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	<title>Ibrid@menti &#187; Costruzioni identitarie</title>
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	<description>Blog collettivo ideato dall'Università Ca' Foscari di Venezia per proporre nuovi modelli di ricerca universitaria</description>
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		<title>dallo specchio a facebook &#8211; on line la prefazione del filosofo giulio giorello</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 17:41:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[2.0 per tutti]]></category>
		<category><![CDATA[Costruzioni identitarie]]></category>
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		<description><![CDATA[Mapelli M. Maddalena, Per una genealogia del virtuale. Dallo specchio a Facebook, Milano, Mimesis 2011 Volentieri pubblico la brillante e orginale prefazione del filosofo Giulio Giorello RIFLETTERE, RISPECCHIARE, SPECULARE &#8211; Prefazione a &#8220;Per una genealogia del virtuale. Dallo specchio a Facebook&#8221; di GIULIO GIORELLO http://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Giorello Dovrebbero riflettere, gli specchi, prima di mettersi a riflettere – [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.ibs.it/code/9788857502243/mapelli-m--maddalena/per-una-genealogia.html"><img class="aligncenter size-full wp-image-5870" title="51nr3FROBlL._SL500_AA240_" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2012/01/51nr3FROBlL._SL500_AA240_.jpg" alt="" width="240" height="240" /></a><strong> </strong></p>
<pre style="text-align: center;"><strong>Mapelli M. Maddalena,<em>
Per una genealogia del virtuale. Dallo specchio a Facebook</em></strong><em>,</em><strong>
Milano, Mimesis 2011</strong></pre>
<p>Volentieri pubblico la brillante e orginale prefazione del filosofo Giulio Giorello</p>
<p><strong>RIFLETTERE, RISPECCHIARE, SPECULARE</strong> &#8211; Prefazione a <a href="http://www.ibs.it/code/9788857502243/mapelli-barbara/per-una-genealogia.html">&#8220;Per una genealogia del virtuale. Dallo specchio a Facebook&#8221;</a><strong><br />
di G</strong><strong>IULIO </strong><strong>G</strong><strong>IORELLO</strong><br />
<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Giorello">http://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Giorello </a></p>
<p style="text-align: justify;">Dovrebbero <em>riflettere</em>, gli specchi, prima di mettersi a riflettere – soleva dire Jean Cocteau giocando sull’ambiguità della parola. Altrimenti, si possono avere delle sgradite sorprese. Come quella che capitò al fisico e fisiologo (nonché filosofo) Ernst Mach – come racconta nel suo <em>L’analisi delle sensazioni </em>(1886): “Quand’ero giovane vidi una volta in strada, di profilo, un volto a me estremamente sgradevole, ripugnante. Mi spaventai non poco quando riconobbi che era il mio e che lo avevo visto riflesso da due specchi inclinati fra loro passando davanti a un negozio”. Quel grande pensatore “viennese” (se non altro d’adozione)1 doveva essere abbastanza uso a bizzarrie del genere. Nella stessa pagina, infatti, riporta un altro curioso episodio: “Una volta, dopo un viaggio notturno assai faticoso in ferrovia, salii molto stanco su un omnibus proprio nel momento in cui vi saliva dall’altra parte un’altra persona. ‘Che maestro di scuola mal ridotto sta salendo’, pensai. Ed ero proprio io, poiché dinanzi a me si trovava un grande specchio. L’aspetto del ceto mi era dunque molto più familiare della mia fisionomia”.2</p>
<p style="text-align: justify;">Allora, che razza di “riflessioni” sono quelle speculari? Davvero esse ci danno l’immagine delle cose come sono? Maddalena Mapelli, nella ricognizione “attraverso lo specchio” che intraprende in gran parte di questo volume, ci dice che gli specchi non sono tanto un modo di comunicazione del reale bensì del virtuale. Non c’è forse uno scarto nel secondo esempio di Mach tra ciò che è (la fisionomia) e ciò che potrebbe essere (il ceto)? Eppure, è questo scarto tra reale e virtuale che può innestare la speculazione, cioè quel lasciar correr libere le congetture che viene scatenato proprio dall’esperienza “speculare”.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, in <em>Conoscenza ed errore </em>(1905) Mach si serviva di <em>bizzarre </em>esperienze del genere per mostrare come il pensiero non si accontenti di “fatti isolati” (un’astrazione inventata da un positivismo ingenuo), bensì miri a integrarli “riferendosi alle loro parti, conseguenze o condizioni”. Per esempio: “Il cacciatore trova una piuma, e la fantasia gli reca subito l’immagine dell’uccello intero di cui aveva perso le tracce”, ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche nel mondo animale è presente tale “dipanarsi di fatti osservati in rappresentazioni”. Così, “il gatto che cerca la sua immagine riflessa dietro lo specchio ha fatto, anche se in modo istintivo e inconsapevole, un’ipotesi sulla propria corporeità”.3 Rapidamente la controlla; si accorge che dietro lo specchio non c’è un altro gatto, e se ne va. Per lui, il processo è finito; ma qualche animale “superiore” ha reazioni più sofisticate. Riprendendo Charles Darwin, ancora Mach nota che “le scimmie tentano di afferrare le immagini dietro lo specchio e, grazie al loro livello psichico, mostrano di indispettirsi per la burletta”.4</p>
<p style="text-align: justify;">E adesso pensiamo a uno scimmione un po’ particolare – che si avventura in un’impresa ancor più stupefacente di quegli inganni dei sensi (o meglio, delle nostre interpretazioni) da cui abbiamo preso le mosse. Seguiamo per questa istruttiva storiella due esperti rispettivamente di logica e di fisica, come Maria Luisa Dalla Chiara e Giuliano Toraldo di Francia.5</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto tempo fa, il nostro scimmione aveva preso a digrignare i denti mentre si specchiava nella pozza di uno stagno, e si era accorto che anche il “compare” che vedeva riflesso li digrignava proprio come lui, e precisamente nello stesso istante. Questo scimmione anche troppo intelligente “ripeté l’atto più volte e avvertì confusamente che qualcosa non era naturale. Imbarazzato, si grattò la testa con la mano libera, e l’animale lì davanti ripeté in perfetta sintonia. A furia di sperimentare cominciò ad avvertire un’idea che gli baluginava: c’era uno scimmione che eseguiva esattamente tutti gli atti che lui voleva. Per riferirsi a esso gli dette un nome speciale, e lo chiamò <em>Io</em>.”6</p>
<p style="text-align: justify;">Chissà se a un certo punto quel primate – che noi battezziamo usualmente <em>Homo sapiens </em>– ha fatto come il Narciso del mito e si è gettato in acqua cercando di&#8230; afferrare se stesso.7 Certo è che, come scrivono Dalla Chiara e Toraldo di Francia, questo rispecchiamento “ha segnato una tappa fatale dell’evoluzione”.8</p>
<p style="text-align: justify;">È uno dei punti chiave di questo bel libro di Mapelli. Gli specchi – sia quelli forniti dalla natura sia quelli costruiti dall’arte dell’uomo – non solo duplicano le cose che ci sono abitualmente <em>visibili</em>, ma ci consentono di vedere quel che è per ciascuno di noi <em>invisibile</em>, cioè il nostro Io.</p>
<p style="text-align: justify;">Così – senza nemmeno invocare lo <em>stade du miroir </em>di Jacques Lacan – lo specchiarsi diventa un elemento costitutivo della nostra identità personale; ma non esaustivo; al contrario dell’Alice di Carroll, non riusciamo infatti a passare <em>attraverso lo specchio</em>: almeno, non nel senso della comprensione completa del nostro Io. Che, dopotutto, resta la “cosa” più sfuggente ed elusiva con cui mai abbiamo a che fare. Come osserva il biologo Edoardo Boncinelli, l’Io è un vero e proprio “inesplorabile” – un’<em>entità</em>, o forse meglio un <em>processo </em>“non definibile nei suoi contorni e nel suo rapporto con tutto il resto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, rimane “ciò che ‘conosco meglio’, che mi è più presente, anche se questa presenza non è conoscenza”.9</p>
<p style="text-align: justify;">In altre parole, “il fatto che io, tutto sommato, sia l’ultimo a conoscere bene il mio Io è paradossale”.10</p>
<p style="text-align: justify;">A sua volta, un filosofo tormentato e solitario come Andrea Emo notava in uno dei suoi diari filosofici che quel “meraviglioso strumento per vivere” che è il nostro corpo “pare al servizio di un misterioso padrone chiamato l’Io: un padrone invisibile che vede tutto, che conosce tutto fuorché se stesso, fuorché questa coscienza che conosce; non è altro che conoscenza, ma è l’Inconoscibile”.11 <em>Io </em>oppure <em>Dio</em>, come altri direbbe.</p>
<p style="text-align: justify;">Poiché sia dell’uno che dell’altro si può dichiarare che “è ovunque e in nessun luogo”, costituendo così “il mistero della sua inconoscibilità conoscente”.12</p>
<p style="text-align: justify;">Tale mistero trova il suo contrappunto nella paradossale immagine dei due specchi appaiati, uno di fronte all’altro, in cui chi si ferma a specchiarsi ha una sorta di esperienza dell’infinità. Come capita al protagonista del racconto <em>Midnight in the Mirror World </em>(1964) di Fritz Leiber, che incautamente si guarda riflesso nel primo specchio: “Dato che alle sue spalle c’era un secondo specchio, ciò che vide non fu una singola immagine di se stesso, ma parecchie, ognuna più piccola e più oscura di quella che la precedeva. Un’ordinata colonna di immagini che procedeva verso l’infinito”.13</p>
