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	<title>Ibrid@menti &#187; E-learning juice</title>
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	<description>Blog collettivo ideato dall'Università Ca' Foscari di Venezia per proporre nuovi modelli di ricerca universitaria</description>
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		<title>Realtà aumentata e apprendimento mobile al Museo Archeologico</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 14:16:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliana Guazzaroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una sperimentazione singolare è in corso al Museo Civico Archeologico di San Severino Marche. Cinque classi prime dell&#8217;Istituto Tecnico Industriale Statale “E. Divini” per un totale di circa 130 studenti e studentesse di 14 anni si recheranno a turno nelle sale museali. La novità sta nel fatto che non si tratta di una visita guidata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Archaeology excavation, Lumphanan, Deeside di jmmcdgll, su Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/jimmcd/2737082300/"><img class="alignleft" src="http://farm4.static.flickr.com/3109/2737082300_faa2a63bb7_m.jpg" alt="Archaeology excavation, Lumphanan, Deeside" width="200" height="154" /></a></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif">Una sperimentazione singolare è in corso al <a href="http://www.comune.sanseverinomarche.mc.it/?page_id=42" target="_blank">Museo Civico Archeologico</a> di San Severino Marche. Cinque classi prime dell&#8217;<a href="http://www.divini.net/" target="_blank">Istituto Tecnico Industriale Statale “E. Divini”</a> per un totale di circa 130 studenti e studentesse di 14 anni si recheranno a turno nelle sale museali. La novità sta nel fatto che non si tratta di una visita guidata di gruppo, ma piuttosto di un&#8217;azione didattica supportata dalle tecnologie mobili di ultima generazione. I ragazzi e le ragazze, con in mano uno smartphone, si cimenteranno nel “Gioco dell&#8217;Archeologo” andando a cercare indizi utili dislocati all&#8217;interno e all&#8217;esterno del Museo Civico. Gli indizi, in realtà, sono codici bidimensionali a barre (QR-Code) che vengono letti dai cellulari e rendono l&#8217;ambiente museale interattivo. I codici QR fanno dunque da ponte tra la realtà reale e il mondo digitale. Inoltre, i partecipanti creeranno a ogni passaggio nuovi indizi da far trovare in loco ai futuri visitatori e che saranno predisposti attraverso i trucchi della “realtà aumentata”. Si tratta di un&#8217;esperienza multisensoriale che mescola, attraverso un browser gratuito da scaricare nel proprio cellulare, oggetti materiali e digitali. Un&#8217;attività unica che avvicina i più giovani alla Storia antica attraverso il gioco. L&#8217;iniziativa è parte di un progetto più ampio che si chiama <a href="http://guazzaronigiuliana.blogspot.com/" target="_blank">EMMAP</a> (Emotional Mapping of Museum Augmented Places) e che è stato sviluppato da Giuliana Guazzaroni nell&#8217;ambito della scuola di dottorato in Scienze dell&#8217;Ingegneria, curriculum in e-Learning dell&#8217;Università Politecnica delle Marche. I risultati della sperimentazione saranno inseriti in una tesi di ricerca sulle possibilità del Mobile Learning, ovvero della didattica che si avvale di strumenti tecnologici mobili. L&#8217;iniziativa è stata accolta con favore dall&#8217;Assessore allo sviluppo culturale e all&#8217;istruzione di San Severino Marche, Simona Gregori che ne ha condiviso le potenzialità per avvicinare sempre più giovanissimi alla visita dei musei. Il preside dell&#8217;ITIS “E. Divini” Filippo Pennesi e i docenti coinvolti si stanno impegnando affinché il Percorso Museale ottenga i risultati auspicati.<br />
</span></p>
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		<title>Internet delle cose, m-learning e realtà accresciuta</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 15:02:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliana Guazzaroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fare esperienze di apprendimento con tecnologie di mobile learning Con il mobile gli utenti hanno la massima libertà di accedere all’informazione quando e dove necessario. Le tecnologie mobile sono sempre più diffuse in contesti di connessioni nomadiche in cui elementi invisibili diventano esperienza utilizzabile in situazioni di apprendimento. Il Mobile Learning sembra essere adatto ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><iframe src="http://www.slideshare.net/slideshow/embed_code/6628593" width="425" height="356" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe><br/><br/></p>
<div style="width: 425px; text-align: center;"><strong><br />
</strong></div>
<div style="width: 425px; text-align: center;">
<div style="padding-top: 5px; padding-right: 0px; padding-bottom: 12px; padding-left: 0px; text-align: center;"><strong><strong>Fare esperienze di apprendimento con tecnologie di mobile learning</strong></strong></div>
<div style="padding-top: 5px; padding-right: 0px; padding-bottom: 12px; padding-left: 0px; text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Con il<em> mobile</em> gli utenti hanno la massima libertà di accedere all’informazione quando e dove necessario. Le tecnologie <em>mobile</em> sono sempre più diffuse in contesti di connessioni nomadiche in cui elementi invisibili diventano esperienza utilizzabile in situazioni di apprendimento. Il <em>Mobile Learning</em> sembra essere adatto ad approcci pedagogici di S<em>ituated learning</em>, E<em>xperiencial learning</em> e <em>Authentic learning</em> in contesti sia formali che informali di apprendimento o di cittadinanza attiva in luoghi della città accresciuti/aumentati mediante l’utilizzo di codici bidimensionali o di altra tecnologia. Attraverso il <em>Mobile Learning </em>si possono sperimentare nuove frontiere dell’apprendimento, sia dal punto di vista tecnologico che metodologico. Dal punto di vista tecnologico possono essere realizzate delle simulazioni (<em>Location-based, Contextual and Augmented Reality Learning</em>), per esempio, visite a musei o percorsi di interesse teleguidati, <em>Location based games</em> ecc.; dal punto di vista metodologico, le tecnologie <em>mobile</em> possono essere incluse in uno scenario formativo più ampio in relazione a concetti di complessità, adattività e personalizzazione, ma anche di offerta di servizi all’utente/studente. Tuttavia, la tecnologia dovrà essere accuratamente predisposta in maniera che sia di supporto a una pedagogia e a una poetica dell’invisibile che renda piacevole la fruizione dei contenuti messi in gioco. Inoltre, bisognerà creare contenuti didattici specifici facendo attenzione ai contesti ambientali e umani nei quali le situazioni di apprendimento attivo, mediante <em>mobile,</em> vengono proposte. Saranno proposti alcuni scenari: 1_Didattica museale: La didattica museale, in un luogo definito, quale esempio di apprendimento situato al quale è possibile applicare uno scenario di tipo mobile e ubiquo. 2_Cittadinanza attiva: Le pratiche di cittadinanza attiva possono essere accresciute (“augmented”) dall’utilizzo di tecnologie mobile e ubique per finalità di educazione degli adulti e di “empowerment” o più semplicemente come servizio turistico, informativo. 3_Mobile learning in corsi istituzionali: Attraverso l’accesso alla piattaforma e-Learning istituzionale con l’integrazione di Tag Mobili e di una piattaforma e-Learning, è possibile aprire la strada a differenti scenari di apprendimento Mobile.</p>
</div>
</div>
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		<title>Comunità di pratica e Social Learning</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 09:41:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliana Guazzaroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[immagine di AnacinExtero Abstract del seminario che si terrà il 20 febbraio 2010 alle ore 12.00 presso l’Università di Padova. Per iscrizioni e programma di tutti i seminari di Cultura Senza Barriere 2010 Le Comunità di pratica (CdP) sono sistemi emergenti all’interno dei quali si gestisce la conoscenza che deriva dalle pratiche di rete dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<pre style="text-align: center"><a rel="attachment wp-att-4825" href="http://www.ibridamenti.com/e-learning-desk-juice/2010/02/comunita-di-pratica-e-social-learning/attachment/4084439896_7868e25862_m/"><img class="aligncenter size-full wp-image-4825" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/02/4084439896_7868e25862_m.jpg" alt="" width="404" height="253" /></a>immagine di <a href="http://www.flickr.com/photos/melyanka/">AnacinExtero</a>
</pre>
<p style="text-align: justify">Abstract del <a href="http://www.culturasenzabarriere.org/2010/02/comunita-di-pratica-e-social-learning/">seminario</a> che si terrà il 20 febbraio 2010 alle ore 12.00 presso  l’Università di Padova. Per <a href="http://www.culturasenzabarriere.org/iscrizione/iscrizione-seminari/">iscrizioni</a> e <a href="http://www.culturasenzabarriere.org/programma-seminari/">programma</a> di tutti i seminari di <a href="http://www.culturasenzabarriere.org/">Cultura  Senza Barriere 2010</a></p>
