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	<title>Ibrid@menti &#187; Costruzioni identitarie</title>
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	<description>Blog collettivo ideato dall'Università Ca' Foscari di Venezia per proporre nuovi modelli di ricerca universitaria</description>
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		<title>Fanne pARTE &#8211; barcamp Intercultura, Padova 1 ottobre 2010</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Aug 2010 09:13:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[http://campintercultura.org/?p=160 Barcamp Intercultur@ 2010 &#8211; Fanne pARTE &#8211; Padova, venerdì 1 ottobre 2010 dalle 10.00 alle 18.00 Anche quest’anno, un gruppo di collaboratori, docenti e studenti del Master in Studi Interculturali dell’Università di Padova e Trickster Intercultural Lab, organizzano Intercultur@ 2010. Si tratta di un appuntamento aperto e dinamico, in cui tutti i partecipanti (studenti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-5297" href="http://www.ibridamenti.com/20-per-tutti/2010/08/fanne-parte-barcamp-intercultura-padova-1-ottobre-2010/attachment/logo_rett/"><img class="aligncenter size-large wp-image-5297" title="logo_rett" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/08/logo_rett-650x157.png" alt="" width="650" height="157" /></a><a href="http://campintercultura.org/?p=160">http://campintercultura.org/?p=160</a></p>
<p style="text-align: justify;">Barcamp Intercultur@ 2010 &#8211; Fanne pARTE &#8211; Padova, venerdì 1 ottobre 2010 dalle 10.00 alle 18.00</p>
<p style="text-align: justify;">Anche quest’anno, un gruppo di collaboratori, docenti e studenti del Master in Studi Interculturali dell’Università di Padova e Trickster Intercultural Lab, organizzano Intercultur@ 2010.<br />
Si tratta di un appuntamento aperto e dinamico, in cui tutti i partecipanti (studenti, docenti, ricercatori, insegnanti, professionisti, volontari, e curiosi) possono proporre argomenti da discutere, esperienze da raccontare e da condividere, laboratori e temi da approfondire.<br />
Lo scopo è quello di creare uno spazio innovativo e interattivo di riflessione, di scambio e di sperimentazione interculturale.<br />
<strong>Il tema di questa seconda edizione è il rapporto tra l’intercultura e le arti performative, non a caso il titolo è fanne pARTE! </strong><br />
Il barcamp INTERCULTUR@ 2010 si terrà a Padova presso il Centro Universitario di via Zabarella 82, venerdì 1 ottobre 2010 dalle 10.00 alle 18.00 (save the date!).</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, in orario serale, avrà luogo un reading della scrittrice eritrea Ribka Sibhatu.<br />
Seguiranno al più presto maggior informazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Link utili: <a href="http://campintercultura.org/?p=160">http://campintercultura.org/?p=160</a></p>
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		<title>come ve la immaginate la vostra carta di identità digitale?</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 13:44:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costruzioni identitarie]]></category>
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		<description><![CDATA[La carta d&#8217;identità digitale pubblicata da Paolo &#8216;Neupaul&#8217; Palmacci su Facebook http://www.facebook.com/paolo.palmacci Appena ho visto quest&#8217;immagine di  Paolo Palmacci aka Neupaul Palen [e i commenti che ha generato sul suo account Facebook e che in parte riporto sotto]  mi è sembrata un&#8217;immagine perfetta. Un&#8217;immagine sintesi. E&#8217; un&#8217;immagine che rimette in gioco i mille piani della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-5291" href="http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2010/07/come-ve-la-immaginate-la-vostra-carta-di-identita-digitale/attachment/35064_1351275905096_1327327117_30843600_482421_n/"><img class="aligncenter size-full wp-image-5291" title="35064_1351275905096_1327327117_30843600_482421_n" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/07/35064_1351275905096_1327327117_30843600_482421_n.jpg" alt="carta d'identità digitale" width="591" height="434" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>La carta d&#8217;identità digitale pubblicata da Paolo &#8216;Neupaul&#8217; Palmacci su Facebook<br />
<a href="http://www.facebook.com/paolo.palmacci">http://www.facebook.com/paolo.palmacci</a></strong></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: justify;">Appena ho visto quest&#8217;immagine di  <a href="http://www.neupaul.it/neupaulpalen.html">Paolo Palmacci aka Neupaul Palen</a> [e i commenti che ha generato sul suo account Facebook e che in parte riporto sotto]  mi è sembrata un&#8217;immagine perfetta. Un&#8217;immagine sintesi.<br />
E&#8217; un&#8217;immagine che rimette in gioco i mille piani della nostra identità mescolando carta e  pixel,  che mi fa pensare <em>attraverso un&#8217;immagine </em>(!)  alle problematiche legate alla nostra identità digitale.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; un&#8217;immagine provocatoria che porta con sé tante domande.<strong><br />
</strong><br />
<strong>Ma non è già una limitazione pensare il digitale in termini di<em> carta di identità</em>?</strong></p>
<p><strong>E se invece non fosse una limitazione perché possiamo pensare che ormai ognuno di noi è &#8220;carta di identità digitale&#8221; prima che &#8220;carta di identità&#8221; dell&#8217;Ufficio Anagrafe? </strong>Di più: pensare che ognuno di noi è &#8220;carta di identità digitale&#8221;, punto e basta? Pensare, come scrive  Paolo, che quella qui sopra è la sua carta di identità, punto e basta?</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">I due &#8216;problemi&#8217; non li considero svincolati. Né considero definitamente &#8216;altra&#8217; una identità rispetto all&#8217;altra. Ecco il perchè di questa provocazione visiva che intendeva proprio stimolare una riflessione generale.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>E ancora:  a quali condizioni di <em>cittadinanza</em> ci stiamo adeguando? </strong>A quali istituzioni stiamo affidando i nostri <em>dati</em>? A quali poteri stiamo dichiarando la nostra appartenenza? Come scrive Giovanni Boccia Altieri:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Avere una carta di identità significa che avviene un riconoscimento di appartenenza. Ma da parte di quale autorità? Voglio dire: siamo più nella condizione del cittadino italiano che va all&#8217;anagrafe o di quello clandestino?</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come ve la immaginate la vostra carta di indentità digitale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;">Riporto alcuni dei commenti all&#8217;immagine pubblicata su Facebook:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vito Colangelo </strong>Cosa stona in tutto questo? Che una carta di &#8220;identità digitale&#8221; debba appartenere (concettualemnete e culturalmente) alla categoria analogica. Perchè riprodurre esattamente quella cartacea?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Paolo &#8216;Neupaul&#8217; Palmacci</strong> ‎@ Vito: Domanda molto pertinente. Te la rigiro: quanto, concettualmente e culturalmente, l&#8217;attuale utenza del web non appartiene più alla &#8220;categoria analogica&#8221;? O, ancora, quanto è utopico o realistico ritenere che la &#8220;categoria digitale&#8221; sia un superamento definitivo e totale, l&#8217;Oltreuomo di Nietzsche?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vito Colangelo </strong>@ Paolo: si hai ragione, ma il problema non è se e quanto appartenga alla &#8220;categoria analogica&#8221; l&#8217;attuale utenza, ma perchè creare un&#8217;identità digitale (dunque altra e diversa da quella analogica) che richiami &#8220;esattamente&#8221; la marca formale dell&#8217;identità analogica.<br />
P.S.: sia chiaro (e a scanso di equivoci) la tua immagine mi è piaciuta moltissimo era solo una riflessione generale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Paolo &#8216;Neupaul&#8217; Palmacci</strong> ‎@ Vito: I due &#8216;problemi&#8217; non li considero svincolati. Né considero definitamente &#8216;altra&#8217; una identità rispetto all&#8217;altra. Ecco il perchè di questa provocazione visiva che intendeva proprio stimolare una riflessione generale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giovanni Boccia Artieri</strong> Mi interessa il richiamo al riconoscimento di cittadinanza digitale. Avere una carta di identità significa che avviene un riconoscimento di appartenenza. Ma da parte di quale autorità? Voglio dire: siamo più nella condizione del cittadino italiano che va all&#8217;anagrafe o di quello clandestino?</p>