<p style="text-align: justify;">Leiber è un maestro dello <em>horror</em>: non ci stupisce che il suo eroe finisca per incontrare <em>davvero </em>uno “spettro nero” che si annida nel <em>virtuale </em>(“dietro strati e strati di lastra consistente: gli specchi riflessi, in qualche modo, sembravano altrettanto veri di quelli reali”).14</p>
<p style="text-align: justify;">Ma a parte il fascino “indiscreto” della virtualità, Mapelli esamina a lungo (nel secondo e nel terzo capitolo del libro) questi aspetti paradossali, riprendendo, tra l’altro, l’immagine dei mille specchi creati da un unico artefice, che si compiace nel vedere la sua figura mille volte riflessa. Immagine della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia per Tommaso d’Aquino e ancora per Martin Lutero; metafora per intendere l’<em>Uno </em>nei <em>Molti </em>secondo Marsilio Ficino. Per non dire della variante escogitata da quel vagabondo dello spirito che è stato Giordano Bruno da Nola. Unica è l’immagine del nostro Sole riflessa nello specchio, che il mago tiene fra le sue mani. Ma se lo specchio gli cade e finisce in mille pezzi, altrettante saranno le immagini dell’astro che dà luce, calore e vita alla Terra. E per di più, esse saranno modellate diversamente, non fosse altro che per le differenze materiali tra un frammento e l’altro. Questo è il nucleo del relativismo bruniano 15 – e non a caso esso è stato colto come il punto di fondo della svolta nella nostra modernità dalla rappresentazione di un mondo chiuso a quella di un universo infinito in cosmologia, cambiando insieme modi dell’espressione e stili di vita. 16</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sia lecito, a questo punto (e si perdoni la lunghezza della citazione), aggiungere al repertorio <em>riflessioni</em>, <em>rispecchiamenti </em>e <em>speculazioni </em>del libro di Maddalena Mapelli queste righe di Donatien-Alphonse-François, marchese di Sade: “Hai mai visto, Thérèse [nome d’arte della sventurata Justine], certi specchi che, con diverso artificio, o rimpiccioliscono gli oggetti o li ingrandiscono o li rendono spaventevoli o conferiscono loro tratti graziosi?</p>
<p style="text-align: justify;">Immagina ora che questi specchi uniscano, alle facoltà di riflettere, la facoltà di creare: non darebbero essi, dello stesso uomo, ritratti completamente differenti? E questi ritratti non scaturirebbero dal modo in cui lo specchio ha percepito l’oggetto? Alle due facoltà attribuite da noi allo specchio, aggiungiamone una terza: la sensibilità. Quale sentimento nutrirà in tal caso lo specchio verso l’uomo che riflette? Quello che gli ispira il tipo di essere percepito. Lo ha visto bello? Lo amerà. Lo ha visto orribile? Lo odierà. Eppure, è chiaro, si tratta dello stesso individuo.”17</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note al testo</strong><br />
1 In realtà, Mach era nato a Turas, in Moravia, nel 1838; ma sulla sua “buona austriacità” si veda il bel saggio di Aldo Gargani, premesso come introduzione a E. Mach, <em>Conoscenza ed errore</em>, tr. it. Einaudi, Torino 1982.<br />
2 E. Mach, <em>L’analisi delle sensazioni e il rapporto fra fisico e psichico</em>, tr. it. Feltrinelli, Milano 1982, p. 39, nota 1.<br />
3 E. Mach, <em>Conoscenza ed errore</em>, cit. p. 228. 4 E. Mach, <em>Conoscenza ed errore</em>, cit. p. 115. Su questo “test dello specchio” e le differenti reazioni di un gatto e di un primate si veda il brillante aggiornamento proposto in N. Humphrey, <em>L’occhio della mente. Ovvero perché gli animali non si guardano allo specchio</em>, tr. it. Instar Libri, Torino 1992, in particolare pp. 89- 91. Un novecentesco epigono di Cartesio potrebbe spingersi a sostenere che, non sapendo <em>riflettere </em>sul proprio riflesso (nello specchio), il felino non ha coscienza, mentre ce l’ha, almeno <em>in nuce</em>, il primate superiore. Ma si tratta di una contrapposizione statica – tipo quella esemplificata da una vignetta di Mel Colman, inserita (p. 58) nel libro di Humphrey. Una pecora rivela a una pecora: “Cartesio diceva che gli animali non hanno l’anima&#8230;”. E l’altra: “Allora? Ai filosofi non cresce mica addosso il cappotto&#8230;”. In realtà, come aveva intuito Mach, anche “l’anima” è questione di evoluzione. Vedi appunto il testo in corrispondenza alla nota 8.link utili</p>
<p style="text-align: justify;">5 M. Dalla Chiara, G. Toraldo di Francia, <em>La scimmia allo specchio</em>, Laterza, Roma- Bari 1988, in particolare pp. 3-9.<br />
6 M. Dalla Chiara, G. Toraldo di Francia, <em>La scimmia allo specchio</em>, p. 4.<br />
7 A parte la sua tragica fine, non dobbiamo essere troppo severi con Narciso. Si adatta anche a lui un significativo giudizio del matematico e filosofo Alfred North Whitehead: “Negli stati iniziali del progresso mentale, un errore nel riferimento simbolico è la disciplina che promuove la libertà d’immaginazione” (A.N. Whitehead, <em>Simbolismo</em>, tr. it. Raffaello Cortina, Milano 1998, p. 18).<br />
8 M. Dalla Chiara, G. Toraldo di Francia, <em>La scimmia allo specchio</em>, p. 7.<br />
9 E. Boncinelli in E. Boncinelli, G. Giorello, <em>Lo scimmione intelligente</em>, Rizzoli, Milano 2009, p. 170.<br />
10 E. Boncinelli in E. Boncinelli, G. Giorello, <em>Lo scimmione intelligente</em>, cit., p. 173.<br />
11 A. Emo, <em>Supremazia e maledizione. Diario filosofico 1973</em>, a cura di M. Donà e R.<br />
12 Gasparotti, Raffaello Cortina, Milano 1998, p. 6. 12 A. Emo, <em>Supremazia e maledizione. Diario filosofico 1973</em>, cit., p. 7. <em> </em><br />
13 F. Leiber, “Mezzanotte nel mondo degli specchi”, versione italiana in F. Leiber, <em>Creature del male</em>, a cura di G. Lippi, Mondadori, Milano 1989, pp. 53-71, in particolare p. 53.<br />
14 F. Leiber, “Mezzanotte nel mondo degli specchi”, cit., p. 56.<br />
15 Vedi, in particolare, i lavori di N. Ordine, <em>La soglia dell’ombra</em>, Marsilio, Venezia 2003 e <em>Contro il Vangelo armato</em>, Raffaello Cortina, Milano 2007.<br />
16 In relazione a Bruno, esemplari ci paiono ancora oggi le osservazioni di James Joyce, in particolare il suo “The Bruno philosophy”, in <em>Daily Express</em>, Dublin, 30 ottobre 1903, ora in J. Joyce, <em>Occasional, Critical and Political Writings</em>, con introduzione e note di K. Barry, Oxford University Press, Oxford 2000, pp. 93-94.<br />
17 D.-A.-F. de Sade, <em>Justine</em>, tr. it. in <em>Opere</em>, a cura di P. Caruso, Prefazione di A. Moravia, Mondadori, Milano 1976, pp. 565-566.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le <em>riflessioni c</em>ontinuano in rete anche qui:<br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://autaut.saggiatore.it/2011/09/347-web/"><strong>aut-aut<br />
</strong></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.finzionimagazine.it/news/finzioni-digitali/pecore-androidi/wu-ming-1-defeticizzare-la-rete/">Wu Ming 1 su <em>Finzioni</em></a><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.sentierierranti.com/2012/03/segnalazioni-52-per-una-genealogia-del.html">Sentieri Erranti</a><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tarantulailblog.it/2011/01/16/nuvole-maddalena-mapelli-per-una-genealogia-del-virtuale/">Massimo Giuliani sul blog <em>Tarantula</em></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.sinistrainrete.info/societa/1096-maria-maddalena-mapelli-facebook-un-dispositivo-omologante-e-persuasivo">Sinistrainrete</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2010/11/003675.html">Carmilla</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://ienaridensnexus.blogspot.com/2010/11/facebook-un-dispositivo-omologante-e.html">Nexus Co</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.marcominghetti.com/altre-pubblicazioni/facebook-come-mondo-vitale/">Marco Mighetti</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://unanotaasettimana.blogspot.com/2011/07/immagini-ed-avatar-una-nota-su-per-una.html">Una nota a settimana</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://unito.academia.edu/danielaghidoli/Books/491948/Facebook_e_la_celebrazione_della_Quotidianita_Semiotica_del_social_media_networking">Tesi di dottorato di Daniela Ghidoli</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ibridamenti.com/20-per-tutti/2010/06/come-muore-un-account-su-facebook-seminario-bdf-a-bergamo-video/">Seminario BDF a Bergamo</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://scritture.blog.kataweb.it/francescamazzucato/2009/05/31/dai-blog-ai-social-network-arti-della-connessione-nel-virtuale/">Francesca Mazzucato</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://http://culturaliberta.wordpress.com/2011/12/02/il-popolino-del-web/">Cultura! Libertà! </a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://larottaperitaca.wordpress.com/2011/11/02/il-collezionista-di-memorie-margini%C2%B9/">La rotta per Itaca</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://nutopia2sergiofalcone.blogspot.com/2010/11/maria-maddalena-mapelli-facebook-un.html">Nutopia2</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/percorsi/tecnologia_e_scienze_applicate/rete.html/">Treccani.it</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://inpoesia.me/2010/11/11/maria-maddalena-mapelli-facebook-un-dispositivo-omologante-e-persuasivo/">In Poesia- Filosofia delle poetiche e del linguaggio</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.zoes.it/appunto/appunti/stimoli-riflessione-web">zoes.it</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://scritture.blog.kataweb.it/francescamazzucato/2009/05/31/dai-blog-ai-social-network-arti-della-connessione-nel-virtuale/"><br />
