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	<title>Ibrid@menti &#187; Alivento</title>
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	<description>Blog collettivo ideato dall'Università Ca' Foscari di Venezia per proporre nuovi modelli di ricerca universitaria</description>
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		<title>&#8230;e poesia</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Nov 2008 18:21:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alivento</dc:creator>
				<category><![CDATA[IbridamentiUno]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Marchesi]]></category>
		<category><![CDATA[Voglia di poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[Primavera è a un passo, mi colma d&#8217;azzurro e di riverberi, mi chiude nel desiderio che fa duri i seni e fa sussultare la vagina. Al canto delle rane uscirò nuda per le strade. dovranno vedermi che sono bella e piena d&#8217;ardori. Lui verrà a saperlo e perderà le staffe. Lo sa che anche il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 10pt;"><span style="&quot;Trebuchet MS&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Primavera è a un passo, mi colma<br />
d&#8217;azzurro e di riverberi, mi chiude<br />
nel desiderio che fa duri i seni<br />
e fa sussultare la vagina. Al canto<br />
delle rane uscirò nuda per le strade.<br />
dovranno vedermi che sono bella<br />
e piena d&#8217;ardori. Lui verrà a saperlo<br />
e perderà le staffe. Lo sa che anche il vento<br />
può farmi godere da forsennata.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 10pt;"><em><span style="&quot;Trebuchet MS&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Maria Marchesi</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="&quot;Trebuchet MS&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="small;">Questa è una poesia. Di visceral clangore. Questa è una poesia che ride sfacciata che grida assetata. Liberatoria. Nove versi di femmina de-nudata, che inneggia in sessualità. Questa è poesia<span style="yes;"> </span>che difficilmente lascia indifferenti e non solo gli uomini. Ho incrociato questo testo in rete e mi ha colpito. E interessato pure. Non scandalizzato, non infastidito. Come spesso accade quando il sesso è come in tv: costantemente allusivo, occhieggiante, richiamato, nauseabondemente ripetitivo. Qui non c’è il sesso salace, qui il sesso è vita che esplode. Lingua che batte nel cuore. Nel formale esaminare. Quanto conta l’incipit in un testo? Quanto la chiusa? Sono la presentazione ed il commiato dal lettore. Sono l’inizio e la fine. Lo start e lo stop. L’offerta e il ritiro. Dalla scena inscenata. Qui in principio si offre allo sguardo la “primavera”, un inizio allegretto, danzante nel “passo” che subito segue. Alla fine è un orgasmo per sensi e sentimenti. Sembra quasi vederla la primavera fiorita “d’azzurro e riverberi”, il cielo che inonda la gola e pervade ogni fibra del corpo, che per sete fa duri i seni. Forte il richiamo del seno femminile, nonostante l’aspetto fisiologico d’essere questo via curva di nutrimento al neonato. Restano le mammelle nell’immaginario maschile simbolo predominante sessuale. Ma la poesia non dà tregua al lettore e prosegue e per “sussulti” e “vagina” più a fondo. Riverbera e incide. Un linguaggio di viscere a pulsare. Di fiati mozzati e spasmi a desiderare. Quando cantano le rane? Di prima mattina forse. Ed è ancora un cantare d’amore e di primavera. L’alba che appare, la luce che illumina il corpo da mostrare nudo al mondo e in controcanto all’altro. Per ingelosirlo, indispettirlo. Per affamarlo. Quanto desiderio c’è qui di far male, quanto di provocare? Lei che appare alla vista di tutti. Spoglia d’abiti e “piena d’ardori”. Come s’ama oltre e fuori. Come si avverte l’offerta del sé per chiunque nel vento che faccia godere. Forte in tutto il testo il riferimento sfrontato al piacere femminile, all’orgasmo cercato perché lui sappia e ne sia condannato. Questa è poesia al femminile, un modo di esprimersi che nel corpo, sesso e natura vede gli elementi portanti di un linguaggio senza lacci, senza veli e senza ipocrisie. Un testo che dimostra come il dire deve, se deve, e non tanto per dare fiato alla voce. E, se deve, scende fino al fondo all’ardore o alla disperazione, che spiazza, che in &#8211; dispone. Che travolge nel bene o male. Perché sia comunque nel fare del verbo. Segno su pietra.