</blockquote>
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		<title>L&#8217;orizzontale il verticale e le cose da non fare in rete</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Apr 2010 17:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zauberei</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Portavi i rollini delle vacanze a sviluppare. Tra quanto sono pronti? Chiedevi. Poi tornavi dopo qualche giorno e ti davano una busta di plastica grande con dentro una più piccola, con le foto e i negativi. I negativi. Un concetto affascinante. I negativi avevano tutti i colori al contrario – ma erano come il timbro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-5043" href="http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2010/04/lorizzontale-il-verticale-e-le-cose-da-non-fare-in-rete/attachment/camera_oscura/"><img class="aligncenter size-full wp-image-5043" title="camera_oscura" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/04/camera_oscura.jpg" alt="" width="524" height="276" /></a></p>
<p><em>Portavi i rollini delle vacanze a sviluppare.</em> Tra quanto sono pronti?<em> Chiedevi. </em></p>
<p><em>Poi tornavi dopo qualche giorno e ti davano una busta di plastica grande con dentro una più piccola, con le foto e i negativi.</em></p>
<p><em>I negativi. Un concetto affascinante. I negativi avevano tutti i colori al contrario – ma erano come il timbro di un fatto, l’originario di un ricordo. C’era la costanza della forma e i due poli della forma e della forma contraria – tesaurizzabili entrambi.</em></p>
<p><em>Ecco – un modo carino questo per trattenere il senso di un’esperienza negativa)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Qualche mese fa, mi è capitato di collaborare alla gestione di un sito in qualità di moderatrice di un forum – un’esperienza molto interessante devo dire, molto stimolante sotto diversi profili  &#8211; ci sarebbe un post da fare sulle logiche dei gruppi individuate da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Wilfred_Bion">Bion </a>per esempio, e su come esse si ripropongano anche in rete – anche come sviluppo delle discussioni, molto deludente invece per quello che ha riguardato il rapporto con le persone con cui mi trovavo a collaborare, che idealmente cioè si erano presentate come miei “superiori”. Talmente deludente che alla fine ho deciso di chiudere il rapporto di collaborazione – nonostante mi interessasse molto sotto il profilo politico e professionale. Erano stati fatti molti errori e si era arrivati a un punto di non ritorno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando ho scritto la mia mail in cui dichiaravo di chiudere la collaborazione</strong> – i rapporti si erano molto deteriorati. Mentre scrivevo mi accorgevo però di un fatto: quell’esperienza era stata l’occasione che aveva fornito la terza dimensione alle mie conoscenze acquisite in tema di lavoro in rete. Non era come dire –“ ho imparato delle cose”. Era come scoprire di avere un sapere, solo che questo sapere prima era usato in modo automatico e discontinuo. Ora invece era una forma un negativo che dava luogo a un positivo possibile. Un <em>cosa fare e cosa non fare</em> nella foto di una classe di situazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi casi, gli psicologi dell’apprendimento parlano del passaggio tra conoscenza e competenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scoprivo cioè che esiste una competenza della collaborazione in rete.</strong> Questa competenza tiene conto di una serie di questioni che riguardano delle nozioni di ordine pratico, delle accortezze di ordine psicologico, delle consapevolezze di tipo ideologico – tutte queste cose sono normalmente scotomizzate dagli utenti, da me per prima devo dire, perché dissimulate da un generico paesaggio di immediatezza e semplicità. Vai in un sito e lasci un commento, scrivi due parole e ti apri un blog, scrivi un nome e trovi un curriculum, ne scrivi un altro e trovi una foto. Tutto pare facile e immediato.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’andar del tempo si danno diverse possibilità – qui però ne individuo due: il caso in cui una certa recettività e l’assiduità della pratica di rete ti fanno acquisire quelle conoscenze senza che neanche te ne accorgi e le applichi quasi inconsapevolmente, e il caso in cui invece, un po’ per scarsa ricezione, un po’ perché vedi la rete come una <em>chance</em> in più ma non sostanziale del tuo lavoro, insomma la usi ignorando questo corpus di conoscenze. In questo secondo caso, non è detto che l’attività frani, ma è certo che si perde molto dell’enorme potenziale di sviluppo intellettuale e progettuale che offre la divulgazione in internet. -  non a caso, il forum che io, e altre persone insieme a me abbiamo ha avuto in gestione è stato chiuso alcuni mesi dopo che l’interruzione del mio rapporto di collaborazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei parlare di questo insieme di conoscenze, concentrandomi soprattutto sull’aspetto ideologico e psicologico, e mettendo da parte le cognizioni tecniche e informatiche per le quali mi sento meno competente, e sulle quali potrei forse dire cose non sbagliate ma certamente piuttosto banali se non noiose.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella rete abbiamo un campo di forze, che si contrastano tra loro e si organizzano in micro equilibri. </strong>Da una parte c’è la predisposizione tutta psicologica e cognitivamente necessaria di gerarchizzare gli oggetti, dall’altra c’è la tensione tutta ideologica di metterli sullo stesso piano. In ottemperanza alla prima forza si formulano in rete come altrove giudizi di valore, che valutano l’interesse degli oggetti con cui si interagisce – com’è questo articolo che mi è stato linkato? Da informazioni utili o inutili? È divertente o noioso? È frequentato o poco frequentato? Mi è utile o mi è inutile? Mi aiuta o non mi aiuta? Lo fa più o meno di quest’altro? In che rapporti è con il duplice contesto del reale e del virtuale? Questa persona è conosciuta o sconosciuta? Noi operiamo questi giudizi e stabiliamo delle classifiche personali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Inoltre nelle dinamiche della rete, la verticalità viene persino agita come se fosse un gioco di ruolo, perché subentrano dei meccanismi emotivi:</strong> già un blog moderatamente famoso possiede il suo fido drappello di commentatori spesso molto lusinghieri. Il gioco di ruolo polarizza il linguaggio di una scelta effettiva: il commentatore effettivamente ama quel sito – perché è scritto bene, perché è divertente, perché da informazioni utili, ma in questo contesto tende spesso a rendere più decisa la sua approvazione. E’ un fenomeno questo tanto più evidente quanto più un sito è popolare – che sia un blog, che sia un profilo di facebook poco importa.  Tuttavia è un fatto parecchio ingannevole – la forza ideologica dell’orizzontalità lo controbilancia potentemente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In tema ho un aneddoto interessante su Facebook.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un noto scrittore romano, aveva un profilo su FB, con migliaia di amici,  tramite il quale chiacchierava amabilmente con molte persone, molti lettori e molti aspiranti scrittori. Molti dichiaravano un acceso interesse per il suo lavoro, lo seguivano lo invitavano, e insomma lo lusingavano. Lo scrittore – una persona che sebbene io la conosca davvero superficialmente mi pare di poter garantire gentile e onesta – era davvero contento di questo scambio. Era un modo per toccare i suoi lettori ma soprattutto, per promuovere il suo lavoro. <strong>Quando però lo scrittore ha fatto un paio di presentazioni del suo nuovo libro – uscito per una grande casa editrice – alle presentazioni non si è presentato pressocchè nessuno.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lui se n’è sentito tradito. Gli è parso che i suoi ammiratori l’avessero ingannato, che l’interesse che gli avevano manifestato fosse in realtà falso, ha chiuso perciò il profilo su FB.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non era vero che lo avessero ingannato. Molti erano interessati a quello che aveva da dire, e molti avevano anche comprato il libro. Semplicemente per loro, il rapporto era molto più egualitario di quanto la sintassi del gioco di ruolo lasciasse far credere. Sei il mio mito sì certo che sì, ma io Giovedì pomeriggio <em>ci ho da fare</em>. Come si dice ai comuni mortali. Tu ci vieni alla mia festa?