<p style="text-align: justify">Le <strong>Comunità di pratica (CdP)</strong> sono sistemi emergenti  all’interno dei quali si gestisce la conoscenza  che deriva dalle  pratiche di rete dei singoli componenti.  Dall’antichità ai giorni  nostri, organizzarsi in comunità costituisce  un fenomeno sociale di  interesse che rivela il bisogno di  riconoscimento reciproco all’interno  di un gruppo e di conseguente  autorealizzazione.</p>
<p style="text-align: justify">Le Comunità di pratica sono “gruppi di  persone che condividono un  interesse, un insieme di problemi, una  passione rispetto a una tematica e  che approfondiscono la loro  conoscenza ed esperienza in quest’area  mediante interazioni continue.”  (Wenger E., McDermott, R., Snyder, W.  M.; 2007).C’è  qualcosa nella pratica di ogni persona che la rende universale.  La  propria identità è legata all’interazione, alla competenza sociale.   L’identità si costruisce facendo esperienza, la pratica non è qualcosa   di stabile ma è qualcosa in continuo divenire.<span id="more-4824"></span>Gli individui che appartengono a una  Comunità di pratica non  necessariamente lavorano insieme, ma  sicuramente condividono interessi,  bisogni, aspirazioni e idee che le  fanno sentire unite e motivate  nell’ambito di una stessa comunità.  All’interno delle comunità, a poco a  poco, la collaborazione e il  dialogo, l’interazione e lo scambio  reciproco di esperienza consentono  di costruire una conoscenza condivisa  e preziose relazioni personali.</p>
<p style="text-align: justify">Il punto di partenza è l’abilità di  riconoscere gli altri come  eventuali partner per dare forma a delle  comunità. Le persone possono  riconoscersi l’un l’altra in base alla  propria esperienza e al fatto che  c’è un interesse reciproco per  l’esperienza dell’altro (“Io sono  interessato alla tua esperienza”). Il  focus delle comunità risiede nella  pratica e nel saper riconoscere  l’altro.</p>
<p style="text-align: justify">Le Comunità sono paragonabili a esseri  viventi, dunque a ecologie.  Nella fase di progettazione di una Comunità  di pratica occorre  considerare la complessità dell’organismo che si  intende formare. Si  inizia con la creazione di un elemento che cresca  di vita propria. Ci  sono esempi di comunità considerate marginali che  nel processo di  evoluzione diventano strategiche per l’organizzazione o  il territorio di  appartenenza. Le comunità di pratica, come gli  organismi viventi,  durante la fase di crescita mutano, come anche  durante la fase di  maturità.</p>
<p style="text-align: justify">La collaborazione, il dialogo,  l’interazione e lo scambio di  esperienze che avvengono all’interno di  una Comunità di pratica  consentono di costruire relazioni personali e  di accumulare conoscenza  in riferimento a settori specifici e  strategici. Rendere la conoscenza  accessibile e fruibile nelle  organizzazioni complesse è una problematica  sentita che ha portato a  investimenti in tecnologie e sistemi  informatici. Tuttavia, nulla è più  accessibile, vivo e vibrante di una  comunità che dibatte, discute, si  confronta e sviluppa soluzioni in  merito a tematiche rilevanti. La  comunità stessa e i suoi membri sono  uno strumento per conservare e  sviluppare la conoscenza delle  organizzazioni, oltre a consentire lo  sviluppo di competenze nelle  persone e a valorizzarne i talenti.</p>
<p style="text-align: justify">“La tendenza per il terzo millennio è  l’affermarsi di nuove forme di  socialità tenute insieme dalla  condivisione di emozioni. All’orizzonte  c’è un “ideale comunitario”  ancora non del tutto definito ma di cui ci  sono tracce nelle  manifestazioni più recenti dell’immaginario  collettivo” (Maffesoli,  2004).</p>
<p style="text-align: justify">Il Web, oltre a essere un fenomeno  sociale che aggrega tribù  eterogenee di cittadini appartenenti a  contesti e a fasce d’età  differenti, è anche una risorsa strategica per  le Comunità di pratica  che in questo humus traggono nutrimento per  costruire apprendimenti di  tipo informale.</p>
<p style="text-align: justify"><a href="http://scioglilingua.wordpress.com/2010/02/22/comunita-di-pratica-slide-del-seminario-csb2010/" target="_blank">Le slide del seminario</a></p>
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">
<p style="text-align: justify">
]]></content:encoded>
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		<title>Comunità di pratica: una disciplina sociale dell’apprendimento</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 16:07:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliana Guazzaroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[E-learning juice]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo post prende spunto dagli interventi al Convegno internazionale “Comunità di pratica e Formazione continua in sanità” che si è tenuto presso l’Università degli Studi di Trento, Facoltà di Scienze Cognitive (Rovereto) l’11 dicembre 2009. E&#8217; basato sugli appunti che la mia collega di dottorato, Laura Carletti e io, Giuliana Guazzaroni, abbiamo raccolto, rielaborato e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><img class="size-full wp-image-4723  aligncenter" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/01/Immagine-104.jpg" alt="Immagine 104" width="274" height="206" /></p>
<p style="text-align: justify">Questo post prende spunto dagli interventi al Convegno internazionale “<a href="http://events.unitn.it/comunitapratica/presentazione" target="_blank">Comunità di pratica e Formazione continua in sanità</a>” che si è tenuto presso l’Università degli Studi di Trento, Facoltà di Scienze Cognitive (Rovereto) l’11 dicembre 2009. E&#8217; basato sugli appunti che la mia collega di dottorato, Laura Carletti e io, Giuliana Guazzaroni, abbiamo raccolto, rielaborato e tradotto dall’inglese. In particolare, facciamo riferimento all&#8217;intervento di <a href="http://www.ewenger.com/" target="_blank">Etienne Wenger</a>, autore di <em>Communities of practice. Learning, meaning and identity </em>(1998) e coautore di <em>Cultivating communities of practice</em> (2002): “Comunità di pratica: una disciplina sociale dell’apprendimento”.</p>
<p style="text-align: justify">Si è partiti dall’idea di un sistema a rete che possa trasformare i limiti in punti di forza attraverso la costituzione di Comunità di competenza che possano consentire ai membri un’interazione crescente.</p>
<p style="text-align: justify">Il modello di riferimento vede al centro il discente come soggetto attivo al centro del processo della FAD (Formazione a distanza) interattiva. In questo contesto viene data rilevanza al confronto fra gli allievi stessi del sistema a rete. Spesso, in ambito accademico, si riscontra un atteggiamento di scetticismo nei confronti dell’e-learning e della formazione continua. La vita postmoderna è sempre più caratterizzata dal nomadismo digitale, siamo i nuovi nomadi. Dunque anche l’Università può dare forma a nuove metodologie didattiche più rispondenti a nuovi stili di vita. Tuttavia, le tecnologie non sono totem, ma piuttosto <em>commodities</em> da usare nella vita quotidiana. L’utilizzo delle tecnologie digitali è sempre più scontato per i “Nativi Digitali”, tuttavia necessita di nuovi metodi specifici, di negoziazione dei significati, di comunicazione con i propri pari, di un preciso lavoro di ricerca e della messa a punto di pratiche. La formazione, inoltre, continua è meglio erogata se in partnership con il territorio.</p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-weight: normal">Etienne Wenger, all’inizio del suo intervento, ci ha raccontato la storia di un amico sommelier che nel bere un calice di vino riusciva a sentire sapori che lui non percepiva affatto, dal momento che non ne aveva “pratica”. In effetti, il suo amico faceva parte di una comunità di sommelier.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-weight: normal">La conoscenza è qualcosa che sperimentiamo come esseri umani.<span style="font-size: 13px"> </span></span></p>
<p style="text-align: justify">Secondo A. Einstein, lo sviluppo positivo di una società in assenza di pensiero critico e indipendente di individui propositivi è inconcepibile come anche lo sviluppo personale di un individuo senza lo stimolo derivante dalla comunità (“<em>The positive development of a society in the absence of creative, independently thinking, critical individuals is an inconceivable as the development of an individual in the absence of the stimulus of the community</em>”. A. Einstein)</p>
<p style="text-align: justify">C’è qualcosa nella pratica dell’uomo che la rende universale. La mia identità è legata all’interazione, alla competenza sociale. L’identità si costruisce facendo esperienza, la pratica non è qualcosa di stabile ma è qualcosa in continuo divenire.</p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-weight: normal">Occorre scegliere la propria traiettoria, il proprio campo di interesse verso il quale indirizzare il proprio impegno (“accountability”), nel quale investire tempo ed energie. Per fare un esempio, se davvero desidero sapere cosa sono in grado di fare, la mia esperienza di vita dovrebbe essere sottoposta all’interazione con una comunità.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-weight: normal">La domanda che possiamo porci è:</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-weight: normal">“In quale settore potrei investire la mia identità confrontandomi con una comunità?”<span style="font-size: 13px"> </span></span></p>