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="&quot;Trebuchet MS&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">Per i riferimenti in rete e saperne di più sull&#8217;autrice: <a href="http://golfedombre.blogspot.com/2008/10/maria-marchesi.html">q</a></span><span style="&quot;Trebuchet MS&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><a href="http://golfedombre.blogspot.com/2008/10/maria-marchesi.html">ui</a> e</span><span style="&quot;Trebuchet MS&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"> <a href="http://rebstein.wordpress.com/2008/10/15/poesie-di-maria-marchesi/">qui</a> </span></p>
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		<title>Poi c&#8217;è poesia&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Oct 2008 21:17:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alivento</dc:creator>
				<category><![CDATA[IbridamentiUno]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Assiri]]></category>
		<category><![CDATA[Voglia di poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[poi c’è questo scrivere di te senza buongiorno e senza sponde mangiando poco, perché non ci sono le tue dita che seguono le vene ed è allora che resta solo il fiume con questa intimità da saliva perché solo bagnata ti posso parlare Alessandro Assiri Anche questo testo, come il precedente, mi è stato inviato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div></div>
<p><span style="IT;"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="normal;"><span style="'Times New Roman';"><span style="Calibri;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="auto;" align="center"><span style="IT;">poi c’è questo scrivere di te<br />
senza buongiorno e senza sponde<br />
mangiando poco, perché non ci sono<br />
le tue dita che seguono le vene</span></p>
<p class="MsoNormal" style="auto;" align="center"><span style="IT;">ed è allora che resta solo il fiume<br />
con questa intimità da saliva<br />
perché solo bagnata ti posso parlare</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><em><span style="IT;">Alessandro Assiri</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="IT;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="IT;">Anche questo testo, come il precedente, mi è stato inviato via e mail e l’autore, Alessandro Assiri, non mi ha chiesto niente. Lasciandomi solo “questa cosa ed un abbraccio”. La ricevo e ringrazio. Poi commento come posso, come so, come voglio.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="auto;"><span style="IT;">Un poesia breve  e bella. Appena sette versi. Prima una quartina e dopo una terzina. Un equilibrio di sillabe ed una musica in parole. L’architettura poetica è coniugata ad una terminologia ben scelta con consapevolezza del linguaggio di oggi e di poesia, E’ un’associazione felice di vocaboli del parlato comune: “buon giorno” “mangiando” “dita” e termini che appaiono “tipicamente” poetici,  cioè frequentemente presenti  nei testi poetici come “sponde”, “dita”, “vene”, “fiume”. Ognuna di loro contiene un sequenza di riferimenti, sono parole-metafora  di altri elementi, che sbocciano spontaneamente dalla penna bocca di chi da tempo intreccia vita e poesia. Direi anzi che in ogni poesia d’autore c’è una sorta di simbologia tipica, per cui nella sua produzione quel dato termine sta a simboleggiare altro, perfettamente chiaro nella sua mente e spesso coerentemente. Allo stesso modo ci ha insegnato la tradizione poetica con i suoi cantori. Più concretamente il fiume e la sponda ad esempio rappresentano spesso lo scorrere della vita, ed i suoi approdi, quelli intermedi quello finale. Oppure gli argini a contenere l’alveo per scorrere dentro binari, una strada, un percorso tracciato o definito, sicuro, protetto. Ecco perché di certe poesie ricche di parole-simbolo  non sempre si riesce a coglierne il senso e l’originale afflato poetico, specie quando l’autore ha fatto ricorso a termini-simbolo troppo abusati, posti in sequenza, senza tracce che aprano il senso. Non mi sembra tuttavia sia questo il caso. Per cominciare. L’incipit di questa poesia è l&#8217; avverbio di tempo: “poi”, generalmente usato per esprimere una successione di eventi che si inanellano cronologicamente, dei quali alcuni precedono ed altri avvengono dopo introdotti appunto dal poi. “Poi”  