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’ideologia orizzontale del mondo virtuale, prevede una vicinanza tra persone che la gerarchia sociale del mondo concreto tenderebbe a tenere molto più distanti.</strong> In realtà la completa parità non si raggiunge mai, ma diciamo che se la realtà vede il paesaggio dei rapporti sociali piuttosto montagnoso – con le vette delle differenze di potere e di classe e di cultura vette che non hanno facile comunicazione con la valle, il paesaggio della rete risulta quantomeno collinare. Succede di poter dire di essere amico su FB di certo uomo politico, succede di poter scrivere sul blog di certo giornalista famoso, fino alla correttezza di certe personalità: per fare un esempio,  <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/">Loredana Lipperini,</a> giornalista e autrice affermanta fuori della rete, e <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/">uno dei blog più linkati della blogosfera,</a> è per fare un esempio perfettamente e pregevolmente coerente con l’ideologia della rete. Non linka solo compagni di casta – altri “blog d’autore”, siti di persone altrettanto o più note: ha invece un lungo e fitto blogroll in cui occhieggiano anche blog piuttosto modesti, con poco seguito, di comuni mortali.<a href="http://zauberei.blog.kataweb.it/"> Zauberei</a>, per fare un esempio,  sta appresso a Wuming.</p>
<p style="text-align: justify;">(<a href="http://zauberei.blog.kataweb.it/">Zauberei</a> appresso a <a href="http://www.wumingfoundation.com/">Wuming</a> nel blogroll della Lipperini, mi ha mandato in un brodo di giuggiole per diverso tempo! – segno che il retaggio dei rapporti di potere sopravvive alla rete. Tuttavia essa tende a comprimerlo.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Abituata all’orizzontalità della rete, specie in certi ambiti ristretti – sono rimasta basita per certe dinamiche, che ora mi venivano proposte dal mio referente, nella gestione del forum che mi era stato affidato.</strong> All’inizio per esempio, mandavo delle mail a una persona, e quando mi si rispondeva, per la verità non sempre, mi rispondeva un’altra che si faceva interprete della prima, come se ne fosse la segretaria. Perché la prima aveva da fare e non poteva occuparsi delle mie questioni. Poi quando la persona si decise a rivolgersi a me direttamente, non di rado capitarono mail in cui proponeva un atteggiamento non già di cooperazione ma di gerarchia: era una persona cresciuta come manager di azienda e ritenva, forse in totale buona fede, che uno spicciolo assertivismo aziendale, con frasi come ”non ho tempo da perdere con queste inezie”, “ragazze mi avete stancato” etc, fosse una prassi assolutamente idonea. Mandava mail fitte di punti esclamativi e di maiuscole, e aveva un atteggiamento sgradevolmente supponente. Nonostante un blaterare tutto teorico di fratellanza e di stima, di linkare sul sito – al momento molto in auge &#8211;  i siti dei suoi collaboratori, manco a parlarne.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La collaborazione che avevo deciso di fornire era a titolo gratuito e animata da interesse genuino per i temi trattati come per il lavoro proposto. </strong>Era una scelta diciamo politica o che ne so amatoriale, come quando ci si riunisce insieme e si decide di partecipare a un progetto. Una scelta non diversa per molti aspetti dalla mia collaborazione a questo progetto Ibridamenti – dove fornisco dei contributi e dove qualche volta ho partecipato a delle riunioni dello staff. Eppure, benchè anche Ibridamenti abbia delle linee guida, magari anche in contrasto con alcune mie scelte, forse non tutti quelli che leggono saranno d’accordo – ma insomma, io non ho mai avuto un’impressione sgradevole, un fastidio. Quando sono stata corretta o apostrofata  &#8211; per esempio per un linguaggio troppo volgare o troppo corrosivo, non ho mai percepito un rimando alla gerarchia ma alla comprensione alla pazienza e al buon senso. <a href="http://www.ibridamenti.com">Maddalena Mapelli</a> sa che quando si collabora in rete, più che mai quando lo si fa a titolo gratuito, la lingua scritta deve sostenere il carico dell’assenza del volto: la lingua scritta deve preoccuparsi di tagliare fuori eventuali espressioni e interpretazioni che minino la relazione o la verticalizzino, in un modo che tenda a ledere il lavoro da fare. Questa consapevolezza non andrebbe mai dimenticata.</p>
<p style="text-align: justify;">La gratuità in questo contesto è un fattore fondamentale. Per quanto ci piaccia pensare di essere liberi dal denaro, non lo siamo affatto e quello vincola i nostri comportamenti in maniera ineludibile. Se un rapporto è contrattualmente monetizzato, la monetizzazione è un forte pattern della gerarchizzazione degli oggetti: chi paga sta sopra a chi è pagato. Chi retribuisce dispone del tempo di chi è retribuito. Lo giudica in virtù di un contratto. Naturalmente sono convinzioni rischiose che anche nelle aziende vanno gestite con elegante parsimonia. Ma quando si collabora a titolo gratuito, per una condivisione ideologica diciamo di un progetto, il tempo è un bene di eguale valore chiunque lo presti, non esiste un di più un di meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, io che in quel periodo avevo il figlio di pochi mesi senza aiuto alcuno, una tesi da consegnare, e altri progetti in corso, io fornivo delle ore – di solito notturne &#8211;  che valevano molto di meno di quelle del mio committente. Il mio presunto capo. Non ho tempo da perdere!</p>
<p style="text-align: justify;">Infine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il corollario dell’ideologia della rete è una generale tendenza alla cooperazione a titolo gratuito si diceva, e nel rispetto delle reciproche competenze. </strong>E’ fondamentale nella gestione di un sito in cui partecipano più soggetti con diversi ruoli, la fiducia e il rispetto per l’ambito in cui questi ruoli vengono esercitati. Io avevo da gestire un forum, dedicato a temi psicologici piuttosto delicati e suscettibili, e a un certo punto si scopriva che se arrivava un troll non avevo il diritto di bannarlo senza prima avvertire il mio famoso superiore, che però non rispondeva alle mail o rispondeva  tre giorni dopo. Questa tempistica non era compatibile con un forum che non si ferma mai di produrre discussione e con troll che, in tre giorni possono mandare all’aria un complesso lavoro di costruzione del discorso. Si scopriva che teoricamente io in quanto moderatrice, magari posta dinnanzi a  qualcuno che si proponeva con due nomi diversi per duplicare il danno, non avevo diritto alla gestione degli ip. Oltre a certe ingerenze sulla gestione dei contenuti del forum, sulla qualità delle discussioni, scoprivo cioè che il mio ruolo non era esercitabile con l’autonomia necessaria. Non si aveva fiducia nelle mie competenze o nel mio senso di responsabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque decidevo di andarmene.</p>
<p style="text-align: justify;">Una decisione spiacevole – ma almeno avevo avuto occasione di mettere  fuoco delle cose che un giorno mi sarebbero state utili.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Cosa non dicono i gatekeepers&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 15:34:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dvinci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costruzioni identitarie]]></category>
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		<description><![CDATA[L'innovazione per avere la diffusione massima, ed assere così adottata dalla maggioranza degli utilizzatori, ha necessità di adattarsi al cambiamento. Pertando è molto probabile che un'idea iniziale, a cui diamo una forma quadrata, arriverà ad essere diffusa con una forma circolare.  Attraverso il suo mutamento di forma non perde il suo principio originario ma assume una veste "standard" per essere più facilmente adottata.

La mia riflessioni nasce dall'eccessiva esposizione di strumenti di tipo social, nati con lo scopo di facilitare lo scambio di informazioni tra utenti e permettere di superare i limiti spazio-temporali al fine di continuità e rafforzamento di una rete. Vera innovazione dei social tools, facilità di interconnessione, facilità di creare rete attraverso interessi comuni.

Da questa fase si è passati ad uno sviluppo dell'innovazione smisurata, incontrollabile.

In questa fase di sviluppo, quale ruolo hanno giocato i gatekeepers?

Quanto ha giovato "sminuire" il vero potere di aggregazione degli strumenti social al fine di diffonderli massicciamente?