<p style="text-align: justify">(es. di risposta: “nella comunità dei sommelier”).</p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-weight: normal">Far parte di una comunità significa avere delle conoscenze, delle competenze da mettere in gioco al suo interno, attraverso un processo continuo di esplicitazione. <span style="font-size: 13px"> </span></span></p>
<p style="text-align: justify">Il punto di partenza è l’abilità di riconoscere gli altri come eventuali partner per dare forma a delle comunità. Le persone possono riconoscersi l’un l’altra in base alla propria esperienza e al fatto che c’è un interesse reciproco per l’esperienza dell’altro:</p>
<p style="text-align: justify">“Io sono sinceramente interessato a te, io sono realmente interessato alla tua esperienza”.</p>
<p style="text-align: justify">Il punto centrale delle comunità risiede nella pratica e nel saper riconoscere l’altro.</p>
<h3>Casi di studio:</h3>
<ul>
<li>“Gaining a voice”: La pratica, la storia delle persone sono fonti di conoscenza. Occorre riconoscere gli altri come compagni nel processo di apprendimento (“learning partners”). In “Gaining a voice” si è parlato del caso di una persona affetta da una malattia rara che ha creato un sito sulla malattia stessa. Questa persona ha raccolto informazioni, esperienze ecc. creandosi una base di conoscenza tanto da essere riconosciuto anche come detentore di conoscenza dalla comunità scientifica.</li>
<li>“Nurse practitioners in British Columbia”: La conoscenza è un processo naturale. Un infermiera di medicina generale ha raccolto persone ed esperienze significative dando vita, attraverso un processo costante, a una comunità specifica che è diventata via via sempre più importante nel proprio settore di riferimento.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify">In entrambi i casi di studio è la passione, l’interesse, l&#8217;emergenza per un campo della conoscenza che porta queste persone a unirsi in una Comunità di pratica (CdP).</p>
<p style="text-align: justify">Una <a href="http://www.ibridamenti.com/e-learning-desk-juice/2009/10/comunita-di-pratica-corporazioni-facebook-nuovi-tribalismi-e-sistemi-emergenti/">comunità di Pratica (CdP)</a> è un gruppo di persone che si autogovernano e interagiscono regolarmente per:</p>
<ul style="text-align: justify">
<li>Condividere sfide, passioni, interessi;</li>
<li>Interagire con regolarità;</li>
<li>Imparare da e con l’altro;</li>
<li>Migliorare la propria capacità di fare qualcosa verso cui si nutre interesse.<strong><span style="text-decoration: underline"> </span></strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify"><strong> </strong><strong><span style="text-decoration: underline">L’apprendimento come disciplina sociale: dimensioni chiave:</span></strong></p>
<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter size-large wp-image-4722" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/01/wenger-400x300.jpg" alt="wenger" width="400" height="300" /></p>
<p style="text-align: center"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify">Quando le persone parlano, qual è il potenziale?</p>
<p>La pratica rende le persone capaci di essere competenti (“practictioner”)</p>
<p>La conoscenza è qualcosa di vivo.</p>
<p>Vivere la conoscenza: non si può separare la conoscenza dal vivere.</p>
<p>Come possiamo rendere viva la conoscenza nel nostro processo di apprendimento?</p>
<p>Sono stati messi in luce i seguenti fattori chiave di successo e di criticità dell’apprendimento come disciplina sociale:</p>
<h3>Fattori di successo:</h3>
<ul>
<li>Passion for domain / Passione per il dominio</li>
<li>Internal leadership / Leadership interna</li>
<li>Energized core group / Gruppo base vitale</li>
<li>Focus on practice / Focus sulla pratica</li>
<li>Trust / Avere la fiducia</li>
<li>Community rhythm / Ritmo della Comunità</li>
<li>Personal touch / Tocco personale</li>
<li>High value for time / Importanza del tempo</li>
<li>High expectations / Aspettative alte</li>
<li>Engaged sponsorship / Sponsorizzazioni specifiche</li>
<li>Skilled support / Supporto</li>
</ul>
<h3>Criticità:</h3>
<ul>
<li>Lack of time / Mancanza di tempo</li>
<li>Leader neglect / Abbandono da parte del leader</li>
<li>Focus on events / Focus sull’evento</li>
<li>Focus on documents / Focus sui materiali</li>
<li>De-energizing tasks / Compiti che tolgono vitalità</li>
<li>Red tape</li>
<li>Logistic of it / Logistica</li>
<li>Command / Controllo</li>
<li>Cookie cutter approach</li>
<li>Ideology / Ideologia</li>
</ul>
<h3 style="text-align: justify"><span style="font-weight: normal">La organizzazioni che funzionano attivano una serie di comunità dalle più informali a quelle più strutturate.<span style="font-size: 13px"> </span></span></h3>
<p style="text-align: justify">Uno scenario complesso di pratiche:  il corpo della conoscenza relativo a una professione non è il curriculum, ma lo scenario delle pratiche. (“<em>A complex landscape of practices: the body of knowledge of a profession is not the curriculum but a landscape of practices</em>”).</p>
<p style="text-align: justify">Dove sono autorevole? Dove trovo la mia identità nello scenario delle pratiche? (“<em>Where am I accountable? Where do I find my identity in that landscape of practices?</em>”).</p>
<p style="text-align: justify">Trasformare lo scenario delle pratiche in conoscenza attraverso (“<em>Transform the landscape of practices into knowledge</em>”):</p>
<ul style="text-align: justify">
<li>Gestione della responsabilità / Management of accountability</li>
<li>Colonizzazione dello scenario / Colonisation of the landscape</li>
<li>Riconfigurazione dello scenario / Reconfiguration of the landscape</li>
<li>Comunità e Network / Communities and networks
<ul>
<li>
<ul>
<li>Comunicazione fra pari / Peer to peer communication</li>
<li>Significato personale / Personal meaning</li>
<li>Creatività / Creativity</li>
<li>Identità individuale / Individual identity</li>
</ul>
</li>
</ul>
</li>
</ul>
<p style="text-align: justify">Non molto tempo fa vivevamo in un’unica comunità per tutta la nostra vita. Ora veniamo in contatto con una moltitudine di comunità ed è necessario una processo di negoziazione fra identità e comunità (“<em>Negotiation between community and identity</em>”).</p>
<h3 style="text-align: justify"><span style="text-decoration: underline"><span style="text-decoration: none">Come gestire questo scenario? <span style="font-weight: normal;font-size: 13px"> </span></span></span></h3>
<p style="text-align: justify"><span style="color: #800000"><strong>A livello di sistema &gt;  SYSTEM LEVEL </strong></span></p>
<p style="text-align: justify">Capacità strategiche e portfolio dei domini / <em>strategic capabilites and portfolio of domains</em></p>
<p style="text-align: justify"><strong>COSTELLAZIONE DELLE CdP / CONSTELLATION OF CoP</strong></p>
<p style="text-align: justify"><span style="color: #800000"><strong>A livello individuale &gt; PERSONAL LEVEL </strong></span></p>
<p style="text-align: justify">Cittadinanza di più settori dell’apprendimento / <em>Learning citizenship multimembership<span style="font-style: normal"> </span></em></p>
<p style="text-align: justify">Occorre diventare un “ponte” per capirsi, confrontarsi gli uni con gli altri.</p>
<p style="text-align: justify">A livello personale si può trattare di una questione di Cittadinanza dell’apprendimento (“Learning citizenship”).</p>
<p style="text-align: justify">Come posso contribuire alla capacità di apprendimento del mio mondo (contesto) valorizzando la capacità di apprendimento della mia sfera di partecipazione? A che livello? In quale traiettoria? Chi sono? Dove sono stato? Come contribuisco? (“<em>How can I contribute to the learning capability of my world by enhancing the learning capability in my own sphere of participation? <span style="font-style: normal"><em>At what levels of scale? What is my trajectory? Who are you? Where have you been? What do you bring?&#8221;</em>). </span></em></p>
<p style="text-align: justify">Alla fine dell’intervento Etienne Wenger ha lanciato la seguente domanda al pubblico:</p>
<p style="text-align: justify"><strong>&#8220;Come posso contribuire alla capacità di apprendimento del mio mondo (contesto) valorizzando la capacità di apprendimento della mia sfera di partecipazione?&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify">Questa domanda è stata riportata all’interno di una nota del <a href="http://www.facebook.com/giuliana.guazzaroni" target="_blank">mio profilo Facebook</a>, le risposte sono state le seguenti:</p>
<p style="text-align: justify"><em><span style="text-decoration: underline">Andrea Ferroni</span>: Una possibile risposta è la P4C, intesa sia come Philosophy for Children che come Philosophy for Community.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em><a href="http://www.filosofare.org/" target="_blank">www.filosofare.org</a> Avviso che il sito non è un granché come forma <img src='http://www.ibridamenti.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> </em></p>