</a></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Fanne pARTE &#8211; barcamp Intercultura, Padova 1 ottobre 2010</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Aug 2010 09:13:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[http://campintercultura.org/?p=160 Barcamp Intercultur@ 2010 &#8211; Fanne pARTE &#8211; Padova, venerdì 1 ottobre 2010 dalle 10.00 alle 18.00 Anche quest’anno, un gruppo di collaboratori, docenti e studenti del Master in Studi Interculturali dell’Università di Padova e Trickster Intercultural Lab, organizzano Intercultur@ 2010. Si tratta di un appuntamento aperto e dinamico, in cui tutti i partecipanti (studenti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-5297" href="http://www.ibridamenti.com/20-per-tutti/2010/08/fanne-parte-barcamp-intercultura-padova-1-ottobre-2010/attachment/logo_rett/"><img class="aligncenter size-large wp-image-5297" title="logo_rett" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/08/logo_rett-650x157.png" alt="" width="650" height="157" /></a><a href="http://campintercultura.org/?p=160">http://campintercultura.org/?p=160</a></p>
<p style="text-align: justify;">Barcamp Intercultur@ 2010 &#8211; Fanne pARTE &#8211; Padova, venerdì 1 ottobre 2010 dalle 10.00 alle 18.00</p>
<p style="text-align: justify;">Anche quest’anno, un gruppo di collaboratori, docenti e studenti del Master in Studi Interculturali dell’Università di Padova e Trickster Intercultural Lab, organizzano Intercultur@ 2010.<br />
Si tratta di un appuntamento aperto e dinamico, in cui tutti i partecipanti (studenti, docenti, ricercatori, insegnanti, professionisti, volontari, e curiosi) possono proporre argomenti da discutere, esperienze da raccontare e da condividere, laboratori e temi da approfondire.<br />
Lo scopo è quello di creare uno spazio innovativo e interattivo di riflessione, di scambio e di sperimentazione interculturale.<br />
<strong>Il tema di questa seconda edizione è il rapporto tra l’intercultura e le arti performative, non a caso il titolo è fanne pARTE! </strong><br />
Il barcamp INTERCULTUR@ 2010 si terrà a Padova presso il Centro Universitario di via Zabarella 82, venerdì 1 ottobre 2010 dalle 10.00 alle 18.00 (save the date!).</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, in orario serale, avrà luogo un reading della scrittrice eritrea Ribka Sibhatu.<br />
Seguiranno al più presto maggior informazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Link utili: <a href="http://campintercultura.org/?p=160">http://campintercultura.org/?p=160</a></p>
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		<title>come ve la immaginate la vostra carta di identità digitale?</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 13:44:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La carta d&#8217;identità digitale pubblicata da Paolo &#8216;Neupaul&#8217; Palmacci su Facebook http://www.facebook.com/paolo.palmacci Appena ho visto quest&#8217;immagine di  Paolo Palmacci aka Neupaul Palen [e i commenti che ha generato sul suo account Facebook e che in parte riporto sotto]  mi è sembrata un&#8217;immagine perfetta. Un&#8217;immagine sintesi. E&#8217; un&#8217;immagine che rimette in gioco i mille piani della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-5291" href="http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2010/07/come-ve-la-immaginate-la-vostra-carta-di-identita-digitale/attachment/35064_1351275905096_1327327117_30843600_482421_n/"><img class="aligncenter size-full wp-image-5291" title="35064_1351275905096_1327327117_30843600_482421_n" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/07/35064_1351275905096_1327327117_30843600_482421_n.jpg" alt="carta d'identità digitale" width="591" height="434" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>La carta d&#8217;identità digitale pubblicata da Paolo &#8216;Neupaul&#8217; Palmacci su Facebook<br />
<a href="http://www.facebook.com/paolo.palmacci">http://www.facebook.com/paolo.palmacci</a></strong></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: justify;">Appena ho visto quest&#8217;immagine di  <a href="http://www.neupaul.it/neupaulpalen.html">Paolo Palmacci aka Neupaul Palen</a> [e i commenti che ha generato sul suo account Facebook e che in parte riporto sotto]  mi è sembrata un&#8217;immagine perfetta. Un&#8217;immagine sintesi.<br />
E&#8217; un&#8217;immagine che rimette in gioco i mille piani della nostra identità mescolando carta e  pixel,  che mi fa pensare <em>attraverso un&#8217;immagine </em>(!)  alle problematiche legate alla nostra identità digitale.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; un&#8217;immagine provocatoria che porta con sé tante domande.<strong><br />
</strong><br />
<strong>Ma non è già una limitazione pensare il digitale in termini di<em> carta di identità</em>?</strong></p>
<p><strong>E se invece non fosse una limitazione perché possiamo pensare che ormai ognuno di noi è &#8220;carta di identità digitale&#8221; prima che &#8220;carta di identità&#8221; dell&#8217;Ufficio Anagrafe? </strong>Di più: pensare che ognuno di noi è &#8220;carta di identità digitale&#8221;, punto e basta? Pensare, come scrive  Paolo, che quella qui sopra è la sua carta di identità, punto e basta?</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">I due &#8216;problemi&#8217; non li considero svincolati. Né considero definitamente &#8216;altra&#8217; una identità rispetto all&#8217;altra. Ecco il perchè di questa provocazione visiva che intendeva proprio stimolare una riflessione generale.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>E ancora:  a quali condizioni di <em>cittadinanza</em> ci stiamo adeguando? </strong>A quali istituzioni stiamo affidando i nostri <em>dati</em>? A quali poteri stiamo dichiarando la nostra appartenenza? Come scrive Giovanni Boccia Altieri:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Avere una carta di identità significa che avviene un riconoscimento di appartenenza. Ma da parte di quale autorità? Voglio dire: siamo più nella condizione del cittadino italiano che va all&#8217;anagrafe o di quello clandestino?</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come ve la immaginate la vostra carta di indentità digitale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;">Riporto alcuni dei commenti all&#8217;immagine pubblicata su Facebook:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vito Colangelo </strong>Cosa stona in tutto questo? Che una carta di &#8220;identità digitale&#8221; debba appartenere (concettualemnete e culturalmente) alla categoria analogica. Perchè riprodurre esattamente quella cartacea?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Paolo &#8216;Neupaul&#8217; Palmacci</strong> ‎@ Vito: Domanda molto pertinente. Te la rigiro: quanto, concettualmente e culturalmente, l&#8217;attuale utenza del web non appartiene più alla &#8220;categoria analogica&#8221;? O, ancora, quanto è utopico o realistico ritenere che la &#8220;categoria digitale&#8221; sia un superamento definitivo e totale, l&#8217;Oltreuomo di Nietzsche?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vito Colangelo </strong>@ Paolo: si hai ragione, ma il problema non è se e quanto appartenga alla &#8220;categoria analogica&#8221; l&#8217;attuale utenza, ma perchè creare un&#8217;identità digitale (dunque altra e diversa da quella analogica) che richiami &#8220;esattamente&#8221; la marca formale dell&#8217;identità analogica.<br />
P.S.: sia chiaro (e a scanso di equivoci) la tua immagine mi è piaciuta moltissimo era solo una riflessione generale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Paolo &#8216;Neupaul&#8217; Palmacci</strong> ‎@ Vito: I due &#8216;problemi&#8217; non li considero svincolati. Né considero definitamente &#8216;altra&#8217; una identità rispetto all&#8217;altra. Ecco il perchè di questa provocazione visiva che intendeva proprio stimolare una riflessione generale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giovanni Boccia Artieri</strong> Mi interessa il richiamo al riconoscimento di cittadinanza digitale. Avere una carta di identità significa che avviene un riconoscimento di appartenenza. Ma da parte di quale autorità? Voglio dire: siamo più nella condizione del cittadino italiano che va all&#8217;anagrafe o di quello clandestino?</p>
</blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;orizzontale il verticale e le cose da non fare in rete</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Apr 2010 17:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zauberei</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Portavi i rollini delle vacanze a sviluppare. Tra quanto sono pronti? Chiedevi. Poi tornavi dopo qualche giorno e ti davano una busta di plastica grande con dentro una più piccola, con le foto e i negativi. I negativi. Un concetto affascinante. I negativi avevano tutti i colori al contrario – ma erano come il timbro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-5043" href="http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2010/04/lorizzontale-il-verticale-e-le-cose-da-non-fare-in-rete/attachment/camera_oscura/"><img class="aligncenter size-full wp-image-5043" title="camera_oscura" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/04/camera_oscura.jpg" alt="" width="524" height="276" /></a></p>
<p><em>Portavi i rollini delle vacanze a sviluppare.</em> Tra quanto sono pronti?<em> Chiedevi. </em></p>