Definire l'intera rete di connessioni in un unico sistema sarebbe riduttivo, altrettanto dire che tutti utilizzano la rete impropriamente, prova ne è questo luogo di discussione. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<pre class="mceIEcenter">
<dl id="attachment_4993" class="aligncenter">
<dt><a rel="attachment wp-att-4999" href="http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2010/03/cosa-non-dicono-i-gatekeepers/attachment/07032010476-300x225/"><img class="aligncenter size-full wp-image-4999" title="07032010476-300x225" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/03/07032010476-300x2251.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></dt>
<dd><strong>La rete di valore "crea" connessioni, la rete da pesca "cerca" connessioni</strong></dd>
</dl>
</pre>
<p style="text-align: justify;">Da un pò di tempo mi trovo a riflettere sul successo di alcuni strumenti &#8220;social&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La generazione &#8220;connessa&#8221;, da alcuni definita UGC ( user generated content ) , ha più che altro creato un sistema di connessioni lasche ( Weick) su cui si sono poggiati gli strumenti &#8220;social&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso la curva di diffusione delle innovazioni di Rogers (piccolo approfondimento sul tema potete <a href="http://www.conoscenzaeinnovazione.org/dettaglio.asp?Id=18">leggerlo qui</a> ) è possibile individuare un ruolo strategico per lo sviluppo dell&#8217;idea iniziale  in innovazione diffusa. Questo ruolo è assunto dai &#8220;gatekeepers&#8221; [nota di ibridamenti da<a href="http://grandebugia.splinder.com/post/18173019/I+Gatekeepers"> qui</a>: "<span style="color: #808080;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Tahoma;">letteralmente i guardiani del cancello, ossia di tutti coloro che pilotano e filtrano le notizie"<span style="color: #000000;">] </span><br />
</span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nel caso specifico dei social tools come twitter, facebook, i blogs,etc., io individuo il ruolo dei gatekeepers nei professionisti della comunicazione e del marketing.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;innovazione per avere la diffusione massima, ed essere così adottata dalla maggioranza degli utilizzatori, ha necessità di adattarsi al cambiamento. Pertanto è molto probabile che un&#8217;idea iniziale, a cui diamo una forma quadrata, arriverà ad essere diffusa con una forma circolare.  Attraverso il suo mutamento di forma non perde il suo principio originario ma assume una veste &#8220;standard&#8221; per essere più facilmente adottata.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia riflessioni nasce dall&#8217;eccessiva esposizione di strumenti di tipo social, nati con lo scopo di facilitare lo scambio di informazioni tra utenti e permettere di superare i limiti spazio-temporali al fine di continuità e rafforzamento di una rete. Vera innovazione dei social tools, facilità di interconnessione, facilità di creare rete attraverso interessi comuni.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questa fase si è passati ad uno sviluppo dell&#8217;innovazione smisurata, incontrollabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questa fase di sviluppo, quale ruolo hanno giocato i gatekeepers?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quanto ha giovato &#8220;sminuire&#8221; il vero potere di aggregazione degli strumenti social al fine di diffonderli massicciamente?</p>
<p style="text-align: justify;">Definire l&#8217;intera rete di connessioni in un unico sistema sarebbe riduttivo, altrettanto dire che tutti utilizzano la rete impropriamente, prova ne è questo luogo di discussione.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso tempo non si può non considerare il vero successo di piattaforme social, come Facebook, alla luce del fatto che si misconosce il suo reale potere. I gatekeepers hanno abilmente camuffato la reale innovazione in semplice &#8220;gioco&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono scesi a patti con il diavolo al fine di raggiungere una quota di adesione  maggiore, scrivendo in piccolo le &#8220;controindicazioni&#8221; sul cattivo uso degli strumenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco che accade che persone ingenue vengono licenziate perchè confessano a chiunque di NON gradire il proprio lavoro, &#8220;mandrie&#8221; di ragazzini vengono &#8220;Influenzati&#8221; da perfidi &#8220;giochetti&#8221; da adulti. I &#8220;ritardatari&#8221; ( della curva di Rogers, rappresentati da coloro che non vogliono o non sanno entrare in contatto con la rete ) che si vedono sbattuti, inconsapevolmente nel mare magnum della rete, vedi il caso degli insegnanti videoregistrati e &#8220;proiettati&#8221; sul web&#8230; costruendo un &#8220;mondo&#8221; virtuale ( che poi tanto virtuale non è se non per il fatto di usare internet come elemento di connessione) definito malvagio da alcuni &#8220;intellettuali&#8221; non troppo pratici del &#8220;valore&#8221; di costruzione delle rete.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivati in questa fase di sviluppo della rete, o delle reti, mi chiedo come possiamo noi &#8220;<strong>artigiani</strong>&#8221; (comunicatori, sociologi, scienziati, markettari)  di questo &#8220;<strong>reale</strong>&#8221; strumento di &#8220;<strong>costruzione</strong>&#8221; definire e diffondere il giusto &#8220;<strong>valore</strong>&#8221; delle rete  non solo, o non più, come &#8220;oggetto&#8221; ma anche come insieme di &#8220;<strong>attori</strong>&#8221; attivi che producono &#8220;<strong>significato</strong>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">Lascio la parola a chi vuol provare a dare un orientamento&#8230;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Facebook e la dissipazione del tempo [di williamNessuno]</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 12:25:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MacEwan Writer</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Borgato, Capelli, Ferraresi (a cura di) Facebook come. Le nuove relazioni virtuali Mi giunge la gentilissima richiesta di Maddalena Mapelli di proporre anche qui il post pubblicato pochi giorni fa in &#8220;Magnethic Metablog&#8221;, il blog di Willian Nessuno. Lo faccio volentieri. Nell&#8217;articolo che ho scritto per il volume &#8220;Facebook come&#8230;&#8221; puntavo a evidenziare come secondo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-4987" href="http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2010/03/4977/attachment/facebookcome/"><img class="aligncenter size-full wp-image-4987" title="facebookcome" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/03/facebookcome.jpg" alt="" width="366" height="511" /></a>Borgato, Capelli, Ferraresi (a cura di)<a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?CodiceLibro=244.36"> Facebook come. Le nuove relazioni virtuali</a></p>
<p><em>Mi giunge la gentilissima richiesta di Maddalena Mapelli di proporre anche qui il post pubblicato pochi giorni fa in &#8220;<a href="http://williamnessuno.wordpress.com" target="_blank">Magnethic Metablog&#8221;</a>, il blog di Willian Nessuno. Lo faccio volentieri.<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;articolo che ho scritto per il volume<strong> <a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?CodiceLibro=244.36" target="_blank">&#8220;Facebook come&#8230;&#8221;</a></strong> puntavo a evidenziare come  secondo me il problema maggiore avesse a che fare con <strong>&#8220;la  dissipazione del tempo&#8221;</strong>.<br />
Scritto dopo pochi mesi dal mio approdo sul social network, al momento,  dopo una più profonda e prolungata esperienza, non saprei dire di  meglio.<br />
Da allora si sono susseguiti molti articoli di commentatori, sociologi,  psicologi sul tema Facebook. Contengono molte critiche interessanti,  altre dubbie o discutibili.<br />
<strong>Quello invece che a me appare con sempre maggiore evidenza, è che  Facebook mi distoglie dall&#8217;articolare pensieri più complessi.</strong><br />
E non  perché non offra lo strumento per farlo. Ci sono le &#8220;Note&#8221;, che  molti usano in modo estremamente efficace.<br />
Il problema mi pare essere più legato al flusso tumultuoso di  aggiornamenti, che travolgono ogni approfondimento con una marea di  &#8220;nuovi eventi&#8221;. Ha a che fare sempre col tempo.<br />
La domanda è: sono ispirato dall&#8217;idea di scrivere una &#8220;Nota&#8221; complessa e  approfondita (come questo post, per esempio) su Facebook, di dedicare  tempo e riflessione sapendo che galleggerà per alcuni attimi sulla  superficie dell&#8217;esondante mare magno di piccoli appunti, emozioni,  battutine, battutacce, link, videoclip, appelli politici, aforismi, e  inutilia varie per affondare in un batter d&#8217;occhio? La risposta è: NO.</p>
<p><strong>Facebook di per sè invita a un <em>surfing</em> non necessariamente superficiale  (di link in link si può approfondire anche molto) ma compulsivo:</strong> il  nuovo evento, il nuovo commento allo &#8220;status&#8221; dell&#8217;amico da parte di  chissà chi, giungono a suscitare una sensazione (almeno, in me) di  urgenza e -talvolta- di inadeguatezza. Non ce la faccio a leggere tutto,  a commentare tutto, ad avere un pensiero chiaro o intelligente su tutto  ciò che il flusso mi propone.<br />