<p style="text-align: justify"><span style="text-decoration: underline">Gaspare Armato</span>: Se non c&#8217;è ascolto, non ci può essere apprendimento, da questo punto, a mio avviso, bisogna partire.</p>
<p style="text-align: justify"><span style="text-decoration: underline"><em>Laura Carlett</em></span><em>i: Credo che Wenger si ponesse anche la questione dell&#8217;ascolto e del come stimolarlo&#8230;cercando di comunicare in modo che il messaggio abbia un significato per chi ascolta. </em></p>
<p style="text-align: justify"><span style="text-decoration: underline">Irada Pallanca</span>: E&#8217; una domanda che richiede una maggiore contestualizzazione. Il riferimento al mondo (contesto) non è uno solo. Se contempliamo la complessità, la presa di coscienza più utile può essere quella di utilizzare più filtri cognitivi diversi a seconda della sfida/processo in cui interviene una relazione soggetto/oggetto e nella quale come stimolo/risposta esercitiamo una seria attenzione.</p>
<p style="text-align: justify">Non si tratta quindi solo di intercettare la cornice o la piattaforma più idonea alla categoria di prodotto, ma incarnare il processo come approccio all&#8217;apprendimento, e mi riferisco più all&#8217;essenza del principio heisemberghiano che al frugale approdo ad un necessario e stabile status quo.</p>
<p style="text-align: justify">E già qui bisognerebbe affrontare aspetti molto diversi legati all&#8217;esercizio dell&#8217;attenzione, della volontà, dell&#8217;ascolto, ma anche riconoscere come siamo abituati a percepire il mondo automaticamente. Come cognitivamente processiamo mondi, li categorizziamo, li organizziamo a livello sociale e li restituiamo a noi stessi (Parole e Categorie, Carnaghi). E&#8217; un processo che dura una vita. Non c&#8217;è una ricetta, ma la possibilità di intercettarne sempre di nuove.</p>
<p style="text-align: justify">Chi ha scritto pagine significative sul tema dell&#8217;attenzione è Simone Weil, che, come direbbe un amico, non stacca mai l&#8217;anima dal mondo e dal sociale; più centrato sul ricordo di sè è Ouspensky, Gurdijeff, ma la stessa Montessori, Dante, sulla scuola intesa come autonomia sociale la stessa Weil e Illich, J.T. Gatto come provocazione al sistema scuola, superfluo se si leggesse seriamente Mark Twain.</p>
<p style="text-align: justify"><span style="text-decoration: underline"><em>Paolo Lapponi</em></span><em>: Osservazioni molto interessanti che hanno bisogno di attenta analisi. Irada propone una intelligente rilettura &#8220;umanista&#8221; della complessità che mette in gioco l&#8217;irreversibilità dello sviluppo della vita (cognitiva e comunicativa) ed il suo incessante innovarsi. Penso inoltre ci sia oggi un interesse peculiare dettato dalla attuale congiuntura globale, che suggerendo l&#8217;attraversamento di un &#8220;sistema emergente in fase caotica&#8221;, necessiti una rivalutazione soprattutto della &#8220;scuola intesa come autonomia sociale&#8221; e dunque l&#8217;approccio che ritengo attualissimo di &#8220;Descolarizzazione&#8221;. Riprenderei anche alcune suggestioni di John Ruskin. Grazie Irada. </em></p>
<p style="text-align: justify"><span style="text-decoration: underline">Rosamaria Guido</span>: &#8220;aspetti molto diversi legati all&#8217;esercizio dell&#8217;attenzione, della volontà, dell&#8217;ascolto&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">La motivazione, la scelta dei partner, le regole da seguire e da condividere sono basilari: può capitare che un obiettivo diverso da quello di base apparentemente condiviso funga da motore iniziale e da ostacolo successivo; per questo mi sembra indispensabile che le intenzioni di ognuno vengano palesate adeguatamente o che almeno ognuno manifesti espressamente la propria volontà di perseguire l&#8217;obiettivo comune, assumendosene ufficialmente la necessaria responsabilità.</p>
<p style="text-align: justify">Noto che un male del secolo è costituito dal disimpegno, dal pressapochismo, dalla fluidità, vista come adesione &#8220;libertina&#8221;, più che libera, agli ambienti ed alle comunità più diverse, dalle quali attingere, all&#8217;occorrenza, senza che questo comporti alcun sacrificio materiale né temporale. <img src='http://www.ibridamenti.com/wp-includes/images/smilies/icon_sad.gif' alt=':-(' class='wp-smiley' /> </p>
<p style="text-align: justify"><span style="text-decoration: underline"><em>Giuliana Guazzaroni</em></span><em>: Per prima cosa ringrazio tutti/e per le osservazioni!</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Stavo rivedendo i miei appunti sull&#8217;intervento di Wenger e la mia attenzione si è fermata su un aspetto apparentemente scontato. Avere la capacità di riconoscere che le altre persone sono portatrici di &#8220;pratiche&#8221;, esperienze, conoscenze tacite. Queste persone hanno la capacità di riconoscersi l&#8217;un l&#8217;altra come portatrici di esperienze verso cui si nutre interesse. Questo è stato individuato come il punto di partenza per iniziare a creare una comunità.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Altro elemento sottolineato è stato qualcosa come l&#8217;intelligenza emotiva, la passione che porta alcuni gruppi a costituirsi in comunità di pratiche. </em></p>
<p style="text-align: justify"><span style="text-decoration: underline">Rosamaria Guido</span>: &#8220;Avere la capacità di riconoscere che le altre persone sono portatrici di &#8220;pratiche&#8221;, esperienze, conoscenze tacite&#8221; e &#8220;voler&#8221; contribuire in maniera fattiva alla costruzione di una conoscenza condivisa (i lurker evidentemente riconoscono e apprezzano, ma non partecipano attivamente al processo).</p>
<p style="text-align: justify">&#8220;La passione che porta alcuni gruppi a costituirsi in comunità d pratiche&#8221; non è sempre motivata in maniera univoca o effettivamente finalizzata ad un obiettivo condiviso da tutti con la stessa intensità e lo stesso interesse.</p>
<p style="text-align: justify">Io penso tuttavia che la cosa possa sortire risultati accettabili anche laddove i contributi non siano del tutto equilibrati, sempre che si possa registrare un minimo d&#8217;impegno da parte dei più.</p>
<p style="text-align: justify"><span style="text-decoration: underline"><em>Ottazzi Silvana</em></span><em>: grazie Giuliana per aver introdotto un argomento così attuale come quello delle comunità di pratica .Sono d&#8217;accordo sulle nuove tendenze della politica scolastica che intende divulgare questa nuova idea di apprendimento che nasce dalla volontà di voler attualizzare le più tradizionali ma soprattutto le più moderne teorizzazioni in campo pedagocico e che riguardano la psicologia di apprendimento.Una sfida che io mi sento d&#8217;affrontare. La comunità di pratica ,è la possibilità di costruire insieme agli studenti la conoscenza .La motivazione alla conoscenza è a mio avviso qualcosa di connaturato non credo ci sia qualcuno che non voglia apprendere,il problema è proprio la sfera di partecipazione e la responsabilità di ognuno rispetto ad una comunità di pratica ? E allora come si può intervenire ? Da docente direi che bisognerebbe creare pratiche che tengano conto delle potenziali diversità di apprendere in modo da coinvolgere tutti nel processo di conoscenza e avvalendosi di oggeti di pratica che fungano da stimolo alle diverse intelligenze ( mi rifersco a quelle di cui parla Gardner ) e a diversi vissuti.</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>Ringrazio anche Andrea per il suo suggerimento ,ho letto con molto piacere informazioni sul progetto P4c</em></p>
<p style="text-align: justify"><em>ciao a tutti </em></p>
<p style="text-align: justify"><span style="text-decoration: underline">Luca Iaconisi</span>: solo un ambiente non rigidamente organizzato in forma gerarchica riconosce e facilita il nascere di comunità&#8230; Mostra tutta la pratica. in un ambiente burocratizzato dove solo la procedura conta e le procedure sono sempre quelle non si ha confronto ma solo rispetto alla procedura. Sto pensando che l&#8217;ambiente dei Borg di Star Treck non era una comunità di pratica, anche se era una comunità alveare, nella comunità di pratica si parla di partecipazione periferica legittimata quindi si riconosce che dei membri sono maggiormente centrali di altri che appena arrivati sono apprendisti e nei cerchi estesi, ma questi membri con l&#8217;esperienza possono via via diventare centrali. Ecco la comunità di pratica non nasce in ambienti statici.</p>
<p style="text-align: justify"><span style="text-decoration: underline"><em>Ricercatrice Appassionata</em></span><em>: d&#8217;accordo con luca.. grazie! </em></p>
<p style="text-align: justify"><span style="text-decoration: underline">Luca Iaconisi</span>: è una cosa a cui Wenger ha solo dato un nome a una modalità formativa che esisteva nelle botteghe artigiane del medioevo e che sussiste ancora nella comunità africane. E&#8217; lo stesso wenger che ricosce questo realtà come esistente. Il fatto è che si è persa nel mondo occidentale, post rivoluzione industriale inglese.</p>
<p style="text-align: justify"><em><span style="color: #003300">[ NOTE: I concetti principali emersi nell’arco dell’intervento di Wenger sono: </span></em></p>