è un incipit bellissimo perché sottolinea che la poesia non nasce come un fungo emerso dall’humus di quercia alla prima pioggia che fermenta spore o forse lo è, p</span><span style="IT;">roprio questo, nello scrivere di getto, ma con grazia di natura o lasciata a maturare. La poesia è un pensare profondo a cerchio - spirale, che si avvolge e produce senso da sé fuoriuscente che va verso l’alto o il basso, non necessariamente verso l’altro, per quanto certo il lettore arricchisce di senso lo scritto, come sto facendo io adesso, conquistata, rapita, immersa in questo testo poetico. Personalmente adoro questo incipit che pare prosegua un discorso intrapreso e fuori campo. Perché è un discorrere magnificamente poetico. Il “poi” qui non è un semplice dopo, ma è l’argomentare dialettico-intimo- mentale di chi sta dentro di sé a cercare, sondando pieghe nascoste e risvolti da stirare. Di chi sta raccolto nelle viscere a sentire com&#8217;è profondo il mare.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="auto;" align="center"><em><span style="IT;">Poi c’è questo scrivere di te</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="auto;"><span style="IT;">Entra in scena in fine di primo verso la persona. Seconda singolare. C’è un tu che può essere un lui o una lei, un altro, altra, l’interlocutore, presumibilmente una persona vera, consistente e materializzata nella mente del poeta solamente.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="auto;" align="center"><em><span style="IT;">Senza buongiorno e senza sponde</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="auto;"><span style="IT;">Uno scrivere franco o forse semplicemente sincero. Uno scrivere schietto senza eccessive forme, formalità convenevoli. Uno scrivere senza protezioni, sponde, paracadute. Tuffarsi dall’alto e precipitare naturalmente, sperando che di sotto sia morbido, vi si sia disteso il mare.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="auto;" align="center"><em><span style="IT;">mangiando poco, perché non ci sono<br />
le tue dita che seguono le vene</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="auto;"><span style="IT;">Ecco il corpo centrale della poesia dove il senso si fa più oscuro e c’è bisogno di andare oltre saltando l’ostacolo per trampoli emozionali. Il mangiare poco, come il poco masticare, è di chi non si sazia e mantiene un desinare parco. Perché non eccede nell’alimentarsi questo “tu”? Per scelta, per necessità, perché gli manca l’appetito? Le vene insieme del flusso vitale che alimenta il cuore e del circolo sanguigno di passione. Le dita che sono le estremità sensibili, terminali del corpo attivo. Perché le dita non seguono le vene? Manca la concretezza del toccare. Oltre le vene del sentire. Questo passaggio forse racconta qualcosa di incompleto, inappetente, inappagato o trattenuto, un “pasteggiare” di qualsivoglia cosa volutamente spoglio.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><em><span style="IT;">ed è allora che resta solo il fiume<br />
con questa intimità da saliva</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><em><span style="IT;">perché solo bagnata ti posso parlare.</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="auto;"><span style="IT;">Resta il fiume, lo scorrere del tempo o della vita, l’acqua che ricopre, disseta, piove o annega, ma resta anche l’intimità che si fa di saliva, che lecca e conosce l’altro leccando come neonato il mondo. Un dialogare che si snuda liquido. Bagnata sia la terra per germogliare, liquore d’immersione che riempie, perché l’acqua satura la sete, perché del fiume sia elemento liquido come brodo a propagare. Nel flusso viscerale delle cose l’unico luogo ove ci si potrà parlare.</span></p>
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		<title>In me risuona?</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Oct 2008 15:26:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alivento</dc:creator>
				<category><![CDATA[IbridamentiUno]]></category>