Mi lascio cullare e intrattenere, assumo ruoli attivi a tratti (ma in  alcuni casi ruoli solo apparentemente attivi, perché cliccare per  aderire a una petizione per la libertà in Rete probabilmente è un atto  simbolico fine a se stesso, valido -se tutto va bene- al fine di una  qualche statistica): in questo succedersi frenetico di input fatico a  generare degli output significativi. In questi giorni, esaminando l&#8217;archivio del mio precedente <a href="http://williamnessuno.splinder.com">&#8220;Magnethic Met</a><a href="http://williamnessuno.splinder.com">ablog&#8221; su Splinder</a> mi  sono reso conto di aver scritto, nel corso degli anni, davvero molto: e  questo &#8220;molto&#8221; è concentrato, distillato, archiviato sul mio vecchio  blog. Non è disperso. E&#8217; (abbastanza relativamente, dati i cambiamenti di  formule per i tag e le categorizzazioni sulla piattaforma nel corso del  tempo) archiviato. E&#8217; ancora visibile.<br />
Vive e ha vissuto di un flusso temporale suo, personale, identificabile  al di fuori di identità altre (che non siano quelle dei commentatori). (1)<br />
L&#8217;abbandono della forma-blog per me era già in corso da prima di  Facebook, i motivi erano diversi e personali, avevano a che fare  comunque proprio con la formula &#8220;aperta&#8221; del blog: sul blog può leggerti  chiunque, anche chi non vorresti lo facesse.</p>
<p><strong>Facebook è un ambiente  maggiormente protetto, nel senso che solo i tuoi &#8220;amici&#8221; possono  leggerti e devi averli prima accettati. </strong>Va da sè che questo aspetto può  essere letto in modo diverso a seconda di come lo si usa. Molto  interessante a questo proposito la metafora del &#8220;giardino chiuso&#8221; che  &#8220;rischia di diventare anche una prigione tecnica&#8221; del quale parlano  Zambardino e Russo nel libro <a href="http://www.apogeonline.com/libri/9788850329076/scheda">&#8220;Eretici  Digitali&#8221;</a>. <a href="http://www.ereticidigitali.it/">Qui il blog del loro progetto</a>.<br />
Voglio fare un tentativo: tenere un nuovo blog (o spostare quello  vecchio, a seconda dei punti di vista) su una piattaforma più flessibile  e moderna.<br />
Mi occuperò principalmente di nuovi media. In questo periodo buio ci  sono molte cose da dire. Finchè si potrà.<br />
Poi magari racconterò delle mie esperienze di lavoro, racconterò piccole  storie legate all&#8217;attualita o del tutto slegate dal presente, non so.<br />
Vedremo.<br />
Quello che ho imparato dall&#8217;esperienza di questi anni è che il counter,  in un blog, è l&#8217;ultima cosa in ordine di importanza.<br />
Esattamente come il numero di amici su Facebook.</p>
<p style="text-align: justify;">(1) <em>Nota per Ibrid@menti: in questo si può parlare veramente di una    costruzione, e oserei dire di una &#8220;sedimentazione&#8221; identitaria.</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Wu Ming, Galzigna e dintorni [save the date: 16/03/2010 - Vega Marghera - VE]</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 17:31:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costruzioni identitarie]]></category>
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		<description><![CDATA[account Facebook Ibridamenti [foto from Wu Ming] VEGA, Parco Scientifico Tecnologico di Venezia UNIVERSITA’ CA’ FOSCARI DI VENEZIA Scuola di Dottorato in scienze della cognizione e della formazione Dipartimento di Studi Storici UNIVERSITA&#8217; IUAV di Venezia “Cos’è un autore”? Dialogo a due voci tra un filosofo e uno scrittore Mario Galzigna e WuMing 1 Presentano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<pre style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-4946" href="http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2010/02/wu-ming-galzigna-e-dintorni-save-the-date-16032010-vega-marghera-ve/attachment/wu-ming-su-facebook/"><img class="aligncenter size-full wp-image-4946" title="wu ming su facebook" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/02/wu-ming-su-facebook.jpg" alt="" width="478" height="433" /></a><strong>account Facebook Ibridamenti [foto from <a href="http://www.wumingfoundation.com/">Wu Ming</a>]</strong></pre>
<p style="text-align: center;">
<p>VEGA, Parco Scientifico Tecnologico di Venezia</p>
<p>UNIVERSITA’ CA’ FOSCARI DI VENEZIA<br />
Scuola di Dottorato in scienze della cognizione e della formazione<br />
Dipartimento di Studi Storici</p>
<p>UNIVERSITA&#8217; IUAV di Venezia</p>
<p style="text-align: center;"><strong>“Cos’è un autore”?<br />
Dialogo a due voci  tra un filosofo e uno scrittore</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Mario Galzigna e WuMing 1</strong></p>
<p><strong> </strong> <strong>Presentano l’evento:</strong></p>
<p><a href="http://www.michelecamp.it/">Michele Vianello</a>, Direttore del Vega</p>
<p><a href="http://venus.unive.it/philo/index.php?module=pagemaster&amp;PAGE_user_op=view_page&amp;PAGE_id=45">Umberto Margiotta</a>, Direttore della Scuola di dottorato in Scienze della Formazione</p>
<p><a href="http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=7043&amp;persona=000219">Giorgio Ravegnani</a>, Direttore del Dipartimento di Studi Storici</p>
<p><strong>Intervengono nel dibattito:</strong></p>
<p><a href="http://www.iuav.it/Ateneo1/docenti/architettu/docenti-st/Monica-Cen/index.htm">Monica Centanni</a> (Università IUAV di Venezia, Centro studi CLASSICA)</p>
<p><a href="http://www.ibridamenti.com/">Maddalena Mapelli</a> (Scuola di dottorato in Scienze della formazione, Progetto Ibridamenti)</p>
<p style="text-align: center;"><strong>16 marzo ore 15.00 al VEGA</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Sala 1, Edificio Porta dell’Innovazione</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>5, Via della Libertà, 30175 Marghera-Venezia</strong></p>
<p>Prendendo le mosse da un saggio di Michel Foucault (“Cos’è un autore?”), un filosofo e uno scrittore si interrogano sullo statuto dell’autore nel terzo millennio. La “funzione-autore”, come la chiamava Foucault, è una delle tante variabili da cui dipende la produzione di un discorso. Si tratta, allora, di togliere all’autore il suo ruolo di soggetto creatore unico e sovrano, “il suo ruolo di fondamento originario”, considerandolo invece come una “funzione variabile e complessa del discorso”. Come una delle funzioni che lo rendono possibile.</p>
<p>La produzione letteraria di Wu Ming – nome di un gruppo di autori, sigla che rinvia a un’autorialità collettiva – mette in scena la forza dirompente di un soggetto collettivo dell’enunciazione. L’autore collettivo ci propone un’identità plurale e polifonica: dimensione facilmente accessibile, oggi, agli utenti della rete e soprattutto a chi utilizza i blog e i social network. Nella rete è possibile “sperimentare una sorta di fluidificazione identitaria, un decentramento dell’io, una sua dimensione plurale e frammentata” (M. Galzigna, Il mondo nella mente, Marsilio).</p>
<p>Le rete, dunque, come brodo di coltura dell’espressività letteraria, della riflessione filosofica e di una nuova relativizzazione della funzione-autore. Wu Ming inscrive il proprio lavoro in quella che egli chiama “nebulosa”, cioè la New Italian Epic (Einaudi Stile Libero): “una generazione letteraria”, i cui membri “condividono segmenti di poetiche, brandelli di mappe mentali e un desiderio feroce che ogni volta li riporta agli archivi, o per strada, o dove archivi e strada coincidono”. Si tratta di “una sorta di campo elettrostatico”, capace di “attirare a sé opere in apparenza difformi, ma che hanno affinità profonde. Ho scritto opere, non autori, perché il New Italian Epic riguarda più le prime dei secondi”.</p>
<p>L’opera, dunque, al centro della nostra attenzione. L’opera, vogliamo aggiungere – in questo caso il testo – come creazione che dipende da una molteplicità di fattori influenti che interagiscono. Tra questi fattori ritroveremo sempre, beninteso, profili d’autore, mutevoli e molteplici: in questa prospettiva “non si parla, infatti, di un soggetto sempre eguale a se stesso, ma di una realtà mobile e plurale: che si costituisce attraverso tecnologie e pratiche di sé, che si ricrea incessantemente, che cambia con frequenza identità, che modifica continuamente il proprio volto e la propria forma” (M. Galzigna, Comunità virtuali e pratiche di sé, Introduzione a Pratiche collaborative in rete, a cura di M. Mapelli, Mimesis).</p>
<p>Un po’ come il protagonista di Altai, l’ultimo romanzo di Wu Ming (Einaudi, Stile Libero), che afferma, quasi programmaticamente: “Tutto era possibile nell’oscurità che mi avvolgeva, e io non ero nulla. Proprio per questo non avevo mai esitato a voltare le spalle a me stesso. Non c’era niente di vero a cui voltarle”.</p>
<p>“Uno, nessuno, centomila”, verrebbe da dire…</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>L&#8217;anno prossimo&#8230; televotiamo ! (Sanremo 2010)</title>
		<link>http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2010/02/lanno-prossimo-televotiamo-sanremo-2010/</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 13:41:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zauberei</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Zauberei Sanremo mi interessa sempre – per due motivi. Il primo strettamente musicale, il secondo ampiamente sociologico. Si tratta di un festival della canzone popolare e dunque è almeno fino ad ora – l’espressione di un canone. Il fatto che esista una musica raffinata e colta che si può persino ragionevolmente prediligere – confesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Zauberei</strong></p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-4931" href="http://www.ibridamenti.com/?attachment_id=4931"><img class="aligncenter size-large wp-image-4931" title="01clerici" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/02/01clerici-507x300.jpg" alt="" width="507" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Sanremo mi interessa sempre – per due motivi.</strong> Il primo strettamente musicale, il secondo ampiamente sociologico.<br />