<ul style="text-align: justify">
<li><em><span style="color: #003300">Le Learning partnership &gt; riconoscimento degli altri come learning partners;</span></em></li>
<li><em><span style="color: #003300">La costruzione dell’identità attraverso l’esperienza e l’interazione &gt; negoziazione fra identità e comunità;</span></em></li>
<li><em><span style="color: #003300">La conoscenza è qualcosa di vivo &gt; bisogna porsi il problema di come rendere viva la conoscenza;</span></em></li>
<li><em><span style="color: #003300">Body of knowledge = landscape of practices &gt; come trasformare questo panorama in conoscenza]</span></em></li>
</ul>
<p style="text-align: justify"><span style="color: #003300"> </span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Comunità di pratica: corporazioni, Facebook, nuovi tribalismi e sistemi emergenti</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Oct 2009 17:06:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliana Guazzaroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[E-learning juice]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
		<category><![CDATA[comunita di pratica]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Sea of Dreams&#8221; di Darkmatter Riprendo un breve post pubblicato qui http://www.ibridamenti.com/e-learning-desk-juice/2009/06/comunita-di-pratica/ nel quale si discuteva di Comunità di pratica. Vorrei arricchirlo con una seconda parte sempre facendo riferimento a un mio lavoro prodotto per il corso “Comunità di pratica per la produzione di conoscenza”, tenuto tra aprile e giugno 2009 dalla prof.ssa P. Ghislandi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter size-full wp-image-4464" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2009/10/141621418_17f78765ac_m.jpg" alt="141621418_17f78765ac_m" width="240" height="160" /></p>
<p style="text-align: center"><span style="color: #888888">&#8220;Sea of Dreams&#8221; di <a href="http://www.flickr.com/photos/cdm/141621418/in/set-1002108" target="_blank">Darkmatter</a></span></p>
<p style="text-align: justify">Riprendo un breve post pubblicato qui <a href="../e-learning-desk-juice/2009/06/comunita-di-pratica/">http://www.ibridamenti.com/e-learning-desk-juice/2009/06/comunita-di-pratica/</a> nel quale si discuteva di Comunità di pratica. Vorrei arricchirlo con una seconda parte sempre facendo riferimento a un mio lavoro prodotto per il corso “Comunità di pratica per la produzione di conoscenza”, tenuto tra aprile e giugno 2009 dalla prof.ssa P. Ghislandi dell’Università di Trento, all’interno della scuola di dottorato che sto frequentando. Il corso ha riscontrato un notevole successo fra i partecipanti. È, inoltre, servito come palestra per esperienze didattiche successive all’interno del dottorato stesso.</p>
<p style="text-align: justify">Riporto e riadatto di seguito alcune parti del mio elaborato finale (“Comunità di pratica: corporazioni, Facebook, nuovi tribalismi e sistemi emergenti”).</p>
<p style="text-align: justify">Le Comunità di pratica (CdP) sono sistemi strategici emergenti all’interno dei quali si gestisce la conoscenza che deriva dalle pratiche di rete dei singoli componenti. Dall’antichità ai giorni nostri, organizzarsi in comunità costituisce un fenomeno sociale di grande interesse che rivela il bisogno antropico di riconoscimento reciproco all’interno di un gruppo e di conseguente autorealizzazione (Maslow, A. H., 1954). Nuove forme di aggregazione giovanile, e non, affiorano dal web e offrono spunti di riflessione sul tribalismo di quanti vivono la rete (Maffesoli, M., 2004). In questo scenario, i servizi offerti dal Web 2.0 si pongono come potenzialità di visibilità per le comunità di pratica dislocate o di nicchia.</p>
<p style="text-align: justify">Le Comunità di pratica (CdP) sono “gruppi di persone che condividono un interesse, un insieme di problemi, una passione rispetto a una tematica e che approfondiscono la loro conoscenza ed esperienza in quest’area mediante interazioni continue.” (Wenger E., McDermott R., Snyder, W. M., 2007, <em>Coltivare comunità di pratica,</em> p. 44).</p>
<p style="text-align: justify">Gli individui che appartengono a una comunità di pratica possono sia aderire a organizzazioni diverse che a una stessa organizzazione, in diverse divisioni. Non necessariamente lavorano insieme, ma sicuramente condividono interessi, bisogni, aspirazioni e idee che le fanno sentire unite e motivate nell’ambito di una stessa comunità. All’interno delle comunità, a poco a poco, la collaborazione e il dialogo, l’interazione e lo scambio reciproco di esperienza consentono di costruire una conoscenza condivisa e preziose relazioni personali.</p>
<p style="text-align: justify">Le comunità di pratica affondano le radici nell’antichità, in ogni epoca si riscontrano collettività unite per fini comuni. Nell’antica Roma le associazione di artigiani (<em>collegia artificum</em>) avevano un valore sociale ed economico. Anche le potenti corporazioni Medievali delle arti e mestieri sono un chiaro esempio di comunità di maestranze unite da interessi comuni. Le corporazioni furono create a partire dal XII secolo in molte città italiane ed europee per regolamentare e tutelare le attività degli appartenenti a una stessa categoria professionale.</p>
<p style="text-align: justify">In Inghilterra nei secoli XIV e XV fiorirono molteplici forme teatrali. Questa comparsa presenta alcune caratteristiche interessanti poiché “non si scrive sul teatro, ma si fa teatro”. Nel tardo Medioevo, la comunità cittadina si ritrovava a recitare, attraverso l’appartenenza del singolo a una corporazione. Successivamente, verso la fine del secolo XV, proprio dalla pratica teatrale emergerà un riflessione teorica più ampia (Mullini R., 1992).</p>
<p style="text-align: justify">Nella seconda metà del XIV secolo, alle corporazioni era delegato l’allestimento teatrale dei Misteri (<em>Mystery Cycle</em>) durante il periodo del Corpus Domini. I membri delle potenti associazioni cittadine gradualmente elaborarono le loro rappresentazioni di argomento sacro. Gli attori erano gli stessi membri delle gilde che producevano l’opera.</p>
<p style="text-align: justify">Le opere rappresentate erano viste come occasioni per esaltare l’onore della singola corporazione e della comunità cittadina stessa, formando allo stesso tempo, un’espressione significativa dell’unità e dei legami sociali che queste messe in scena andavano a rinforzare (Richardson C., Johnson J., 1991).</p>
<p style="text-align: justify">In seguito alla Rivoluzione Industriale le corporazioni persero la loro importanza, tuttavia l’unirsi in comunità di pratica non ha mai perso di valore. Ogni organizzazione produttiva ha una sua storia di condivisione. (Wenger E., McDermott R., Snyder, W. M., 2007). Wenger e Lave sono antropologi e studiano le comunità di produzione africane come continuazione delle vecchie corporazioni medievali.</p>
<p style="text-align: justify">La comunità, le reti, il tessuto sociale sembrano essere una prerogativa umana. Nella Piramide delle aspirazioni A. H. Maslow (1954) afferma che quando i bisogni primari e quelli di sicurezza sono appagati, la persona sente il desiderio di amicizia, amore, relazioni affettive e perfino di un senso di comunità. All’opposto, la persona è suscettibile alla solitudine e preda dell’ansia sociale. Essere parte di una comunità implica un&#8217;azione sociale (in questo caso anche di condivisione di idee, informazioni, pratiche ecc.), ma anche l&#8217;essere riconosciuti, per quanto si apporta, e quindi, anche, l’essere stimati dalla comunità. In ultima analisi, i membri di una comunità che innescano azioni positive per la crescita della stessa arrivano a provare un senso di autorealizzazione. L&#8217;autorealizzazione è in cima alla piramide di Maslow, quale bisogno dell&#8217;essere umano.</p>
<p style="text-align: justify">Ai giorni nostri, non è difficile notare come fenomeni di massa come il web sociale siano divenuti rilevanti. Negli ultimi mesi, per esempio, un network sociale come Facebook è un fenomeno per numero di utenti che vi si connettono e per la quantità di risorse che ogni giorno vi si scambiano. In pochi mesi gli utenti italiani di Facebook sono passati da centomila a quattro milioni, a dicembre 2008. Dati che confermano il bisogno di aggregazione in rete con persone, amici o pseudo tali, che condividono interessi o risorse di vario genere. I social network da Twitter a MySpace, i siti di condivisione da Flickr a YouTube, i media sociali dai blog a Wikipedia sono un unico grande medium fatto di persone che si connettono. Partecipare a una rete di persone, secondo noti “economisti della felicità”, come Richard Easterlin e Daniel Kahneman, premio nobel, può rivelarsi molto gratificante (De Biase L., 2008).</p>