<p><em>Poi tornavi dopo qualche giorno e ti davano una busta di plastica grande con dentro una più piccola, con le foto e i negativi.</em></p>
<p><em>I negativi. Un concetto affascinante. I negativi avevano tutti i colori al contrario – ma erano come il timbro di un fatto, l’originario di un ricordo. C’era la costanza della forma e i due poli della forma e della forma contraria – tesaurizzabili entrambi.</em></p>
<p><em>Ecco – un modo carino questo per trattenere il senso di un’esperienza negativa)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Qualche mese fa, mi è capitato di collaborare alla gestione di un sito in qualità di moderatrice di un forum – un’esperienza molto interessante devo dire, molto stimolante sotto diversi profili  &#8211; ci sarebbe un post da fare sulle logiche dei gruppi individuate da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Wilfred_Bion">Bion </a>per esempio, e su come esse si ripropongano anche in rete – anche come sviluppo delle discussioni, molto deludente invece per quello che ha riguardato il rapporto con le persone con cui mi trovavo a collaborare, che idealmente cioè si erano presentate come miei “superiori”. Talmente deludente che alla fine ho deciso di chiudere il rapporto di collaborazione – nonostante mi interessasse molto sotto il profilo politico e professionale. Erano stati fatti molti errori e si era arrivati a un punto di non ritorno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando ho scritto la mia mail in cui dichiaravo di chiudere la collaborazione</strong> – i rapporti si erano molto deteriorati. Mentre scrivevo mi accorgevo però di un fatto: quell’esperienza era stata l’occasione che aveva fornito la terza dimensione alle mie conoscenze acquisite in tema di lavoro in rete. Non era come dire –“ ho imparato delle cose”. Era come scoprire di avere un sapere, solo che questo sapere prima era usato in modo automatico e discontinuo. Ora invece era una forma un negativo che dava luogo a un positivo possibile. Un <em>cosa fare e cosa non fare</em> nella foto di una classe di situazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">In questi casi, gli psicologi dell’apprendimento parlano del passaggio tra conoscenza e competenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scoprivo cioè che esiste una competenza della collaborazione in rete.</strong> Questa competenza tiene conto di una serie di questioni che riguardano delle nozioni di ordine pratico, delle accortezze di ordine psicologico, delle consapevolezze di tipo ideologico – tutte queste cose sono normalmente scotomizzate dagli utenti, da me per prima devo dire, perché dissimulate da un generico paesaggio di immediatezza e semplicità. Vai in un sito e lasci un commento, scrivi due parole e ti apri un blog, scrivi un nome e trovi un curriculum, ne scrivi un altro e trovi una foto. Tutto pare facile e immediato.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’andar del tempo si danno diverse possibilità – qui però ne individuo due: il caso in cui una certa recettività e l’assiduità della pratica di rete ti fanno acquisire quelle conoscenze senza che neanche te ne accorgi e le applichi quasi inconsapevolmente, e il caso in cui invece, un po’ per scarsa ricezione, un po’ perché vedi la rete come una <em>chance</em> in più ma non sostanziale del tuo lavoro, insomma la usi ignorando questo corpus di conoscenze. In questo secondo caso, non è detto che l’attività frani, ma è certo che si perde molto dell’enorme potenziale di sviluppo intellettuale e progettuale che offre la divulgazione in internet. -  non a caso, il forum che io, e altre persone insieme a me abbiamo ha avuto in gestione è stato chiuso alcuni mesi dopo che l’interruzione del mio rapporto di collaborazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrei parlare di questo insieme di conoscenze, concentrandomi soprattutto sull’aspetto ideologico e psicologico, e mettendo da parte le cognizioni tecniche e informatiche per le quali mi sento meno competente, e sulle quali potrei forse dire cose non sbagliate ma certamente piuttosto banali se non noiose.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella rete abbiamo un campo di forze, che si contrastano tra loro e si organizzano in micro equilibri. </strong>Da una parte c’è la predisposizione tutta psicologica e cognitivamente necessaria di gerarchizzare gli oggetti, dall’altra c’è la tensione tutta ideologica di metterli sullo stesso piano. In ottemperanza alla prima forza si formulano in rete come altrove giudizi di valore, che valutano l’interesse degli oggetti con cui si interagisce – com’è questo articolo che mi è stato linkato? Da informazioni utili o inutili? È divertente o noioso? È frequentato o poco frequentato? Mi è utile o mi è inutile? Mi aiuta o non mi aiuta? Lo fa più o meno di quest’altro? In che rapporti è con il duplice contesto del reale e del virtuale? Questa persona è conosciuta o sconosciuta? Noi operiamo questi giudizi e stabiliamo delle classifiche personali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Inoltre nelle dinamiche della rete, la verticalità viene persino agita come se fosse un gioco di ruolo, perché subentrano dei meccanismi emotivi:</strong> già un blog moderatamente famoso possiede il suo fido drappello di commentatori spesso molto lusinghieri. Il gioco di ruolo polarizza il linguaggio di una scelta effettiva: il commentatore effettivamente ama quel sito – perché è scritto bene, perché è divertente, perché da informazioni utili, ma in questo contesto tende spesso a rendere più decisa la sua approvazione. E’ un fenomeno questo tanto più evidente quanto più un sito è popolare – che sia un blog, che sia un profilo di facebook poco importa.  Tuttavia è un fatto parecchio ingannevole – la forza ideologica dell’orizzontalità lo controbilancia potentemente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In tema ho un aneddoto interessante su Facebook.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un noto scrittore romano, aveva un profilo su FB, con migliaia di amici,  tramite il quale chiacchierava amabilmente con molte persone, molti lettori e molti aspiranti scrittori. Molti dichiaravano un acceso interesse per il suo lavoro, lo seguivano lo invitavano, e insomma lo lusingavano. Lo scrittore – una persona che sebbene io la conosca davvero superficialmente mi pare di poter garantire gentile e onesta – era davvero contento di questo scambio. Era un modo per toccare i suoi lettori ma soprattutto, per promuovere il suo lavoro. <strong>Quando però lo scrittore ha fatto un paio di presentazioni del suo nuovo libro – uscito per una grande casa editrice – alle presentazioni non si è presentato pressocchè nessuno.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lui se n’è sentito tradito. Gli è parso che i suoi ammiratori l’avessero ingannato, che l’interesse che gli avevano manifestato fosse in realtà falso, ha chiuso perciò il profilo su FB.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non era vero che lo avessero ingannato. Molti erano interessati a quello che aveva da dire, e molti avevano anche comprato il libro. Semplicemente per loro, il rapporto era molto più egualitario di quanto la sintassi del gioco di ruolo lasciasse far credere. Sei il mio mito sì certo che sì, ma io Giovedì pomeriggio <em>ci ho da fare</em>. Come si dice ai comuni mortali. Tu ci vieni alla mia festa?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’ideologia orizzontale del mondo virtuale, prevede una vicinanza tra persone che la gerarchia sociale del mondo concreto tenderebbe a tenere molto più distanti.</strong> In realtà la completa parità non si raggiunge mai, ma diciamo che se la realtà vede il paesaggio dei rapporti sociali piuttosto montagnoso – con le vette delle differenze di potere e di classe e di cultura vette che non hanno facile comunicazione con la valle, il paesaggio della rete risulta quantomeno collinare. Succede di poter dire di essere amico su FB di certo uomo politico, succede di poter scrivere sul blog di certo giornalista famoso, fino alla correttezza di certe personalità: per fare un esempio,  <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/">Loredana Lipperini,</a> giornalista e autrice affermanta fuori della rete, e <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/">uno dei blog più linkati della blogosfera,</a> è per fare un esempio perfettamente e pregevolmente coerente con l’ideologia della rete. Non linka solo compagni di casta – altri “blog d’autore”, siti di persone altrettanto o più note: ha invece un lungo e fitto blogroll in cui occhieggiano anche blog piuttosto modesti, con poco seguito, di comuni mortali.<a href="http://zauberei.blog.kataweb.it/"> Zauberei</a>, per fare un esempio,  sta appresso a Wuming.</p>