Si tratta di un festival della canzone popolare e dunque è almeno fino ad ora – l’espressione di un canone. Il fatto che esista una musica raffinata e colta che si può persino ragionevolmente prediligere – confesso di ascoltare più volentieri John Zorn di Anna Oxa – non vuol dire che non esista una competenza e una serietà nell’espressione del canone della canzonetta. Non è escluso che escano giri armonici interessanti – e voci pregevoli. E neanche in tempi tanto remoti, al di la delle notti mitiche dei vari Modugno e Vanoni e Mina: i tempi recenti mi hanno dato cose che trovo sofisticate. Per fare degli esempi: Arisa è oggettivamente un fenomeno e anche Noemi ha una voce e tecnica considerevoli. Negli anni scorsi ricordo con la necessità di un onesto apprezzamento Francesco Renga per fare un esempio e persino certe cosarelle dei Pooh .  Agli arrangiamenti spesso grossolani (almeno quest’anno, ci hanno risparmiato l’orgia dei violini), spesso sono corrisposte melodie non proprio facili da tenere in piedi, irte di semi toni, di ripiegature sul bemolle, eppure con il bene della gradevolezza e dell’orecchiabilità. Non è poi poco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Naturalmente Sanremo prima di tutto il resto e come tutto il resto, soffre degli stessi malanni gravi dell’industria culturale italiana:</strong> in primo luogo, ammette canzoni che<em> vanno sul sicuro</em>, non inventando niente ma giocando sull’acceleratore della <em>conservazione</em> –  è  il nostro concetto di imprenditoria culturale appunto, che non consce rischio di impresa. E’ in secondo luogo ogni anno di più ostaggio delle pressioni politiche ed economiche di gruppi di potere e case discografiche. Il canone è dunque infeltrito e distorto, e vedere due canzoni interessanti deve farci stare certi che dietro ai cancelli dell’Ariston ce ne sono ancora duecento almeno che meriterebbero di essere ascoltate.</p>
<p style="text-align: justify;">Da qui la prima osservazione socioeconomica. <strong>I nuovi ricattatori di San Remo sono i talent show <em>Amici</em> e <em>X Factor</em>.</strong> Il cantante che ha vinto per conto mio era esile, immaturo, patetico. Ha vinto perché la sua candidatura è stata quasi imposta (congettura mia naturalmente) e perché la partecipazione di Amici e X Factor ha portato con sé <em>il popolo</em> che ha guardato i talent show – giovanissimi ma soprattutto giovanissime – e <strong>la gara ha avuto un esito <em>gender oriented</em>: hanno vinto tutti i maschietti votati dalle femminucce</strong>.<br />
Il secondo posto dei big era conteso al Principe da un altro puledro delle stesse scuderie, e così vale anche per il primo posto della categoria giovani. Gli organizzatori sono stati contenti perché l’età degli spettatori si è abbassata– ma il vincolo degli shaw in questione come dire, distorce il campione dei votanti.<br />
<strong>Ha vinto cioè una <em>moda giovanile</em>, non un modo collettivo seppur nazional popolare di pensare la canzonetta.</strong> Nonostante Noemi potesse davvero essere una garanzia di qualità la qualità comunque non poteva essere premiata: ai vincitori sarebbe meglio andata una statuetta in argento di Hello Kitty.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia c’è un aspetto per cui sono contenta che il Festival abbia avuto degli altissimi risultati di <em>audience</em>. Non c’è stata pagina internet in questo anno che non abbia ricordato la cronaca di un <em>flop </em>annunciato. Era chiara la manovra Rai verso Antonella Clerici, a cui era stata tolta elegantemente la sedia dal culo mentre faceva la sua bambina, facendole un torto veramente inelegante e sgradevole –  affidando la sua trasmissione a una sua sostituta e non restituendogliela al ritorno dalla maternità: perché vedete, <strong>l</strong><em><strong>e tagliatelle di nonna Pina </strong>s</em>ono tremende, ma sono professionali, ben condotte e avevano un ottimo <em>share</em>. Convinti che il dopo Bonolis sarebbe stato un disastro – perché il festival era dato per morto – Antonella aveva l’onere di assolvere una doppia funzione: la signora gratificata per il mal tolto che lavava la coscienza alla Rai, e d’altra parte la responsabile di un fallimento per la sua provinciale e pappardellesca inadeguatezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Un evidente errore di valutazione. <strong><br />
Clerici in realtà è la <em>Sanremitudo </em>fatta persona</strong>, con un bellissimo viso ma piuttosto grassottella, ora anche mamma! Casalinga professionalmente capace, è la perfetta rappresentazione della femminilità reazionaria dell’Italia di oggi. E’ forte come un toro ma fa battute da comare, rompe gli stereotipi nel privato e poi chiede alla diva di turno  &#8211; <em>come fa a mantenersi così in forma?</em> Clerici è il punto dove siamo arrivate, sta meglio delle nostre nonne italiane, sta peggio di tutte le nonne europee. Non a caso, pupo il principe e il terribile Lippi – rischio la querela se dico tutto quelle che penso di costoro – si sono permessi durante la terza serata di trattarla con supponenza e scavalcarla. In ogni caso, ho simpatia per una donna che è riuscita a farla franca, e che è sempre stata fedele a una idea di se stessa, che con una culata fa cascare una piramide di tonni in scatola, che galoppa sul palco aggraziata come una rustica contadina della Brianza. E certo è appunto adatta allo scopo e al contesto, i bimbi, la banda dei carabinieri – tuttavia se avesse lavorato male, non credo che il Festival avrebbe avuto gli stessi ascolti. Smettiamola di usare solo la sociologia per le signore, a discapito della competenza. La signora ha una sua ragione antropologica, ma conosce la disinvoltura, la precisione, i tempi scenici e molte cose che servono e che fanno un vecchio lupo della televisione.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong> Nazionalpopolare</strong></em>. A ogni festival speriamo di esserci tolti di dosso la puzza di pasta e fagioli, e con schifito rammarico scopriamo che oh no, non è così – puzziamo ancora di campagna, di ingenuità, di con Francia e con Spagna purché se magna. Ci accontentiamo di piccoli guizzi – l’orchestra che insorge al Principe in Finale, quando l’inspiegabile è come mai il principe canti – se così si può dire.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la verità è che la puzza non se n’è andata. Cediamo ai più beceri ricatti morali &#8211; <strong>per esempio un grande classico sanremese è la coda di pavone con il volto dei morti</strong>:<em> un applauso per Alda Merini!</em> Chiede il prode Cristicchi, che così si ammanta di celeste virtù con poco sforzo. <em>Un applauso per l’allenatore della nazionale italiana cicilismo</em>, propone il patriottico e Lippi e giù tutti commossi a battere le mani per il nobile pensiero. E si alternano sentiti pensierini, a crinoline di strass (orsù partecipate alla raccolta per i bimbi malati) fino all’<em>exploit </em>dell’ultima serata, dove la Clerici di nero vestita e ridondantemente ingioiellata permetteva a Maurizio Costanzo di fare un <em>defilé </em>con gli operai di termini imerese..<br />
Che gesto generoso – talmente generoso che mi veniva da vomitare.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ il momento del sentimento. Ma anche è la fiera della delega, della protesta facile e scontata del malcontento all’acqua di rose.  E’ cioè la stilizzazione del paese, l’addomesticamento dei suoi contrasti e dei suoi precipizi – delle sue ignoranze. <strong><br />
Guardi la platea, guardi il podio e pensi – ma come mai questi Italiani sono ancora così indifesi. Ma dove stanno mentre passa la storia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una osservazione conclusiva, con una specie di appello al mondo intellettuale. </strong>Il festival è come tutti i grandi fenomeni mediatici un oggetto politico  e sociale. Cioè un luogo nevralgico di determinazione reciproca tra senso comune e rappresentazione mediatica, una zona di specchi in azione – la società condiziona il festival  che ne raccogli credenze e modelli diffusi, e il festival  propone credenze e modelli alla società. Benchè la puzza di pasta e facioli sia poco gradevole, e noi vorremmo tanto più volentieri essere urbani e cosmopoliti e parlare di New York e Grammy Awards, non di Rodi garganico e San Remo, sarebbe ora che la smettessimo di spiarlo di nascosto per dare dei giudizi a posteriori, ma lo agissimo ai diversi livelli che preferiamo, ma senza tentare di lavarci un’odore che<em> a voja a esse radical chic </em>– non se ne può andare dall’oggi al domani. <strong><br />
Bisogna cioè usare il festival apertamente. Parteciparvi in qualche modo, vale il televoto vale l’articolo, vale il pensiero, vale la discussione. </strong>E bisogna farlo scorporando il più possibile il profilo tecnico da quello sociale, l’aspetto musicale da quello politico culturale. Uscire dal qualunquismo che fa di tutta l’erba un fascio, e che confonde l’estensione vocale di un cantante con le dichiarazioni facilone di un altro. Riconoscere la professionalità e disconoscere il populismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per esempio – l’anno prossimo televotare.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io pure ho televotato – ma per chi non ve lo dico <img src='http://www.ibridamenti.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> </p>