<p style="text-align: justify">Michel Maffesoli (2005) sostiene che “la tendenza per il terzo millennio è l&#8217;affermarsi di nuove forme di socialità tenute insieme dalla condivisione di emozioni. All&#8217;orizzonte c&#8217;è un &#8220;ideale comunitario&#8221; ancora non del tutto definito ma di cui ci sono tracce nelle manifestazioni più recenti dell&#8217;immaginario collettivo”. Nel suo libro: <em>Il tempo delle tribù</em> (2004) egli scrive del ritorno al tribalismo, al nomadismo. Mentre, in un’intervista del 2005, Maffesoli dichiara: “Le reti sono già diventate, in effetti, il palcoscenico in cui si esibiscono e talvolta prendono forma i differenti tribalismi che segnano il nostro tessuto sociale”. Internet, oltre a essere un fenomeno sociale che aggrega tribù eterogenee di cittadini appartenenti a contesti e a fasce d’età differenti, è anche una risorsa strategica per le comunità di pratica. Le comunità di pratica rispondono alla necessità di gestire la conoscenza, la creatività, l’innovazione strategica. Le organizzazioni, ma anche i singoli professionisti, hanno bisogno di comprendere quali siano le competenze cruciali in un periodo di recessione e di ripensamento dei meccanismi economici tradizionali.</p>
<p style="text-align: justify">La conoscenza, alla stessa maniera di fattori produttivi strategici, è una risorsa determinante delle imprese. Inoltre, lo sviluppo della scienza e della tecnologia rende necessaria una sempre maggiore specializzazione, che diviene però obsoleta in modo velocissimo. In tal senso, le comunità di pratica rappresentano un modo per concentrare le conoscenze su alcune aree determinanti e, al contempo, di aggiornare costantemente le conoscenze rispetto a questi sviluppi.</p>
<p style="text-align: justify">Numerose comunità si organizzano spontaneamente intorno a idee innovative utilizzando i servizi messi a disposizione dal Web 2.0. In particolare, lo strumento più popolare per mettere in pratica l’idea di aggregare una <em>community</em> è il “Ning” (<a href="http://www.ning.com/">http://www.ning.com</a>). Il fondatore di questo sito che permette di creare, gratuitamente, il proprio network sociale è considerato un guru del settore e si chiama: Marc Andreessen.</p>
<p style="text-align: justify">Il Web 2.0, con i servizi che mette a disposizione, rappresenta un contributo per le comunità di pratica distribuite. I molteplici strumenti offerti facilitano il dialogo, la collaborazione e la condivisione tra le persone. Si tratta in genere di prestazioni che grazie alla semplicità d’uso, sono diventati comuni per gli scopi più diversi, dal divertimento, al lavoro, alla formazione. I servizi 2.0 possono offrire notevole visibilità “dal basso”; in altre parole, possono dare l’occasione di essere pubblicizzate “viralmente” anche a quelle realtà dislocate, più piccole e che non hanno i mezzi per poter competere dal punto di vista delle strategie comunicative tradizionali con le comunità più grandi.</p>
<p style="text-align: justify">Gli strumenti del Web 2.0 non si limitano soltanto al blog, ci sono anche i Wiki, il Social tagging, i Feed RSS, il Microblogging ecc. Ognuno di questi tool meriterebbe una trattazione a parte per le potenzialità di utilizzo strategico in una comunità di pratica. In effetti, questi servizi possono essere facilmente utilizzati da utenti dislocati. Integrati con altri software, offrono la possibilità di far dialogare realtà culturali, linguistiche, professionali differenti. Attraverso la facilità di condivisione il Web 2.0 favorisce “l’integrazione tra apprendimento, lavoro e vita quotidiana”. (Didael blog, Comunità di pratica nel Web 2.0: <a href="http://www.didael.it/sito/blogdida/?p=16">http://www.didael.it/sito/blogdida/?p=16</a>).</p>
<p style="text-align: justify">Nel libro Il fenomeno Facebook. La più grande comunità in rete e il successo dei social network (2008), pubblicato dal Sole 24 Ore, si legge: “Le comunità di pratica sono un fenomeno frequente nella diffusione dei social network di nicchia. Su queste reti, attive offline, per finalità ludiche, sociali o professionali si fonda il fenomeno del Ning, piattaforma gratuita con cui chiunque può aprire un network dotato di servizi che nulla hanno da invidiare a network affermati”.</p>
<p style="text-align: justify">Le Comunità sono paragonabili a esseri viventi, dunque a ecologie. Per il filosofo francese Edgar Morin, l’ecologia è la scienza che poggia sul concetto di ecosistema. L’ecosistema è un organizzazione complessa che si fonda sul conflitto e la cooperazione, che utilizza l’interdipendenza reciproca delle diverse componenti del sistema. Le comunità di pratica sono, in quest&#8217;ottica, ecosistemi complessi. Il ciclo di vita delle comunità è una questione di grande rilevanza; non ha nulla a che fare con la progettazione organizzativa del sistema. Infatti, la comunità di pratica non può essere semplicemente costruita, ma va coltivata mediante lo sviluppo dell’interesse, la stimolazione costante della curiosità nei membri, la vitalità, il continuo rinnovamento. La comunità vive, se e solo se, garantisce un sistema sempre rinvigorito dalle risorse e relazioni. Tutti questi elementi rinforzano un nuovo ciclo vitale della comunità. K. Kelly (1994) paragona la progettazione delle macchine complesse e dei sistemi sociali al processo di creazione di un ecosistema naturale, ad esempio la prateria, l&#8217;alveare, il formicaio. Nella fase di progettazione di una comunità di pratica che voglia affermarsi come energica, occorre, dunque, considerare la complessità dell’organismo che si intende formare. Si inizia con la creazione di un elemento che cresca di vita propria. La natura dinamica delle comunità (e degli ecosistemi) è fondamentale per la loro evoluzione. Quando la comunità aumenta nel tempo e arrivano nuovi membri, il focus della stessa potrebbe spostarsi verso direzioni differenti, poiché, in considerazione delle variabili, si generano nuove esigenze. Ci sono esempi di comunità considerate marginali che nel processo di evoluzione diventano strategiche per l&#8217;organizzazione o il territorio di appartenenza. Le comunità di pratica, come gli organismi viventi, durante la fase di maturità mutano, come cambiano durante la fase di crescita. “A volte questi cambiamenti spingono le comunità verso nuove attività; a volte invece ne prosciugano l’energia” (Wenger E., McDermott R., Snyder, W. M., 2007, <em>Coltivare comunità di pratica, </em>pag. 138). L’energia delle comunità consolidate passa attraverso cicli di alta e bassa energia vitale/produttiva. Le fasi di sviluppo di una comunità di pratica sono suddivise in: 1) maturazione; 2) gestione; 3) trasformazione. Anche nella fase della maturazione alcune attività tipiche della fase di avvio e di incubazione continuano ad avere importanza, come, la capacità di riflettere sul valore e sulla vitalità della comunità stessa. Come suggerito in precedenza il percorso di una comunità di pratica appare parallelo a quella di un essere vivente che nasce, impara a camminare, ha bisogno di cure, poi si trasforma e spesso rivive con altri obiettivi. In una riflessione più ampia, si potrebbe fare riferimento al concetto di “emergenza” applicato alla comunità di pratica. I comportamenti emergenti si verificano quando il numero di interazioni tra le componenti di un sistema aumenta con il numero dei membri, consentendo (potenzialmente) l’emergere di nuovi e più impercettibili tipi di comportamento. Strumenti per simulare i comportamenti emergenti dei sistemi complessi sono, ad esempio, il software <em>NetLogo</em> (<a href="http://ccl.northwestern.edu/netlogo">http://ccl.northwestern.edu/netlogo</a>) che ne rappresenta un esempio.</p>
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		<title>Apprendere significa conversare</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Aug 2009 14:56:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliana Guazzaroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[E-learning juice]]></category>

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		<description><![CDATA[immagine di ilmungo Nel Cluetrain Manifesto (1999) si legge che i mercati sono conversazioni, nel Manifesto sono contenute 95 tesi che sono state riadattate da Scott Adams per l’educazione e la formazione. Harold Jarche sottolinea come l’apprendimento stesso è conversazione. È un’affermazione tanto più vera per gli apprendenti online, i quali, grazie al web e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify"><img class="aligncenter size-full wp-image-4323" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2009/08/353826410_d129ae2d48_m.jpg" alt="353826410_d129ae2d48_m" width="240" height="160" /></p>
<p style="text-align: center"><em><span style="color: #888888">immagine di<a href="http://www.flickr.com/photos/ilmungo/353826410/"> ilmungo</a></span></em></p>
<p style="text-align: justify">Nel <a href="http://www.cluetrain.com/">Cluetrain Manifesto</a> (1999) <a href="http://www.cluetrain.com/"></a>si legge che i mercati sono conversazioni, nel Manifesto sono contenute <a href="http://www.cluetrain.com/#manifesto">95 tesi</a> che sono state riadattate da <a href="http://scottadams.blogs.com/links/2005/03/_thinking_about.html">Scott Adams</a> per l’educazione e la formazione. <a href="http://www.jarche.com/2005/12/OLD651/">Harold Jarche</a> <a href="http://www.jarche.com/2005/12/OLD651/"></a> sottolinea come l’apprendimento stesso è conversazione. È un’affermazione tanto più vera per gli apprendenti online, i quali, grazie al web e alla facilità di entrare in network specifici, possono immergersi nella conoscenza.</p>