<p style="text-align: justify;">(<a href="http://zauberei.blog.kataweb.it/">Zauberei</a> appresso a <a href="http://www.wumingfoundation.com/">Wuming</a> nel blogroll della Lipperini, mi ha mandato in un brodo di giuggiole per diverso tempo! – segno che il retaggio dei rapporti di potere sopravvive alla rete. Tuttavia essa tende a comprimerlo.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Abituata all’orizzontalità della rete, specie in certi ambiti ristretti – sono rimasta basita per certe dinamiche, che ora mi venivano proposte dal mio referente, nella gestione del forum che mi era stato affidato.</strong> All’inizio per esempio, mandavo delle mail a una persona, e quando mi si rispondeva, per la verità non sempre, mi rispondeva un’altra che si faceva interprete della prima, come se ne fosse la segretaria. Perché la prima aveva da fare e non poteva occuparsi delle mie questioni. Poi quando la persona si decise a rivolgersi a me direttamente, non di rado capitarono mail in cui proponeva un atteggiamento non già di cooperazione ma di gerarchia: era una persona cresciuta come manager di azienda e ritenva, forse in totale buona fede, che uno spicciolo assertivismo aziendale, con frasi come ”non ho tempo da perdere con queste inezie”, “ragazze mi avete stancato” etc, fosse una prassi assolutamente idonea. Mandava mail fitte di punti esclamativi e di maiuscole, e aveva un atteggiamento sgradevolmente supponente. Nonostante un blaterare tutto teorico di fratellanza e di stima, di linkare sul sito – al momento molto in auge &#8211;  i siti dei suoi collaboratori, manco a parlarne.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La collaborazione che avevo deciso di fornire era a titolo gratuito e animata da interesse genuino per i temi trattati come per il lavoro proposto. </strong>Era una scelta diciamo politica o che ne so amatoriale, come quando ci si riunisce insieme e si decide di partecipare a un progetto. Una scelta non diversa per molti aspetti dalla mia collaborazione a questo progetto Ibridamenti – dove fornisco dei contributi e dove qualche volta ho partecipato a delle riunioni dello staff. Eppure, benchè anche Ibridamenti abbia delle linee guida, magari anche in contrasto con alcune mie scelte, forse non tutti quelli che leggono saranno d’accordo – ma insomma, io non ho mai avuto un’impressione sgradevole, un fastidio. Quando sono stata corretta o apostrofata  &#8211; per esempio per un linguaggio troppo volgare o troppo corrosivo, non ho mai percepito un rimando alla gerarchia ma alla comprensione alla pazienza e al buon senso. <a href="http://www.ibridamenti.com">Maddalena Mapelli</a> sa che quando si collabora in rete, più che mai quando lo si fa a titolo gratuito, la lingua scritta deve sostenere il carico dell’assenza del volto: la lingua scritta deve preoccuparsi di tagliare fuori eventuali espressioni e interpretazioni che minino la relazione o la verticalizzino, in un modo che tenda a ledere il lavoro da fare. Questa consapevolezza non andrebbe mai dimenticata.</p>
<p style="text-align: justify;">La gratuità in questo contesto è un fattore fondamentale. Per quanto ci piaccia pensare di essere liberi dal denaro, non lo siamo affatto e quello vincola i nostri comportamenti in maniera ineludibile. Se un rapporto è contrattualmente monetizzato, la monetizzazione è un forte pattern della gerarchizzazione degli oggetti: chi paga sta sopra a chi è pagato. Chi retribuisce dispone del tempo di chi è retribuito. Lo giudica in virtù di un contratto. Naturalmente sono convinzioni rischiose che anche nelle aziende vanno gestite con elegante parsimonia. Ma quando si collabora a titolo gratuito, per una condivisione ideologica diciamo di un progetto, il tempo è un bene di eguale valore chiunque lo presti, non esiste un di più un di meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, io che in quel periodo avevo il figlio di pochi mesi senza aiuto alcuno, una tesi da consegnare, e altri progetti in corso, io fornivo delle ore – di solito notturne &#8211;  che valevano molto di meno di quelle del mio committente. Il mio presunto capo. Non ho tempo da perdere!</p>
<p style="text-align: justify;">Infine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il corollario dell’ideologia della rete è una generale tendenza alla cooperazione a titolo gratuito si diceva, e nel rispetto delle reciproche competenze. </strong>E’ fondamentale nella gestione di un sito in cui partecipano più soggetti con diversi ruoli, la fiducia e il rispetto per l’ambito in cui questi ruoli vengono esercitati. Io avevo da gestire un forum, dedicato a temi psicologici piuttosto delicati e suscettibili, e a un certo punto si scopriva che se arrivava un troll non avevo il diritto di bannarlo senza prima avvertire il mio famoso superiore, che però non rispondeva alle mail o rispondeva  tre giorni dopo. Questa tempistica non era compatibile con un forum che non si ferma mai di produrre discussione e con troll che, in tre giorni possono mandare all’aria un complesso lavoro di costruzione del discorso. Si scopriva che teoricamente io in quanto moderatrice, magari posta dinnanzi a  qualcuno che si proponeva con due nomi diversi per duplicare il danno, non avevo diritto alla gestione degli ip. Oltre a certe ingerenze sulla gestione dei contenuti del forum, sulla qualità delle discussioni, scoprivo cioè che il mio ruolo non era esercitabile con l’autonomia necessaria. Non si aveva fiducia nelle mie competenze o nel mio senso di responsabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque decidevo di andarmene.</p>
<p style="text-align: justify;">Una decisione spiacevole – ma almeno avevo avuto occasione di mettere  fuoco delle cose che un giorno mi sarebbero state utili.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Cosa non dicono i gatekeepers&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 15:34:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dvinci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'innovazione per avere la diffusione massima, ed assere così adottata dalla maggioranza degli utilizzatori, ha necessità di adattarsi al cambiamento. Pertando è molto probabile che un'idea iniziale, a cui diamo una forma quadrata, arriverà ad essere diffusa con una forma circolare.  Attraverso il suo mutamento di forma non perde il suo principio originario ma assume una veste "standard" per essere più facilmente adottata.

La mia riflessioni nasce dall'eccessiva esposizione di strumenti di tipo social, nati con lo scopo di facilitare lo scambio di informazioni tra utenti e permettere di superare i limiti spazio-temporali al fine di continuità e rafforzamento di una rete. Vera innovazione dei social tools, facilità di interconnessione, facilità di creare rete attraverso interessi comuni.

Da questa fase si è passati ad uno sviluppo dell'innovazione smisurata, incontrollabile.

In questa fase di sviluppo, quale ruolo hanno giocato i gatekeepers?

Quanto ha giovato "sminuire" il vero potere di aggregazione degli strumenti social al fine di diffonderli massicciamente?

Definire l'intera rete di connessioni in un unico sistema sarebbe riduttivo, altrettanto dire che tutti utilizzano la rete impropriamente, prova ne è questo luogo di discussione. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<pre class="mceIEcenter">
<dl id="attachment_4993" class="aligncenter">
<dt><a rel="attachment wp-att-4999" href="http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2010/03/cosa-non-dicono-i-gatekeepers/attachment/07032010476-300x225/"><img class="aligncenter size-full wp-image-4999" title="07032010476-300x225" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/03/07032010476-300x2251.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></dt>
<dd><strong>La rete di valore "crea" connessioni, la rete da pesca "cerca" connessioni</strong></dd>
</dl>
</pre>
<p style="text-align: justify;">Da un pò di tempo mi trovo a riflettere sul successo di alcuni strumenti &#8220;social&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La generazione &#8220;connessa&#8221;, da alcuni definita UGC ( user generated content ) , ha più che altro creato un sistema di connessioni lasche ( Weick) su cui si sono poggiati gli strumenti &#8220;social&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso la curva di diffusione delle innovazioni di Rogers (piccolo approfondimento sul tema potete <a href="http://www.conoscenzaeinnovazione.org/dettaglio.asp?Id=18">leggerlo qui</a> ) è possibile individuare un ruolo strategico per lo sviluppo dell&#8217;idea iniziale  in innovazione diffusa. Questo ruolo è assunto dai &#8220;gatekeepers&#8221; [nota di ibridamenti da<a href="http://grandebugia.splinder.com/post/18173019/I+Gatekeepers"> qui</a>: "<span style="color: #808080;"><span style="font-size: x-small;"><span style="font-family: Tahoma;">letteralmente i guardiani del cancello, ossia di tutti coloro che pilotano e filtrano le notizie"<span style="color: #000000;">] </span><br />
</span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nel caso specifico dei social tools come twitter, facebook, i blogs,etc., io individuo il ruolo dei gatekeepers nei professionisti della comunicazione e del marketing.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;innovazione per avere la diffusione massima, ed essere così adottata dalla maggioranza degli utilizzatori, ha necessità di adattarsi al cambiamento. Pertanto è molto probabile che un&#8217;idea iniziale, a cui diamo una forma quadrata, arriverà ad essere diffusa con una forma circolare.  Attraverso il suo mutamento di forma non perde il suo principio originario ma assume una veste &#8220;standard&#8221; per essere più facilmente adottata.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia riflessioni nasce dall&#8217;eccessiva esposizione di strumenti di tipo social, nati con lo scopo di facilitare lo scambio di informazioni tra utenti e permettere di superare i limiti spazio-temporali al fine di continuità e rafforzamento di una rete. Vera innovazione dei social tools, facilità di interconnessione, facilità di creare rete attraverso interessi comuni.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questa fase si è passati ad uno sviluppo dell&#8217;innovazione smisurata, incontrollabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questa fase di sviluppo, quale ruolo hanno giocato i gatekeepers?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quanto ha giovato &#8220;sminuire&#8221; il vero potere di aggregazione degli strumenti social al fine di diffonderli massicciamente?</p>