		<category><![CDATA[Voglia di poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il testo che segue mi è stato inviato via e mail. L’autore ha chiesto un mio giudizio, una critica. L’etimo di criticare è dal greco “crino” discernere, giudicare. Nel caso quindi mi si invita ad esprimere un giudizio di valore, di appartenenza del testo alla “categoria” poesia o meno. Come se io fossi in grado di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 10pt;"><span style="small;"><span style="Calibri;">Il testo che segue mi è stato inviato via e mail.<span style="yes;"> </span></span></span><span style="Calibri;">L’autore ha chiesto un mio giudizio, una critica. L’etimo di criticare è dal greco “crino” discernere, giudicare. Nel caso quindi mi si invita ad esprimere un giudizio di valore, di appartenenza del testo alla “categoria” poesia o meno. Come se io fossi in grado di visualizzare perfettamente lo spartiacque tra un insieme di parole messe a caso in versi o “criminali” a capo da un’architettura che possiede l’afflato, la grazia poetica.<span style="yes;"> Cosa che davvero non credo di potere infallibilmente fare. </span>Provo un commento del testo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 10pt;"><span style="Calibri;">La poesia è divisa in 4 strofe: le prime tre rispettivamente di<span style="yes;"> </span>7 versi ciascuna e l’ultima di 5. Il titolo della poesia è “In me”. Queste due sillabe costituiscono l’incipit della prima e seconda strofa. Non condivido la scelta sonora del sintagma “in me” per la ragione che la “n” e la “m” nelle parole di lingua italiana per evitare cacofonie tendono a scomparire ed a pronunziarsi come un&#8217;unica<span style="yes;"> </span>parola con il raddoppio della consonante. Perciò “in me”, salvo a scandirlo distintamente e con pausa centrale, propende ad uscire dalla bocca e pervenire all’orecchio come “immè”.<span style="yes;"> </span>Inducendo una “superficializzazione “ del testo che, volendo sondare profondità, per sgambetto di labiali ed accenti soffre già dalle sue prime battute una sorta di contrappunto d’esclamazione. I versi di sei sette sillabe, costellati da interruzioni <span style="yes;"> </span>appaiono singhiozzanti, nonostante l’addolcimento indotto da alcune rime (vuoto-nuoto, voce–foce, metraggio-meriggio) assonanze (forte-sferzante) e allitterazioni (falena-fanale), questo frequente andare a capo spezzando il respiro impedisce al testo di prendere il volo secondo l’intento dell’autore insistente d’ardore e di fuoco. Nel testo il calore è profuso a piene mani: “sole accecante” “cuoce” “sferzante” “meriggio” “bruciante”. Leggermente raccapricciante nel contesto l’immagine delle lucertole arrostite. Affligge per altro aspetto l’uso in due casi della parola “morte”. In prima ed in penultima strofa. Emerge così un connotazione di superfluo che in poesia non sempre è peccato non sempre è veniale. La ridondanza, in genere, non giova alla composizione. Tra i suggerimenti frequentemente dati a chi si cimenti per le prime volte c’è quello di sfrondare e <span style="yes;"> </span>sfrondare finché della poesia non resti che l’essenziale, perché dalle labbra fuoriesca solo ciò che non si può fare a meno di dire.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="Calibri;">Il senso del componimento è reso palese della scelta dei vocaboli e dalla lettura complessiva. L’innamoramento feroce, delirante, mortale della voce dell’amato/a. Non di lui (o di lei), non di ciò che dice o fa, ma della voce. Ci si può innamorare di una voce fino a tal punto? Al punto che la voce rimbomba bruciante, luminosa di fanale e falena, di strazio, di film, di plastica e<span style="yes;"> </span>sortilegio. Indubbiamente sì. Può accadere. Tuttavia<span style="yes;"> </span>nell’esprimere questo sentire l’autore per fretta, per eccesso, per carenza non ha maneggiato la materia poetica con quell’afflato profondo che regala grazia piena al comporre. In questi casi egli appare essere stato dominato/appagato dall’ansia di convincere della bontà, verità, intensità dei suoi sentimenti. Vuole raggiungere l’uditore, sia questi l’amato o il lettore, dimenticando che la poesia non nasce per prova, né per dimostrare alcunché, dimenticando che solo il sedimentare del<span style="yes;"> </span>dire gonfia il torace e si fa polla gorgogliante che emerge. Forse trascurando che non serve neanche attendere, se non c’è l’esigenza, l’insostenibile urgenza di dire in poesia, quando è preferibile la prosa o il comune linguaggio per centrare efficacemente il bersaglio.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 10pt;"><span style="Calibri;">In me</span></p>
<p>in me la tua voce<br />
a volte più forte<br />