<p style="text-align: justify">Si tratta di una tipologia di conversazioni che vanno al di là dei rigidi confini imposti dai tradizionali sistemi di erogazione della conoscenza online (le cosiddette piattaforme uniche, come i <em>Learning Management Systems</em> &#8211; LMS), per immergersi nel mare delle conversazioni in rete. I network conversazionali che si dipanano passando dai blog ai media sociali possono sembrare confusi e disorientanti. Tuttavia, Jarche sostiene che l’apprendente singolo riesce a organizzarsi più velocemente rispetto alle istituzioni, più lente e rigide nell’aprirsi al cambiamento basato sui nodi e le connessioni di molteplici utenti e di risorse online.</p>
<p style="text-align: justify">Harold Jarche nell’affermare che l’apprendimento è conversazione, ne fa conseguire che le conversazioni online sono la componente fondamentale dell’e-learning. Inoltre, secondo <a href="http://www.commoncraft.com/archives/000985.html">Lee Lefever</a> la comunicazione online si può suddividere in: <span style="text-decoration: underline">FLUSSI</span> (Flow) che scorrono via nel tempo (la radio, i discorsi, la posta elettronica, il blog…) e <span style="text-decoration: underline">MAGAZZINI</span> (Stock) che archiviano, organizzano, categorizzano (i siti web, i database, i libri…). I blog e i social network permettono lo scorrere di flussi conversazionali, gli archivi, d’altro canto, sono ovunque nella rete. I flussi dialogici, tuttavia, sono la spinta necessaria che permette all’apprendente di sfidarsi in una comunicazione attiva. Un dialogo che serva da base per costruire conoscenza specifica alle esigenze specifiche di quell’utente in quel momento e in quel percorso di formazione online.</p>
<p style="text-align: justify">L’iniziativa del <a href="http://ocw.mit.edu/OcwWeb/web/home/home/index.htm">MIT</a>, per esempio, di mettere a disposizione corsi gratuiti si limita a dare accesso al magazzino, allo stock di oggetti. Per accedere alla classe, al flusso dialogico vivo e attivo, è necessaria l’iscrizione a pagamento. È il dialogo dunque la componente più preziosa dell’e-learning? Ed è il tutor di rete l’attivatore, il facilitatore di questa comunicazione mediata?</p>
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		<title>Comunità di pratica</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 17:10:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliana Guazzaroni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4233" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2009/06/93075018_b5c55b749d_m.jpg" alt="93075018_b5c55b749d_m" width="170" height="240" /></p>
<address>immagine di <a href="http://www.flickr.com/photos/cms_/93075018/sizes/o/" target="_blank">cms</a><br />
</address>
<p>Le Comunità di pratica sono sistemi emergenti e vitali che affondano le proprie radici nel passato, fino a giungere ai giorni nostri, in un’epoca di recessione economica, senza aver perso di significato. Al contrario, l’innovazione e le conoscenze strategiche si coltivano all’interno delle comunità quali isole felici; incubatrici di crescita e di creazione di valore non solo per il singolo partecipante, non solo per la singola comunità di pratica, ma per il sistema economico e sociale complessivo.</p>
<p>Nuove forme di socialità si sono affermate con l’affermarsi del Web 2.0 e, nello specifico, dei network sociali. Le comunità di pratica possono, in quest’ottica, attingere a potenti <em>tool </em>per affrontare le varie fasi del proprio ciclo vitale, per accrescere la partecipazione alle pratiche comunitarie e la visibilità interna ed esterna. Il successo delle comunità di pratica è rappresentato dall’apporto di valore condiviso e strategico nel contesto economico e sociale in cui questa agisce.</p>
<p>Avete appena letto la conclusione, in breve, di un piccolo lavoro di ricerca che ho svolto di recente e che mi piacerebbe estendere anche in questo contesto di Ibridamenti.</p>
<p>Le Comunità di pratica, come luoghi di apprendimento nei quali si può sviluppare innovazione e creatività. Discussione aperta..</p>
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		<title>Ambienti di apprendimento ubiquo, u-Learning</title>
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		<pubDate>Sat, 30 May 2009 16:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliana Guazzaroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Immagine di Bitzcelt C’era una volta un luogo fisico all’interno del quale si era sicuri di essere lì e soltanto lì. C’era una volta un’aula all’interno della quale non entrava il mondo esterno. C’ero una volta io che seguivo una lezione in un tempo e in un luogo specifico, senza essere distratta da informazioni provenienti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-4084" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2009/05/2435901007_4e54ed2ab4_m.jpg" alt="2435901007_4e54ed2ab4_m" width="240" height="219" /><em><span style="color: #808080;">Immagine di <a href="http://www.flickr.com/photos/bitzcelt/2435901007/" target="_blank">Bitzcelt</a></span></em></p>
<p><!--[if gte mso 9]&gt;  Normal 0 14   false false false        MicrosoftInternetExplorer4  &lt;![endif]--><!--[if gte mso 9]&gt;   &lt;![endif]--><!--  /* Style Definitions */  p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal 	{mso-style-parent:""; 	margin:0cm; 	margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:12.0pt; 	font-family:"Times New Roman"; 	mso-fareast-font-family:"Times New Roman";} @page Section1 	{size:612.0pt 792.0pt; 	margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm; 	mso-header-margin:36.0pt; 	mso-footer-margin:36.0pt; 	mso-paper-source:0;} div.Section1 	{page:Section1;} --></p>
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<p><!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">C’era una volta un luogo fisico all’interno del quale si era sicuri di essere lì e soltanto lì. C’era una volta un’aula all’interno della quale non entrava il mondo esterno. C’ero una volta io che seguivo una lezione in un tempo e in un luogo specifico, senza essere distratta da informazioni provenienti da fuori. C’erano una volta creature mitologiche che potevano essere ubiquamente presente in molti luoghi. Ci sono oggi ecologie di apprendimento liquide, attraverso le quali si possono attuare processi di apprendimento ubiquo.</p>
<p><!--[if gte mso 9]&gt;  Normal 0 14   false false false        MicrosoftInternetExplorer4  &lt;![endif]--><!--[if gte mso 9]&gt;   &lt;![endif]--><!--  /* Style Definitions */  p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal 	{mso-style-parent:""; 	margin:0cm; 	margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:12.0pt; 	font-family:"Times New Roman"; 	mso-fareast-font-family:"Times New Roman";} @page Section1 	{size:612.0pt 792.0pt; 	margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm; 	mso-header-margin:36.0pt; 	mso-footer-margin:36.0pt; 	mso-paper-source:0;} div.Section1 	{page:Section1;} --></p>
<p><!--[if gte mso 10]&gt; &lt;!   /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable 	{mso-style-name:"Tabella normale"; 	mso-tstyle-rowband-size:0; 	mso-tstyle-colband-size:0; 	mso-style-noshow:yes; 	mso-style-parent:""; 	mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; 	mso-para-margin:0cm; 	mso-para-margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:10.0pt; 	font-family:"Times New Roman"; 	mso-ansi-language:#0400; 	mso-fareast-language:#0400; 	mso-bidi-language:#0400;} --></p>
<p><!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal">Essere in un luogo e inviare messaggi da un dispositivo mobile ci fa essere presenti anche in altri luoghi. Allo stesso modo collegarsi da un’area di lavoro e fare contemporaneamente operazioni per svolgere un compito professionale e parallelamente accedere a qualche <em>Community</em> personale non ci rende forse simili a quei personaggi con il dono dell’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ubiquit%C3%A0" target="_blank">ubiquità</a>?</p>
<p class="MsoNormal">Negli spazi virtuali, nell’intrecciarsi fluido di luoghi fisici e di cyber spazi. In una qualsiasi aula universitaria attraversata da connessioni WiFi, da reti di operatori mobili, ma anche in luoghi non deputati all’insegnamento e all’apprendimento, avvengono processi di <em>Ubiquitous Learning</em>.</p>
<p class="MsoNormal">Possiamo essere in più luoghi senza per questo esserci fisicamente. Ma sicuramente mentalmente li abitiamo, ci muoviamo fluidi attraversando cyber classi e partecipiamo alla costruzione della nostra conoscenza attivamente.</p>
<p class="MsoNormal">Gli ambienti di <em>Ubiquitous Learning</em> (<em>U-Learning</em>) sono architetture interoperabili e pervasive che connettono, condividono e integrano principalmente tre risorse per l’apprendimento: collaboratori, contenuti e servizi (Yang, S. J. H., 2006).</p>
<p class="MsoNormal">Un ambiente di apprendimento ubiquo &#8211; <em>ubiquitous learning environment</em> (ULE) &#8211; è qualsiasi luogo nel quale gli studenti e le studentesse possono immergersi nel processo di apprendimento attraverso strumenti tecnologici mobili e senza fili.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><strong>Ubiquitous</strong> = pervasivo, onnipresente, sempre presente, in ogni dove</p>