<p style="text-align: justify;">Definire l&#8217;intera rete di connessioni in un unico sistema sarebbe riduttivo, altrettanto dire che tutti utilizzano la rete impropriamente, prova ne è questo luogo di discussione.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso tempo non si può non considerare il vero successo di piattaforme social, come Facebook, alla luce del fatto che si misconosce il suo reale potere. I gatekeepers hanno abilmente camuffato la reale innovazione in semplice &#8220;gioco&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono scesi a patti con il diavolo al fine di raggiungere una quota di adesione  maggiore, scrivendo in piccolo le &#8220;controindicazioni&#8221; sul cattivo uso degli strumenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco che accade che persone ingenue vengono licenziate perchè confessano a chiunque di NON gradire il proprio lavoro, &#8220;mandrie&#8221; di ragazzini vengono &#8220;Influenzati&#8221; da perfidi &#8220;giochetti&#8221; da adulti. I &#8220;ritardatari&#8221; ( della curva di Rogers, rappresentati da coloro che non vogliono o non sanno entrare in contatto con la rete ) che si vedono sbattuti, inconsapevolmente nel mare magnum della rete, vedi il caso degli insegnanti videoregistrati e &#8220;proiettati&#8221; sul web&#8230; costruendo un &#8220;mondo&#8221; virtuale ( che poi tanto virtuale non è se non per il fatto di usare internet come elemento di connessione) definito malvagio da alcuni &#8220;intellettuali&#8221; non troppo pratici del &#8220;valore&#8221; di costruzione delle rete.</p>
<p style="text-align: justify;">Arrivati in questa fase di sviluppo della rete, o delle reti, mi chiedo come possiamo noi &#8220;<strong>artigiani</strong>&#8221; (comunicatori, sociologi, scienziati, markettari)  di questo &#8220;<strong>reale</strong>&#8221; strumento di &#8220;<strong>costruzione</strong>&#8221; definire e diffondere il giusto &#8220;<strong>valore</strong>&#8221; delle rete  non solo, o non più, come &#8220;oggetto&#8221; ma anche come insieme di &#8220;<strong>attori</strong>&#8221; attivi che producono &#8220;<strong>significato</strong>&#8220;.</p>
<p style="text-align: justify;">Lascio la parola a chi vuol provare a dare un orientamento&#8230;</p>
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		<title>Facebook e la dissipazione del tempo [di williamNessuno]</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 12:25:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MacEwan Writer</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Borgato, Capelli, Ferraresi (a cura di) Facebook come. Le nuove relazioni virtuali Mi giunge la gentilissima richiesta di Maddalena Mapelli di proporre anche qui il post pubblicato pochi giorni fa in &#8220;Magnethic Metablog&#8221;, il blog di Willian Nessuno. Lo faccio volentieri. Nell&#8217;articolo che ho scritto per il volume &#8220;Facebook come&#8230;&#8221; puntavo a evidenziare come secondo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-4987" href="http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2010/03/4977/attachment/facebookcome/"><img class="aligncenter size-full wp-image-4987" title="facebookcome" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/03/facebookcome.jpg" alt="" width="366" height="511" /></a>Borgato, Capelli, Ferraresi (a cura di)<a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?CodiceLibro=244.36"> Facebook come. Le nuove relazioni virtuali</a></p>
<p><em>Mi giunge la gentilissima richiesta di Maddalena Mapelli di proporre anche qui il post pubblicato pochi giorni fa in &#8220;<a href="http://williamnessuno.wordpress.com" target="_blank">Magnethic Metablog&#8221;</a>, il blog di Willian Nessuno. Lo faccio volentieri.<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;articolo che ho scritto per il volume<strong> <a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?CodiceLibro=244.36" target="_blank">&#8220;Facebook come&#8230;&#8221;</a></strong> puntavo a evidenziare come  secondo me il problema maggiore avesse a che fare con <strong>&#8220;la  dissipazione del tempo&#8221;</strong>.<br />
Scritto dopo pochi mesi dal mio approdo sul social network, al momento,  dopo una più profonda e prolungata esperienza, non saprei dire di  meglio.<br />
Da allora si sono susseguiti molti articoli di commentatori, sociologi,  psicologi sul tema Facebook. Contengono molte critiche interessanti,  altre dubbie o discutibili.<br />
<strong>Quello invece che a me appare con sempre maggiore evidenza, è che  Facebook mi distoglie dall&#8217;articolare pensieri più complessi.</strong><br />
E non  perché non offra lo strumento per farlo. Ci sono le &#8220;Note&#8221;, che  molti usano in modo estremamente efficace.<br />
Il problema mi pare essere più legato al flusso tumultuoso di  aggiornamenti, che travolgono ogni approfondimento con una marea di  &#8220;nuovi eventi&#8221;. Ha a che fare sempre col tempo.<br />
La domanda è: sono ispirato dall&#8217;idea di scrivere una &#8220;Nota&#8221; complessa e  approfondita (come questo post, per esempio) su Facebook, di dedicare  tempo e riflessione sapendo che galleggerà per alcuni attimi sulla  superficie dell&#8217;esondante mare magno di piccoli appunti, emozioni,  battutine, battutacce, link, videoclip, appelli politici, aforismi, e  inutilia varie per affondare in un batter d&#8217;occhio? La risposta è: NO.</p>
<p><strong>Facebook di per sè invita a un <em>surfing</em> non necessariamente superficiale  (di link in link si può approfondire anche molto) ma compulsivo:</strong> il  nuovo evento, il nuovo commento allo &#8220;status&#8221; dell&#8217;amico da parte di  chissà chi, giungono a suscitare una sensazione (almeno, in me) di  urgenza e -talvolta- di inadeguatezza. Non ce la faccio a leggere tutto,  a commentare tutto, ad avere un pensiero chiaro o intelligente su tutto  ciò che il flusso mi propone.<br />
Mi lascio cullare e intrattenere, assumo ruoli attivi a tratti (ma in  alcuni casi ruoli solo apparentemente attivi, perché cliccare per  aderire a una petizione per la libertà in Rete probabilmente è un atto  simbolico fine a se stesso, valido -se tutto va bene- al fine di una  qualche statistica): in questo succedersi frenetico di input fatico a  generare degli output significativi. In questi giorni, esaminando l&#8217;archivio del mio precedente <a href="http://williamnessuno.splinder.com">&#8220;Magnethic Met</a><a href="http://williamnessuno.splinder.com">ablog&#8221; su Splinder</a> mi  sono reso conto di aver scritto, nel corso degli anni, davvero molto: e  questo &#8220;molto&#8221; è concentrato, distillato, archiviato sul mio vecchio  blog. Non è disperso. E&#8217; (abbastanza relativamente, dati i cambiamenti di  formule per i tag e le categorizzazioni sulla piattaforma nel corso del  tempo) archiviato. E&#8217; ancora visibile.<br />
Vive e ha vissuto di un flusso temporale suo, personale, identificabile  al di fuori di identità altre (che non siano quelle dei commentatori). (1)<br />
L&#8217;abbandono della forma-blog per me era già in corso da prima di  Facebook, i motivi erano diversi e personali, avevano a che fare  comunque proprio con la formula &#8220;aperta&#8221; del blog: sul blog può leggerti  chiunque, anche chi non vorresti lo facesse.</p>
<p><strong>Facebook è un ambiente  maggiormente protetto, nel senso che solo i tuoi &#8220;amici&#8221; possono  leggerti e devi averli prima accettati. </strong>Va da sè che questo aspetto può  essere letto in modo diverso a seconda di come lo si usa. Molto  interessante a questo proposito la metafora del &#8220;giardino chiuso&#8221; che  &#8220;rischia di diventare anche una prigione tecnica&#8221; del quale parlano  Zambardino e Russo nel libro <a href="http://www.apogeonline.com/libri/9788850329076/scheda">&#8220;Eretici  Digitali&#8221;</a>. <a href="http://www.ereticidigitali.it/">Qui il blog del loro progetto</a>.<br />
Voglio fare un tentativo: tenere un nuovo blog (o spostare quello  vecchio, a seconda dei punti di vista) su una piattaforma più flessibile  e moderna.<br />
Mi occuperò principalmente di nuovi media. In questo periodo buio ci  sono molte cose da dire. Finchè si potrà.<br />
Poi magari racconterò delle mie esperienze di lavoro, racconterò piccole  storie legate all&#8217;attualita o del tutto slegate dal presente, non so.<br />
Vedremo.<br />
Quello che ho imparato dall&#8217;esperienza di questi anni è che il counter,  in un blog, è l&#8217;ultima cosa in ordine di importanza.<br />
Esattamente come il numero di amici su Facebook.</p>
<p style="text-align: justify;">(1) <em>Nota per Ibrid@menti: in questo si può parlare veramente di una    costruzione, e oserei dire di una &#8220;sedimentazione&#8221; identitaria.</em></p>