del sole accecante<br />
quando l&#8217;asfalto<br />
cuoce lucertole<br />
nello sferzante<br />
miraggio nell&#8217;afa di morte.</p>
<p>in me la tua voce<br />
lontana nel vuoto<br />
nel corpo in cui nuoto<br />
distante dal mondo<br />
come un fanale<br />
a cui la falena<br />
si abbevera e sbatte.</p>
<p>dentro la voce<br />
che muove il mio corpo<br />
quando egli urla<br />
e che strazia alla foce<br />
del mondo col fiume<br />
di morte che dentro<br />
mi porto. un cortome&#8230;</p>
<p>&#8230;traggio la tua voce (dentro)<br />
che recita il canto<br />
di un agosto meriggio<br />
bruciante di plastica<br />
e di sortilegio</p>
]]></content:encoded>
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		<title>11 settembre a New York</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Oct 2008 23:02:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alivento</dc:creator>
				<category><![CDATA[IbridamentiUno]]></category>
		<category><![CDATA[11 settembre]]></category>
		<category><![CDATA[donnainlinea]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[twin towers]]></category>
		<category><![CDATA[Voglia di poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[Una nube pietosa scese a coprire la vostra eterna dimora. Una nube pietosa scese a coprire i nostri occhi increduli. Occhi del mondo, specchio di anime affrante. Una nube pietosa fatta di cenere da cui rinasce la vita, fenice dei nostri giorni. Una nube pietosa scese ad abbracciare quanti, ancora oggi, stringono il nulla di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 10pt;"><span style="Batang;"><span style="small;">Una nube pietosa scese a coprire la vostra eterna dimora.<br />
Una nube pietosa scese a coprire i nostri occhi increduli.<br />
Occhi del mondo, specchio di anime affrante.<br />
Una nube pietosa fatta di cenere da cui rinasce la vita,<br />
fenice dei nostri giorni.<br />
Una nube pietosa scese ad abbracciare quanti,<br />
ancora oggi,<br />
stringono il nulla di voi.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 10pt;"><em><span style="Batang;"><span style="small;">Paola (Donnainlinea)</span></span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 10pt;"><span style="Calibri;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="&quot;Verdana&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="small;">Ne commenti del primo post di &#8220;Voglia di poesia&#8221; Paola Donnainlinea ha proposto il testo che riporto qui sopra.  Ed io ho colto l&#8217;occasione per fare una prima prova di commento. A seguire.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="&quot;Verdana&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="small;">C’è un solo undici settembre nella storia ormai, quello inchiodato a New York. Uno sfondamento, uno squarcio, un incendio che ha scosso le certezze di potere e le coscienze degli uomini sensibili. La profondità di questa commozione affiora in parole di autentica compartecipazione in questo testo poetico di Paola Donnainlinea .</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="&quot;Verdana&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="small;">Il testo è costruito tutto sulla ripetizione in principio di primo, secondo, quarto e sesto verso del sintagma “una nube pietosa” che conferisce <span style="yes;"> </span>una cadenza lenta, un ritmo solenne, all’intero testo. Particolarmente ben scelto l’aggettivo pietosa, per quel richiamo al divino, per quel senso di compassione che induce. La doppia ripetizione del sintagma “una nube pietosa” ricorrente con il verbo “scese” nell’incipit del primo e secondo verso e incolonnati (effetto ottenuto sfruttando il verso lungo) introduce la gravità del pensiero, così come l’uso di parole proprie di requiem e cerimonie funebri quali “eterna dimora”. Ancora una ripetizione è costituita dall’uso del nome occhi, prima “increduli”, in fine del secondo verso, e subito dopo ripresi nel terzo diventati “occhi del mondo, specchio d’anime affrante” espressione che approfondisce ulteriormente la solennità cupa del testo e trascende verso la preghiera, l’invocazione. L’immagine ricorrente della nube è riferita alla nube di polvere spessa, pesante che avvolse per giorni e giorni i grattacieli sventrati, che annegò le vittime, che soffocò i soccorritori. La nube si trasforma nella visione poetica e diventa un velo che si