<p class="MsoNormal"><span lang="EN-GB"><strong>Learning</strong> = formativo, istruttivo, didattico, pedagogico </span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="EN-GB"><strong>Environment</strong> = ambiente, luogo, situato, atmosfera</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="EN-GB"></span></p>
<p class="MsoNormal">Con “<em>ubiquitous learning environment</em>” (ULE) si intende uno scenario formative di tipo pervasivo. Nel senso che la formazione avviene tutt’intorno i discenti, ma questi possono anche non essere consapevoli del processo di apprendimento. Basta soltanto esserci! (Jones, V. &amp; Jo, J.H., 2004).</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">
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		<title>L’e-tutor è connesso [vita da tutor]</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Feb 2009 12:22:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliana Guazzaroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Immagine di phrenologist e-tutor in collegamento&#8230; Ore 8.30. Suona la sveglia da cellulare. Mi alzo lentamente, sensazione a metà tra sogni interrotti e nuova giornata che inizia. Vado verso la luce che filtra leggera e indiscreta dalle persiane. È la luce che mi indica che un nuovo giorno è già su &#8220;on&#8221;. Apro le finestre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-3477" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2009/02/19026213_c70b7c19bc_m.jpg" alt="window" width="240" height="240" /><em>Immagine di <a href="http://www.flickr.com/photos/phrenologist/19026213/" target="_blank">phrenologist</a></em></p>
<p>e-tutor in collegamento&#8230;</p>
<p>Ore 8.30. Suona la sveglia da cellulare. Mi alzo lentamente, sensazione a metà tra sogni interrotti e nuova giornata che inizia. Vado verso la luce che filtra leggera e indiscreta dalle persiane. È la luce che mi indica che un nuovo giorno è già su &#8220;on&#8221;.</p>
<p>Apro le finestre di connessioni, spalanco porte verso le otto direzioni. Ci siamo, anche oggi sono collegata alla mia rete di ambienti piatti. Ambienti che richiedono un login all&#8217;ingresso.</p>
<p>Caffettiera elettrica. Non mi convince. Metto su un caffè. Torno davanti allo schermo per vedere chi è online, per controllare la posta. Nella notte sono arrivate le verifiche di sei dei partecipanti ai percorsi online. È arrivata una richiesta di aiuto e due notifiche di assenza per l&#8217;attuale modulo. Leggo, ma ancora non rispondo. Questo è il mio compito di tutor nuvoletta con in mano il timone e la rotta di percorsi di studio, di classi virtuali.</p>
<p>Ecco, ho appena terminato un primo veloce monitoraggio della mia vita virtuale. Posso dedicarmi a me stessa. Colazione e doccia per accantonare definitivamente il torpore della notte.</p>
<p>Predispongo la mia postazione ufficio, spolvero qua e là. Tempo di tornare alla cabina di comando della nave. Sono davanti alle infinite rotte di connessioni che la giornata mi propone: è questa la mia mente alveare. Ricchezza del mio network personale che ho accuratamente assemblato.</p>
<p>Twitter, lo status update di Facebook offrono link, rimandi, approfondimenti. Mi aggiornano su condizioni climatiche di aree geografiche lontane e vicine, mi fanno riflettere su proteste, cause e avvenimenti politici. Versione filtrata dalla prospettiva dei miei contatti. Mi sento un&#8217;ape che si muove di fiore in fiore.</p>
<p>Login in piattaforma. I forum contengono cinque nuovi commenti da leggere e valutare attentamente. Si è creato il giusto clima di classe?</p>
<p>Iniziano i primi commenti in chat, colleghe/i dalle loro postazioni nuvoletta. Danno il buongiorno e interagiscono un po&#8217;. Scambi veloci. Videochiamate.</p>
<p>Entro in un&#8217;altra piattaforma formativa. Inizio a preparare tre nuove attività online. Le voglio piacevoli e che uniscano il gruppo di lavoro.</p>
<p>Primo pomeriggio. Ancora un momento tutto per me. Mi balza in mente quell&#8217;idea che voglio buttare giù. Mi perdo nel disegnare una conchiglia che racchiuda stringhe di senso incompiuto.</p>
<p>Pubblico tutto nel mio blog, il mio hub. Faccio velocemente un update di Twitter e Facebook. Leggo ancora qua e là. Poco tempo. Ora tocca a me. Mi cambio il cappello da tutor a partecipante. Ho un seminario di aggiornamento in Elluminate. Mi stanco un po&#8217; a seguire in altra lingua e le cuffiette ora mi stringono. Continuo a seguire. Continuo a leggere email, a rispondere, a chattare con il pubblico, a prendere appunti, a sfogliare blog.</p>
<p>Ho bisogno di acqua. Liquido che toglie stanchezza dal mio viso. Finalmente è tempo di uscire e di incontrare vita reale. Sensazione, come appena sveglia, a metà tra mondi sconnessi. Realtà e virtualità.</p>
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		<title>Una mente alveare per l&#8217;apprendimento fuori dall&#8217;aula</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Feb 2009 18:11:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuliana Guazzaroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[E-learning juice]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3363" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2009/02/flock.jpg" alt="flock" width="246" height="193" />Le pratiche di socialità in rete mi mettono ogni giorno in contatto con quella che <a href="http://twitter.com/hodgman" target="_blank"><strong>John Hodgeman</strong></a> definisce con l&#8217;espressione <strong>Hive Mind</strong> (<a href="http://scioglilingua.wordpress.com/2009/02/04/una-mente-sociale-e-un-alveare/" target="_blank"><strong>Mente alveare</strong></a>) riferendosi al suo network in Twitter.</p>
<p>Anch&#8217;io ho la mia personale &#8220;mente alveare&#8221; di contatti che ho costruito e ho distribuito sui vari media sociali che utilizzo.</p>
<p>Penso non solo a Twitter, ma anche alle pratiche di blogging, a Facebook, agli RSS, a Delicious, a FriendFeed ecc.</p>
<p>Ho letto un <a href="http://elearningtech.blogspot.com/2009/01/social-brain.html" target="_blank">post</a> che parla di <strong>Social Brain</strong> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Crowdsourcing" target="_blank"><strong>Crowdsourcing</strong></a>. Un <strong>cervello sociale</strong>, la <strong>costruzione di un cervello sociale</strong>, l&#8217;<strong>accesso a un cervello sociale</strong> sono concetti che si riferiscono al <strong>network</strong>.</p>
<p>In particolare a me interessa qualcosa come il &#8220;<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Personal_Network" target="_blank"><strong>mio network</strong></a>&#8221; al quale posso chiedere informazioni o dal quale posso ricevere input preziosi che mi portano a muovermi e a seguire, nella giornata, un filo conduttore per <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Serendipit%C3%A0" target="_blank"><strong>serendipity</strong></a>.</p>
<p>Il mio network, la mia mente alveare è fatta di <strong>persone</strong>, di persone e non di soli strumenti tecnologici 2.0. Il mio network personale è formato dai miei pari, dai miei amici, da tutti quelli che fanno qualcosa di simile a me e non solo.</p>
<p><a href="http://rickmahn.com/2008/08/15/your-personal-network/" target="_blank">Rick Mahn</a> in un post scrive che il tuo <strong>network</strong> è parte della tua <strong>carriera</strong>. È soltanto attraverso un&#8217;<strong>interazione</strong> attiva e partecipativa che si scopre quanta importanza ha la propria rete di persone.</p>
<p>A questo proposito sto riflettendo sull&#8217;importanza del <a href="http://scioglilingua.wordpress.com/2008/07/24/ascolta-la-saggezza-del-tuo-network/" target="_blank">network personale </a>nell&#8217;<strong>apprendimento</strong> di tipo <strong>informale</strong>. Se considero la mia rete, costituita per lo più, da attori dell&#8217;<strong>e-Learning </strong>(il <a href="http://twittersheep.com/results.php?u=elearningoddess" target="_blank">Flock </a>dei miei contatti Twitter lo evidenzia chiaramente) rifletto sull&#8217;importanza di una mente alveare sempre pronta a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Economia_del_dono" target="_blank"><strong>donare</strong></a> contributi e, allo stesso tempo, a ricevere i miei input. A commentare i miei input restituendo prezioso miele prodotto dall&#8217;alveare.</p>
<p>L&#8217;immagine che mi viene in mente è quella di un&#8217;<strong>ecologia</strong> che quotidianamente mi mette nella posizione di apprendente al di fuori dell&#8217;aula o della piattaforma formativa, ma anche al di fuori di una comunità di apprendimento o di pratica.</p>
<p>La <strong>comunità di apprendimento</strong>, alla luce del network personale, sarà relegata agli apprendimenti di tipo formale?</p>
<p>La <a href="http://scioglilingua.wordpress.com/2008/09/23/per-una-comunita-di-pratica/" target="_blank"><strong>comunità di pratica</strong></a>,<a href="http://scioglilingua.wordpress.com/2008/09/23/per-una-comunita-di-pratica/"></a> sempre alla luce del mio network, avrà più ragione di esistere?</p>
<p>In che modo questi capisaldi (comunità di apprendimento e di pratica) basilari dell&#8217;e-Learning si stanno evolvendo?</p>
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