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		<title>Wu Ming, Galzigna e dintorni [save the date: 16/03/2010 - Vega Marghera - VE]</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 17:31:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[account Facebook Ibridamenti [foto from Wu Ming] VEGA, Parco Scientifico Tecnologico di Venezia UNIVERSITA’ CA’ FOSCARI DI VENEZIA Scuola di Dottorato in scienze della cognizione e della formazione Dipartimento di Studi Storici UNIVERSITA&#8217; IUAV di Venezia “Cos’è un autore”? Dialogo a due voci tra un filosofo e uno scrittore Mario Galzigna e WuMing 1 Presentano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<pre style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-4946" href="http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2010/02/wu-ming-galzigna-e-dintorni-save-the-date-16032010-vega-marghera-ve/attachment/wu-ming-su-facebook/"><img class="aligncenter size-full wp-image-4946" title="wu ming su facebook" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/02/wu-ming-su-facebook.jpg" alt="" width="478" height="433" /></a><strong>account Facebook Ibridamenti [foto from <a href="http://www.wumingfoundation.com/">Wu Ming</a>]</strong></pre>
<p style="text-align: center;">
<p>VEGA, Parco Scientifico Tecnologico di Venezia</p>
<p>UNIVERSITA’ CA’ FOSCARI DI VENEZIA<br />
Scuola di Dottorato in scienze della cognizione e della formazione<br />
Dipartimento di Studi Storici</p>
<p>UNIVERSITA&#8217; IUAV di Venezia</p>
<p style="text-align: center;"><strong>“Cos’è un autore”?<br />
Dialogo a due voci  tra un filosofo e uno scrittore</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Mario Galzigna e WuMing 1</strong></p>
<p><strong> </strong> <strong>Presentano l’evento:</strong></p>
<p><a href="http://www.michelecamp.it/">Michele Vianello</a>, Direttore del Vega</p>
<p><a href="http://venus.unive.it/philo/index.php?module=pagemaster&amp;PAGE_user_op=view_page&amp;PAGE_id=45">Umberto Margiotta</a>, Direttore della Scuola di dottorato in Scienze della Formazione</p>
<p><a href="http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=7043&amp;persona=000219">Giorgio Ravegnani</a>, Direttore del Dipartimento di Studi Storici</p>
<p><strong>Intervengono nel dibattito:</strong></p>
<p><a href="http://www.iuav.it/Ateneo1/docenti/architettu/docenti-st/Monica-Cen/index.htm">Monica Centanni</a> (Università IUAV di Venezia, Centro studi CLASSICA)</p>
<p><a href="http://www.ibridamenti.com/">Maddalena Mapelli</a> (Scuola di dottorato in Scienze della formazione, Progetto Ibridamenti)</p>
<p style="text-align: center;"><strong>16 marzo ore 15.00 al VEGA</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Sala 1, Edificio Porta dell’Innovazione</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>5, Via della Libertà, 30175 Marghera-Venezia</strong></p>
<p>Prendendo le mosse da un saggio di Michel Foucault (“Cos’è un autore?”), un filosofo e uno scrittore si interrogano sullo statuto dell’autore nel terzo millennio. La “funzione-autore”, come la chiamava Foucault, è una delle tante variabili da cui dipende la produzione di un discorso. Si tratta, allora, di togliere all’autore il suo ruolo di soggetto creatore unico e sovrano, “il suo ruolo di fondamento originario”, considerandolo invece come una “funzione variabile e complessa del discorso”. Come una delle funzioni che lo rendono possibile.</p>
<p>La produzione letteraria di Wu Ming – nome di un gruppo di autori, sigla che rinvia a un’autorialità collettiva – mette in scena la forza dirompente di un soggetto collettivo dell’enunciazione. L’autore collettivo ci propone un’identità plurale e polifonica: dimensione facilmente accessibile, oggi, agli utenti della rete e soprattutto a chi utilizza i blog e i social network. Nella rete è possibile “sperimentare una sorta di fluidificazione identitaria, un decentramento dell’io, una sua dimensione plurale e frammentata” (M. Galzigna, Il mondo nella mente, Marsilio).</p>
<p>Le rete, dunque, come brodo di coltura dell’espressività letteraria, della riflessione filosofica e di una nuova relativizzazione della funzione-autore. Wu Ming inscrive il proprio lavoro in quella che egli chiama “nebulosa”, cioè la New Italian Epic (Einaudi Stile Libero): “una generazione letteraria”, i cui membri “condividono segmenti di poetiche, brandelli di mappe mentali e un desiderio feroce che ogni volta li riporta agli archivi, o per strada, o dove archivi e strada coincidono”. Si tratta di “una sorta di campo elettrostatico”, capace di “attirare a sé opere in apparenza difformi, ma che hanno affinità profonde. Ho scritto opere, non autori, perché il New Italian Epic riguarda più le prime dei secondi”.</p>
<p>L’opera, dunque, al centro della nostra attenzione. L’opera, vogliamo aggiungere – in questo caso il testo – come creazione che dipende da una molteplicità di fattori influenti che interagiscono. Tra questi fattori ritroveremo sempre, beninteso, profili d’autore, mutevoli e molteplici: in questa prospettiva “non si parla, infatti, di un soggetto sempre eguale a se stesso, ma di una realtà mobile e plurale: che si costituisce attraverso tecnologie e pratiche di sé, che si ricrea incessantemente, che cambia con frequenza identità, che modifica continuamente il proprio volto e la propria forma” (M. Galzigna, Comunità virtuali e pratiche di sé, Introduzione a Pratiche collaborative in rete, a cura di M. Mapelli, Mimesis).</p>
<p>Un po’ come il protagonista di Altai, l’ultimo romanzo di Wu Ming (Einaudi, Stile Libero), che afferma, quasi programmaticamente: “Tutto era possibile nell’oscurità che mi avvolgeva, e io non ero nulla. Proprio per questo non avevo mai esitato a voltare le spalle a me stesso. Non c’era niente di vero a cui voltarle”.</p>
<p>“Uno, nessuno, centomila”, verrebbe da dire…</p>
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		<title>L&#8217;anno prossimo&#8230; televotiamo ! (Sanremo 2010)</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 13:41:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>zauberei</dc:creator>
				<category><![CDATA[Costruzioni identitarie]]></category>
		<category><![CDATA[Prima pagina]]></category>
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		<description><![CDATA[di Zauberei Sanremo mi interessa sempre – per due motivi. Il primo strettamente musicale, il secondo ampiamente sociologico. Si tratta di un festival della canzone popolare e dunque è almeno fino ad ora – l’espressione di un canone. Il fatto che esista una musica raffinata e colta che si può persino ragionevolmente prediligere – confesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Zauberei</strong></p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-4931" href="http://www.ibridamenti.com/?attachment_id=4931"><img class="aligncenter size-large wp-image-4931" title="01clerici" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/02/01clerici-507x300.jpg" alt="" width="507" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Sanremo mi interessa sempre – per due motivi.</strong> Il primo strettamente musicale, il secondo ampiamente sociologico.<br />
Si tratta di un festival della canzone popolare e dunque è almeno fino ad ora – l’espressione di un canone. Il fatto che esista una musica raffinata e colta che si può persino ragionevolmente prediligere – confesso di ascoltare più volentieri John Zorn di Anna Oxa – non vuol dire che non esista una competenza e una serietà nell’espressione del canone della canzonetta. Non è escluso che escano giri armonici interessanti – e voci pregevoli. E neanche in tempi tanto remoti, al di la delle notti mitiche dei vari Modugno e Vanoni e Mina: i tempi recenti mi hanno dato cose che trovo sofisticate. Per fare degli esempi: Arisa è oggettivamente un fenomeno e anche Noemi ha una voce e tecnica considerevoli. Negli anni scorsi ricordo con la necessità di un onesto apprezzamento Francesco Renga per fare un esempio e persino certe cosarelle dei Pooh .  Agli arrangiamenti spesso grossolani (almeno quest’anno, ci hanno risparmiato l’orgia dei violini), spesso sono corrisposte melodie non proprio facili da tenere in piedi, irte di semi toni, di ripiegature sul bemolle, eppure con il bene della gradevolezza e dell’orecchiabilità. Non è poi poco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Naturalmente Sanremo prima di tutto il resto e come tutto il resto, soffre degli stessi malanni gravi dell’industria culturale italiana:</strong> in primo luogo, ammette canzoni che<em> vanno sul sicuro</em>, non inventando niente ma giocando sull’acceleratore della <em>conservazione</em> –  è  il nostro concetto di imprenditoria culturale appunto, che non consce rischio di impresa. E’ in secondo luogo ogni anno di più ostaggio delle pressioni politiche ed economiche di gruppi di potere e case discografiche. Il canone è dunque infeltrito e distorto, e vedere due canzoni interessanti deve farci stare certi che dietro ai cancelli dell’Ariston ce ne sono ancora duecento almeno che meriterebbero di essere ascoltate.</p>
<p style="text-align: justify;">Da qui la prima osservazione socioeconomica. <strong>I nuovi ricattatori di San Remo sono i talent show <em>Amici</em> e <em>X Factor</em>.</strong> Il cantante che ha vinto per conto mio era esile, immaturo, patetico. Ha vinto perché la sua candidatura è stata quasi imposta (congettura mia naturalmente) e perché la partecipazione di Amici e X Factor ha portato con sé <em>il popolo</em> che ha guardato i talent show – giovanissimi ma soprattutto giovanissime – e <strong>la gara ha avuto un esito <em>gender oriented</em>: hanno vinto tutti i maschietti votati dalle femminucce</strong>.<br />
Il secondo posto dei big era conteso al Principe da un altro puledro delle stesse scuderie, e così vale anche per il primo posto della categoria giovani. Gli organizzatori sono stati contenti perché l’età degli spettatori si è abbassata– ma il vincolo degli shaw in questione come dire, distorce il campione dei votanti.<br />
