente ad una storia (per quanto ne so il termine è stato coniato da Michael Conforti nel 2005 in un articolo del numero 73 di “Spring”). Essa si sostanzia nella congruenza della forma, al di là delle sfumature di contenuti.

Il cinema è in fondo un racconto di antiche verità, che consente di accedere al mondo degli archetipi ed alla realtà da essi generati. Ogni dramma archetipico è vissuto secondo le dinamiche e le dominanti di quel campo e le narrazioni sovente corrispondono in maniera sorprendente ai temi collettivi eterni (universali; si parla di fedeltà alle dominanti archetipiche, ibidem).

Questi motivi soddisfano un’esigenza psicologica e spirituale primitiva. È la consapevolezza che consente ad un individuo sia di stabilire una relazione (contatto) con una dimensione “ancestrale”, sia di produrre una reazione maggiormente personale in relazione a quell’evento, in un dato momento. Questo vale sia per il regista che per lo spettatore e verosimilmente il tipo di reazione ad una data “costante naturale” nella sua dimensione collettiva evolve e muta (nei contenuti ma non nella forma) col passare del tempo.

La critica non detta di Jung al cinema è lo stesso difetto dell’analisi, quando venga considerata come un momento delimitato e non un atteggiamento nei confronti della vita intera. Andare al cinema può essere un semplice momento di fuga dalla vita quotidiana, un compartimento avulso dal resto, un paio d’ore d’aria e/o di alienazione, una perdita di tempo senza conseguenze. Jung scrisse nel breve saggio intitolato Il problema psichico dell’uomo moderno, nel 1928: “Il cinematografo (…), come i romanzi polizieschi, permette di vivere senza pericolo le emozioni, le passioni, le fantasie, destinate, in un’epoca umanitaristica, a dover soccombere alla rimozione”. Non contatto critico con l’imperituro dunque ma, al massimo, momento di evasione da una realtà all’altra, senza curarsi che le due si tocchino: fruizione inconsapevole, sorta di anestesia.

Anche se questa è una possibilità più che reale, vorrei sforzarmi di pensare che è possibile anche il contrario: il cinema non estingue la fiamma delle emozioni perché ci permette di identificarci e viverle senza pericolo, anzi può fornirci uno strumento per comprenderle meglio e portare poi nel mondo una rinvigorita e più consapevole voglia di fare anima.

13 comments on “Coerenza cinematica archetipica
  1. L’ articolo traccia un ponte con il saggio DSM-cinema e psiche pubblicato un anno fa da Lanzaro. L’ autore evidenzia infatti che proprio il racconto attraverso le immagini sollecita la dimensione ancestrale della psiche collettiva, che Jung ha delineato nelle “costanti naturali” caratterizzanti miti e fiabe simili, nonostante appartengano ad epoche e luoghi differenti. L’ inconscio di massa di base è l’ archetipo e sostanzialmente Lanzaro afferma che fa da filtro rispetto alla fruizione dello spettacolo cinematografico. E’ perciò la critica e la riflessione sulla produzione cinematografica trova uno strumento fondamentale di analisi proprio nel riscontro della “coerenza cinematica archetipica”. L’ interesse culturale di questa sottolineatura va ovviamente a merito del suo autore.

  2. Interessante e originale il binomio psiche-cinema. Ho letto e riletto questo articolo e mi piace tantissimo. Complimenti vivissimi all’autore e grazie mille per le nuove nozioni che non conoscevo.

  3. Amazing!
    Non vado molto spesso al cinema, ma quando succede scelgo attentamente con quale archetipo ho voglia di fare anima…adesso capisco 🙂
    Complimenti all’autore!

  4. Mi piace e concordo con la lettura del cinema come avente le funzioni del mito. In questo senso andare al cinema come fuga da se ma anche come incontro con sé stessi se i contenuti che vi proiettiamo vengono resi più tollerabili in quanto proiettati sullo schermo altro da sé.

  5. Attraverso il cinema l’uomo si esprime semplicemente con un linguaggio differente dall’unico che oggi gli è riconosciuto: quello scientifico. Ovvero, egli esprime le sue intuizioni non solo attraverso la scienza, l’arte è una modalità alternativa di espressione. La scienza e il pensiero razionale possiamo dire che siano mossi principalmente dall’archetipo della Grande Madre, invece, per quello che posso concludere dopo diverse riflessioni e letture è che l’arte da modo all’uomo di “dar voce” a più archetipi e di conseguenza di dar voce a una molteplicità di esigenze spirituali e psichiche; l’uomo non ha bisogno semplicemente di essere rassicurato “da questa Grande Madre” di poter controllare il cosmo attraverso le leggi della fisica…l’uomo ha bisogno di amare, di meravigliarsi, di percepire la magia della natura e il senso di appartenenza. Tornando alla forma d’arte del cinema, personalmente non ritengo che la maggior parte degli individui utilizzino queste “due ore di film” come “rifugio della mente”. I temi toccati dai film toccano l’uomo, il regista parla dell’uomo e di ciò che più lo tormenta o lo interessa; il regista è l’artefice di un sogno collettivo e potrebbe aiutare chi di sogni non ne ha. In accordo con l’autore dell’articolo ritengo dunque che sia importante non prendere in considerazione la visione di un film come un momento a sé stante e di alienazione. Concludo riportando una frase di Jung (1931,Psicologia analitica e arte poetica): “Come nel singolo individuo l’unilateralità dell’atteggiamento cosciente è corretta da reazioni inconsce di autoregolazione, cosi l’arte rappresenta, nella vita delle nazioni e nelle diverse epoche, un processo di autoregolazione spirituale”.

    • Grazie. Un commento di cui sono felice, per la sensibilità all’argomento e le acute riflessioni. Più che appropriata la citazione.

    • “Fare anima”! Il cinema ci riesce sempre molto bene. Tocca le corde emotive più sensibili, il filo rosso tra realtà e mondo immaginario. Tra realtà e mito, perché i miti ci permettono di esplorare i comportamenti umani sempre.

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