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		<title>calendario 2010 &#8211; la lettura [sguar(di)versi]</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 18:08:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dodici immagini dedicate al tema della lettura realizzate per il calendario 2010 del gruppo. Fotografie di Massimo Giacci, Sabrina Manfredi, Emanuela Moroni e Tiziana Pagnanelli. La mostra è a cura di Pasquale Altieri. Libreria del Teatro &#8211; Viterbo Inaugurazione: sabato 6 febbraio ore 18,30 Link utili: l&#8217;evento su Facebook http://www.facebook.com/event.php?eid=268241641550&#38;ref=mf il sito del progetto http://www.sguardiversi.com/ [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object style="width:420px;height:333px" ><param name="movie" value="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf?mode=embed&amp;documentId=100119170914-1c326c6695f54746acdaf67bb93cab36&amp;docName=cal-2010&amp;username=sguardiversi&amp;loadingInfoText=Calendario%202010%20(italiano)&amp;showFlipBtn=true&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml" /><param name="allowfullscreen" value="true"/><param name="menu" value="false"/><embed src="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf" type="application/x-shockwave-flash" style="width:420px;height:333px" flashvars="mode=embed&amp;documentId=100119170914-1c326c6695f54746acdaf67bb93cab36&amp;docName=cal-2010&amp;username=sguardiversi&amp;loadingInfoText=Calendario%202010%20(italiano)&amp;showFlipBtn=true&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml" allowfullscreen="true" menu="false" /></object></p>
<p>Dodici immagini dedicate al tema della lettura realizzate per il calendario 2010 del gruppo.<br />
Fotografie di <strong>Massimo Giacci, Sabrina Manfredi, Emanuela Moroni e Tiziana Pagnanelli</strong>.<br />
La mostra è a cura di Pasquale Altieri.</p>
<p>Libreria del Teatro &#8211; Viterbo<br />
Inaugurazione: sabato 6 febbraio ore 18,30</p>
<p><strong>Link utili: </strong></p>
<p>l&#8217;evento su Facebook <a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=268241641550&amp;ref=mf">http://www.facebook.com/event.php?eid=268241641550&amp;ref=mf</a></p>
<p>il sito del progetto <a href="http://www.sguardiversi.com/">http://www.sguardiversi.com/</a></p>
<p>il sito di massimo giacci <a href="http://homepage.mac.com/m.giacci/inyoureyes/index.html">http://homepage.mac.com/m.giacci/inyoureyes/index.html</a></p>
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		<title>La foto degli specchi [Gilles Deleuze]</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 20:13:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lui è Gilles Deleuze. Si tratta di una foto che gli è stata scatatta da un fotografo francese. Ed è un&#8217;immagine che sta facendo il giro della rete. Deve avere qualcosa di speciale. E&#8217; da un pò di tempo che la inseguo. A voi cosa fa venire in mente?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-4749" href="http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2010/01/la-foto-degli-specchi-gilles-deleuze/attachment/gilles_deleuze_2_h-2/"><img class="aligncenter size-large wp-image-4749" title="gilles_deleuze_2_h" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/01/gilles_deleuze_2_h-434x300.jpg" alt="" width="434" height="300" /></a></p>
<p>Lui è <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gilles_Deleuze">Gilles Deleuze</a>.</p>
<p>Si tratta di una foto che gli è stata scatatta da un fotografo francese. Ed è un&#8217;immagine che sta facendo il giro della rete.<br />
Deve avere qualcosa di <em>speciale</em>.<br />
E&#8217; da un pò di tempo che la inseguo.<br />
<strong>A voi cosa fa venire in mente?</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Facebook è un dispositivo persuasivo e omologante</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2010 11:35:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Voglio iniziare a fare il punto su Facebook, perché ci abito ormai da tempo, e… più ci sto… più osservo che si tratta di un dispositivo che è: a) apparentemente social – che bello conosco gente e siamo tutti “amici” b) sicuramente di successo – ma come…  non sei su Facebook ?!? ma anche: c) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-4734" href="http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2010/01/facebook-e-un-dispositivo-persuasivo-e-omologante/attachment/facebook-ibridamenti-3/"><img class="aligncenter size-full wp-image-4734" title="facebook ibridamenti" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/01/facebook-ibridamenti.bmp" alt="" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Voglio iniziare a fare il punto su<a href="http://www.facebook.com/home.php?src=fftb#/ibridamenti?ref=profile"> Facebook,</a> perché ci <em>abito</em> ormai da tempo, e… più ci sto… più osservo che si tratta di un dispositivo che è:</p>
<p style="text-align: justify;">a) <strong>apparentemente <em>social</em></strong> – <em>che bello conosco gente e siamo tutti “amici”</em><br />
b) <strong>sicuramente di successo</strong> – <em>ma come…  non sei su Facebook ?!?</em></p>
<p style="text-align: justify;">ma anche:</p>
<p style="text-align: justify;">c) <strong>fortemente</strong> <strong>persuasivo -</strong> nel senso che <strong>induce</strong> in noi utenti comportamenti automatici e standard (ci vuole tutti <em>veri </em>e <em>social</em>)<br />
d) <strong>e decisamente omologante</strong> – nel senso che <strong>induce</strong> in noi utenti assetti identitari, modalità di interazione e di narrazione che ci rendono “seriali” e “simili”</p>
<p style="text-align: justify;">E allora? Comunque ci si diverte! Sì, senza dubbio. Solo che è meglio sapere che si è <em>manipolati</em>, che si è fortemente <em>costituiti</em> da un dispositivo omologante. E’ meglio sapere come funziona il gioco… per giocare meglio. Io voglio usare Facebook non solo per essere “una faccia” per lo più uguale alle altre di uno stesso libro, ma anche per <em>esserci</em> in modo critico e consapevole e per fare un uso creativo e formativo di una piattaforma che offre mille potenzialità.</p>
<p style="text-align: justify;">Segnamoci un paio di appunti, prima di riaccedere al nostro affollato <em>account</em> di Facebook.</p>
<p style="text-align: justify;">Su Facebook, a differenza che nel <em>blogging</em>, le cogenze del dispositivo rendono più standardizzati i processi di soggettivazione. <strong>Su Facebook si è più <em>soggetti</em> <em>costituiti</em>, che <em>soggetti costituenti</em>.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo dalla considerazione che, come già è stato detto per i <em>blog</em>, la decisione di aprire un account Facebook “costituisce una pubblicizzazione del sé, una sorta di promozione identitaria che, come per i marchi, passa attraverso una strategica proposta di un’identità visiva”.<a href="#_ftn1">[1]</a> Il social network Facebook accentua, d’altra parte, fin dal nome, la rilevanza assegnata alla promozione di un’identità visiva del sé: è il libro delle facce.<a href="#_ftn2">[2]</a></p>
<p style="text-align: justify;">Solo che, rispetto alla libertà espressiva che il <em>blog </em>ci consente (pensate alle mille possibilità di scegliere un <em>template </em>personalizzato, di organizzare gli spazi per i propri contenuti, di scegliere l’impostazione grafica, i colori dello sfondo, la testata, etc.)  fin dai primi atti che noi facciamo, nel momento in cui siamo chiamati a produrre un’immagine di noi stessi, <strong>Facebook ci persuade a seguire un preciso regime di visibilità </strong>che non è esplicitamente prescritto ma che si articola su una serie di ingiunzioni.<a href="#_ftn3">[3]</a> Nel momento in cui costruiamo il nostro <em>account</em>, ci viene chiesto di inserire il nostro <em>nome-cognome</em>, la data di nascita, un indirizzo mail, una descrizione di noi stessi e ci viene ingiunto di caricare un’immagine di noi stessi, il nostro “avatar”, il nostro doppio digitale: &#8220;Upload a profile picture.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È l’ingiunzione che tutti noi riceviamo</strong>. Possiamo scegliere di non far vedere a nessuno o di condividere solo con gli amici, alcuni dei nostri dati <em>sensibili</em>, quali la data di nascita o l’indirizzo mail. Quel che invece non possiamo in alcun modo nascondere è il nostro <em>nome e cognome – </em>il nostro nome utente <em>- </em> e la nostra <em>immagine</em>. Se decidiamo di non caricare alcuna immagine, comparirà nel nostro account un’immagine poco attraente, con l’ingiunzione a caricarne una: un punto interrogativo che in calce riporta l’ingiunzione <em>Upload a profile picture</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-4733" href="http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2010/01/facebook-e-un-dispositivo-persuasivo-e-omologante/attachment/profile-picture-question-mark-2/"><img class="aligncenter size-full wp-image-4733" title="profile picture question mark" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/01/profile-picture-question-mark.jpg" alt="" width="202" height="222" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ora: non si dice né che siamo obbligati a farlo, né tantomeno che dobbiamo mettere una foto “vera” di noi stessi: ma, se non lo facciamo, saranno i nostri stessi “amici” a invitarci a farlo, perché tutti su Facebook hanno una loro immagine!