<strong>Ha vinto cioè una <em>moda giovanile</em>, non un modo collettivo seppur nazional popolare di pensare la canzonetta.</strong> Nonostante Noemi potesse davvero essere una garanzia di qualità la qualità comunque non poteva essere premiata: ai vincitori sarebbe meglio andata una statuetta in argento di Hello Kitty.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia c’è un aspetto per cui sono contenta che il Festival abbia avuto degli altissimi risultati di <em>audience</em>. Non c’è stata pagina internet in questo anno che non abbia ricordato la cronaca di un <em>flop </em>annunciato. Era chiara la manovra Rai verso Antonella Clerici, a cui era stata tolta elegantemente la sedia dal culo mentre faceva la sua bambina, facendole un torto veramente inelegante e sgradevole –  affidando la sua trasmissione a una sua sostituta e non restituendogliela al ritorno dalla maternità: perché vedete, <strong>l</strong><em><strong>e tagliatelle di nonna Pina </strong>s</em>ono tremende, ma sono professionali, ben condotte e avevano un ottimo <em>share</em>. Convinti che il dopo Bonolis sarebbe stato un disastro – perché il festival era dato per morto – Antonella aveva l’onere di assolvere una doppia funzione: la signora gratificata per il mal tolto che lavava la coscienza alla Rai, e d’altra parte la responsabile di un fallimento per la sua provinciale e pappardellesca inadeguatezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Un evidente errore di valutazione. <strong><br />
Clerici in realtà è la <em>Sanremitudo </em>fatta persona</strong>, con un bellissimo viso ma piuttosto grassottella, ora anche mamma! Casalinga professionalmente capace, è la perfetta rappresentazione della femminilità reazionaria dell’Italia di oggi. E’ forte come un toro ma fa battute da comare, rompe gli stereotipi nel privato e poi chiede alla diva di turno  &#8211; <em>come fa a mantenersi così in forma?</em> Clerici è il punto dove siamo arrivate, sta meglio delle nostre nonne italiane, sta peggio di tutte le nonne europee. Non a caso, pupo il principe e il terribile Lippi – rischio la querela se dico tutto quelle che penso di costoro – si sono permessi durante la terza serata di trattarla con supponenza e scavalcarla. In ogni caso, ho simpatia per una donna che è riuscita a farla franca, e che è sempre stata fedele a una idea di se stessa, che con una culata fa cascare una piramide di tonni in scatola, che galoppa sul palco aggraziata come una rustica contadina della Brianza. E certo è appunto adatta allo scopo e al contesto, i bimbi, la banda dei carabinieri – tuttavia se avesse lavorato male, non credo che il Festival avrebbe avuto gli stessi ascolti. Smettiamola di usare solo la sociologia per le signore, a discapito della competenza. La signora ha una sua ragione antropologica, ma conosce la disinvoltura, la precisione, i tempi scenici e molte cose che servono e che fanno un vecchio lupo della televisione.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong> Nazionalpopolare</strong></em>. A ogni festival speriamo di esserci tolti di dosso la puzza di pasta e fagioli, e con schifito rammarico scopriamo che oh no, non è così – puzziamo ancora di campagna, di ingenuità, di con Francia e con Spagna purché se magna. Ci accontentiamo di piccoli guizzi – l’orchestra che insorge al Principe in Finale, quando l’inspiegabile è come mai il principe canti – se così si può dire.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la verità è che la puzza non se n’è andata. Cediamo ai più beceri ricatti morali &#8211; <strong>per esempio un grande classico sanremese è la coda di pavone con il volto dei morti</strong>:<em> un applauso per Alda Merini!</em> Chiede il prode Cristicchi, che così si ammanta di celeste virtù con poco sforzo. <em>Un applauso per l’allenatore della nazionale italiana cicilismo</em>, propone il patriottico e Lippi e giù tutti commossi a battere le mani per il nobile pensiero. E si alternano sentiti pensierini, a crinoline di strass (orsù partecipate alla raccolta per i bimbi malati) fino all’<em>exploit </em>dell’ultima serata, dove la Clerici di nero vestita e ridondantemente ingioiellata permetteva a Maurizio Costanzo di fare un <em>defilé </em>con gli operai di termini imerese..<br />
Che gesto generoso – talmente generoso che mi veniva da vomitare.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ il momento del sentimento. Ma anche è la fiera della delega, della protesta facile e scontata del malcontento all’acqua di rose.  E’ cioè la stilizzazione del paese, l’addomesticamento dei suoi contrasti e dei suoi precipizi – delle sue ignoranze. <strong><br />
Guardi la platea, guardi il podio e pensi – ma come mai questi Italiani sono ancora così indifesi. Ma dove stanno mentre passa la storia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una osservazione conclusiva, con una specie di appello al mondo intellettuale. </strong>Il festival è come tutti i grandi fenomeni mediatici un oggetto politico  e sociale. Cioè un luogo nevralgico di determinazione reciproca tra senso comune e rappresentazione mediatica, una zona di specchi in azione – la società condiziona il festival  che ne raccogli credenze e modelli diffusi, e il festival  propone credenze e modelli alla società. Benchè la puzza di pasta e facioli sia poco gradevole, e noi vorremmo tanto più volentieri essere urbani e cosmopoliti e parlare di New York e Grammy Awards, non di Rodi garganico e San Remo, sarebbe ora che la smettessimo di spiarlo di nascosto per dare dei giudizi a posteriori, ma lo agissimo ai diversi livelli che preferiamo, ma senza tentare di lavarci un’odore che<em> a voja a esse radical chic </em>– non se ne può andare dall’oggi al domani. <strong><br />
Bisogna cioè usare il festival apertamente. Parteciparvi in qualche modo, vale il televoto vale l’articolo, vale il pensiero, vale la discussione. </strong>E bisogna farlo scorporando il più possibile il profilo tecnico da quello sociale, l’aspetto musicale da quello politico culturale. Uscire dal qualunquismo che fa di tutta l’erba un fascio, e che confonde l’estensione vocale di un cantante con le dichiarazioni facilone di un altro. Riconoscere la professionalità e disconoscere il populismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per esempio – l’anno prossimo televotare.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io pure ho televotato – ma per chi non ve lo dico <img src='http://www.ibridamenti.com/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> </p>
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		<title>calendario 2010 &#8211; la lettura [sguar(di)versi]</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 18:08:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dodici immagini dedicate al tema della lettura realizzate per il calendario 2010 del gruppo. Fotografie di Massimo Giacci, Sabrina Manfredi, Emanuela Moroni e Tiziana Pagnanelli. La mostra è a cura di Pasquale Altieri. Libreria del Teatro &#8211; Viterbo Inaugurazione: sabato 6 febbraio ore 18,30 Link utili: l&#8217;evento su Facebook http://www.facebook.com/event.php?eid=268241641550&#38;ref=mf il sito del progetto http://www.sguardiversi.com/ [...]]]></description>
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<p>Dodici immagini dedicate al tema della lettura realizzate per il calendario 2010 del gruppo.<br />
Fotografie di <strong>Massimo Giacci, Sabrina Manfredi, Emanuela Moroni e Tiziana Pagnanelli</strong>.<br />
La mostra è a cura di Pasquale Altieri.</p>
<p>Libreria del Teatro &#8211; Viterbo<br />
Inaugurazione: sabato 6 febbraio ore 18,30</p>
<p><strong>Link utili: </strong></p>
<p>l&#8217;evento su Facebook <a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=268241641550&amp;ref=mf">http://www.facebook.com/event.php?eid=268241641550&amp;ref=mf</a></p>
<p>il sito del progetto <a href="http://www.sguardiversi.com/">http://www.sguardiversi.com/</a></p>
<p>il sito di massimo giacci <a href="http://homepage.mac.com/m.giacci/inyoureyes/index.html">http://homepage.mac.com/m.giacci/inyoureyes/index.html</a></p>
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		<title>La foto degli specchi [Gilles Deleuze]</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 20:13:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>maddalena mapelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lui è Gilles Deleuze. Si tratta di una foto che gli è stata scatatta da un fotografo francese. Ed è un&#8217;immagine che sta facendo il giro della rete. Deve avere qualcosa di speciale. E&#8217; da un pò di tempo che la inseguo. A voi cosa fa venire in mente?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-4749" href="http://www.ibridamenti.com/costruzioni-identitarie/2010/01/la-foto-degli-specchi-gilles-deleuze/attachment/gilles_deleuze_2_h-2/"><img class="aligncenter size-large wp-image-4749" title="gilles_deleuze_2_h" src="http://www.ibridamenti.com/wp-content/uploads/2010/01/gilles_deleuze_2_h-434x300.jpg" alt="" width="434" height="300" /></a></p>
<p>Lui è <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gilles_Deleuze">Gilles Deleuze</a>.</p>
<p>Si tratta di una foto che gli è stata scatatta da un fotografo francese. Ed è un&#8217;immagine che sta facendo il giro della rete.<br />
Deve avere qualcosa di <em>speciale</em>.<br />
E&#8217; da un pò di tempo che la inseguo.<br />
<strong>A voi cosa fa venire in mente?</strong></p>
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