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quel che è specifico di questo <em>dispositivo</em> rispetto ad altri, è proprio il fatto che la quasi totalità degli utenti utilizza il proprio <em>nome e cognome</em> anagrafico e pubblica una propria foto. </strong>In questo senso la promozione visiva di sé risponde alle finalità del dispositivo stesso, che non lascia eccessivi margini ad una articolazione creativa della propria immagine, ma che ci vuole tutti <em>presenti</em> in un certo modo, un po’ come nella nostra carta d’identità, con i dati anagrafici <em>veri</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei “Principi di Facebook” <a href="#_ftn4">[4]</a> che tutti noi utenti accettiamo nel momento in cui vogliamo iscriverci al Social Network si dice con chiarezza che la <em>trasparenza </em>e la <em>sicurezza </em>sono tra le finalità prioritarie del dispositivo:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Abbiamo ideato Facebook per rendere il mondo più aperto e trasparente, nella convinzione che ciò possa creare una maggiore comprensione e migliorare le comunicazioni. Facebook promuove l&#8217;apertura e la trasparenza offrendo agli utenti un&#8217;ampia libertà di condivisione e di contatto e si propone di raggiungere tali scopi sulla base di alcuni principi”.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Trasparenza</em> quindi come principio base della connessione. Il tutto è meglio dettagliato nella “Dichiarazione dei diritti” al punto 4 relativo alla <em>Registrazione e sicurezza dell&#8217;account</em>:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">“Gli utenti di Facebook forniscono il proprio nome e le proprie informazioni reali e invitiamo tutti a fare lo stesso”. E ancora: “Per quanto riguarda la registrazione e al fine di garantire la sicurezza del proprio account, l&#8217;utente si impegna a non fornire informazioni personali false su Facebook o creare un account per conto di un&#8217;altra persona senza autorizzazione”. Al comma 5, inoltre, l’utente si impegna ad “Assicurarsi che le proprie informazioni di contatto siano sempre corrette e aggiornate.”</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Facebook insomma ci vuole <em>veri</em> e <em>reali</em> in quanto <em>individui</em>: </strong>per dirla in termini filosofici Facebook induce processi di soggettivazione individualizzanti, basati cioè sulla singolarità: <strong>vorrebbe in qualche modo farci tornare ad una visione monolitica e coesa dell’identità</strong> vietandoci in modo esplicito di giocare con riposizionamenti del Sé creativi nel momento in cui ci chiede di non utilizzare un nome falso o di assumere l’identità altrui.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo aspetto del dispositivo, tuttavia, potenzia enormemente <em>l’effetto di somiglianza</em> con il <em>reale</em> del nostro <em>doppio </em>virtuale: così come noi siamo indotti a dare di noi stessi un’immagine “<em>vera</em>”, assegniamo anche agli altri “avatar”, ai doppi virtuali dei nostri amici, una consistenza che in altri luoghi della rete non possiede la stessa forza persuasiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo spiega come mai il falso <em>account</em> di <em>Alessandro Baricco</em> abbia potuto essere scambiato per lo scrittore Alessandro Baricco <em>in persona</em> da molti utenti come ci ha ampiamente raccontato <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/miracoli-web-per-giorni-sono-stato-baricco/2051708">Giorgio Cappozzo</a> su <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/miracoli-web-per-giorni-sono-stato-baricco/2051708">L’Espresso </a>(leggete il suo articolo, è davvero illuminante!). I poteri dell’immagine, lungi dall’essere rimossi, ritornano con forza a governare le dinamiche di un dispositivo che ci mette nelle condizioni di credere “vere” le interazioni dei nostri <em>doppi virtuali</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il che è perfettamente in linea con la finalità originaria di Facebook che voleva semplicemente mettere in rete persone – gli studenti dei College americani – che si conoscevano off-line o che quantomeno frequentavano la stessa scuola.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rigido è anche il regime discorsivo che regolamenta lo <em>status</em>: </strong>con un massimo di 420 caratteri, spazi inclusi, sono indotto a rispondere sempre alla stessa domanda che incessantemente si rigenera: “cosa pensi in questo momento?”. La <em>gabbia</em> è a tal punto cogente che impone all’utente, nella risposta, l’uso della terza persona singolare perché in modo automatico fa iniziare la frase sempre con l’iterazione del proprio nome-cognome: la mia risposta, non appena pubblicata, oltre che comparire sul mio profilo, viene immeditamente resa pubblica nella bacheca in cui tutti i miei “amici” possono leggere che “Maddalena Mapelli in questo momento sta scrivendo un articolo su Facebook”.</p>
<p style="text-align: justify;">Se seguissi in modo puntuale le prescrizioni e le ingiunzioni del dispositivo, mi limiterei quindi, a produrre brevi narrazioni standardizzate, all’interno di una “casa comune” accogliente e per tutti uguale anche dal punto di vista grafico, in cui i miei contenuti vengono condivisi con i miei amici: in cui la mia identità viene ulteriormente rafforzata dalle appartenenze che scelgo attraverso l’iscrizione a <em>gruppi </em>con cui condivido interessi o a pagine di personaggi famosi di cui voglio diventare <em>fan</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma forse, proprio perché Facebook è un dispositivo fortemente persuasivo e omologante, proprio perché pone vincoli e regole precise, può essere potenzialmente molto più <em>formativo</em> e <em>creativo<strong> </strong></em>di altri, nel momento in cui, a partire dal mio <em>account</em>, riesco a trovare le vie per aggirarne gli interdetti e creare dei <em>contro-spazi</em> discorsivi e di visibilità che mi facciano riflettere sul dispositivo stesso.<br />
<strong>Per questo è importante parlare di Facebook, discuterne. E forzare il dispositivo Facebook in tutti i modi. </strong>Fino a farsi, come succede a tanti miei amici, <em>bannare</em>, cioè fino a produrre la disattivazione del proprio account. Che tra l’altro, si può subito riaprire, con lo stesso nome-cognome! La sperimentazione di un dispositivo passa anche attraverso linee di rottura dello stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono solo appunti.</p>
<p>Ma mi piacerebbe sapere cosa ne pensate…</p>
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1">[1]</a> Si veda, Festi G., <em>Catepol a segno</em>, in Mapelli M., Margiotta U., <em>Dai blog ai social network,</em> Mimesis, Milano 2009, p. 27.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref2">[2]</a> “Il nome Facebook si riferisce agli annuari con le foto di ogni singolo membro (facebooks) che alcuni college e scuole preparatorie statunitensi pubblicano all&#8217;inizio dell&#8217;anno accademico. Fondato il 4 febbraio 2004 da Mark Zuckerberg, studente presso l&#8217;università di Harvard, conta attualmente oltre 160 milioni di utenti in tutto il mondo”. (da Wikipedia) E’ evidente che la finalità originaria (mettere in connessione gli studenti di una scuola) è ora profondamente cambiata vista la scala planetaria degli utenti potenzialmente connessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref3">[3]</a> Fogg B.J., <em>Picture Persuasion in Facebook</em>, Corso alla Stanford University, California, su <em>Psychology of Facebook</em>, September 17, 2007: “At the point we posted our mugshot, our friends could all see we said yes to &#8220;Upload a profile picture.&#8221; Ah, the joy of social complicity! But even more important, this simple act changes us, deep inside. Our relationship with Facebook gets cozier. Facebook is no longer a stranger; it&#8217;s a friend. And as such, we become much more likely to agree to future requests on Facebook. Yes, the picture compliance seems small, but the timing is ideal for training us well. That&#8217;s the genius of Facebook. The pattern of persuasion is established early and often. Indeed, this pattern has made Facebook, Inc., enormously wealthy” find the whole thing fascinating. Facebook is a persuasive technology. By this I mean that Facebook is a interactive system designed to change human behaviors. I&#8217;ve investigated persuasive technology at Stanford since 1993. I can say that during this year, in 2007, no other technology system has been more powerfully persuasive than Facebook.” <a href="http://credibility.stanford.edu/captology/notebook/archives.new/2007/09/picture_persuas_1.html">http://credibility.stanford.edu/captology/notebook/archives.new/2007/09/picture_persuas_1.html</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref4">[4]</a> Facciamo riferimento alla “La regolamentazione dell’uso di Facebook”, secondo l’ultima versione messa a disposizione degli utenti il 28 agosto 2009 (u. v. 10 gennaio 2010) che si articola in “Principi di Facebook” (10 articoli) e nella “Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità” che è stata estratta dai Principi di Facebook e regola la nostra relazione con gli utenti e con chiunque interagisca con Facebook.</p>
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