stende pietoso a coprire i corpi offesi, che offusca la vista dell’umanità incredula, impotente spettatrice. Gli occhi di coloro che guardano, gli occhi di coloro che piangono un dolore affranto. Nella seconda parte l’autrice immette come linfa poche e significative parole di speranza, come un filo d’erba nel deserto del fuoco. Usa il temine “fenice”, il leggendario uccello capace di rinascere dalla ceneri, compare anche la parola “vita” come segno di resurrezione e prosecuzione. Nella parte finale ritorna nuovamente la nube, nuovamente come un velo pietoso, non più quella nube di fumo e detriti, ma metaforicamente quella della dimenticanza, quella della memoria che si attenua, un velo che allevia nelle menti degli orfani, delle vedove, di chi abbia perso un figlio o un fratello, anche solo un amico, il dolore sempre presente. La chiusa riporta all’immagine di un abbraccio che stringe il vuoto, la sensazione di coloro che per sempre avvertiranno l’assenza dei cari che nella nube hanno subito il dissolversi del proprio passato e del proprio futuro. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="&quot;Verdana&quot;,&quot;sans-serif&quot;;"><span style="small;">Tecnicamente la poesia è riuscita. Si presenta di lettura non equivoca, non complessa, specialmente se collegata all&#8217;evento che la genera, scopertamente con il riferimento del titolo.  Essa ha un senso aperto, chiaro, non mascherato, non da sviscerare, né da intuire con una lettura emozionale o evocativa, si offre allo sguardo con pienezza di esposizione. <span style="yes;"> </span>Personalmente avrei preferito una scansione di verso più breve. E per la lettura formale che ne ho appena compiuto direi che il componimento di Paola ben risponde a quell’esigenza di dire cosa che in altro modo non si riesce a dire. A rischio d’essere stucchevoli, ipocriti, scontati o banali. Superficiali. Perché indubbiamente tanto si è parlato della tragedia delle Twin Towers, ma io credo che, in sintesi di versi, Paola sia riuscita anche a rendere perfettamente l’impressione profonda che l’evento ha provocato nel suo animo, raggiungendo nel contempo con questa sua manifestazione poetica l’effetto di muovere le stesse leve emozionali nel lettore. In ciò sta la forza comunicativa potente ed efficace della poesia.<span style="yes;"> </span></span></span></p>
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		<title>Voglia di poesia</title>
		<link>http://www.ibridamenti.com/ibuno/2008/10/voglia-di-poesia/</link>
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		<pubDate>Sat, 18 Oct 2008 18:40:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alivento</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Voglia di poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[“Voglia di poesia”, qui su Ibridamenti, è il titolo della rubrica nella quale intendo presentare alcune poesie accompagnate da un mio commento svolto sul un filo d&#8217;immersione essenzialmente emozionale. Le poesie commentate saranno testi in parola poetica incrociati sul web o proposti alla lettura da chi lo desideri all’indirizzo aliventochiocciolainterfree.it . Chiunque potrà proporre poesie [...]]]></description>
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<p><span style="IT;"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="IT;"><span style="yes;"> </span>“Voglia di poesia”, qui su Ibridamenti, è il titolo della rubrica nella quale intendo presentare alcune poesie accompagnate da un mio commento svolto sul un filo d&#8217;immersione essenzialmente emozionale. Le poesie commentate saranno testi in parola poetica incrociati sul web o proposti alla lettura da chi lo desideri all’indirizzo aliventochiocciolainterfree.it . Chiunque potrà proporre poesie proprie o altrui e commenti di propria produzione che rispondano allo spirito della rubrica da postare in questa categoria.</span><span style="IT;"><span style="yes;"><span id="more-1451"></span></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="IT;">Ho scelto il titolo “Voglia di poesia” per sottolineare quel maggiore bisogno che si riscontra, specie in rete ed in questo tempo, di esprimersi in versi. L’ho scelto perché alla voglia di poesia, sia nel senso di leggerla che di scriverla non bisogna sottrarsi. Non solo per la speranza che </span><span style="IT;">la poesia possa contribuire a promuovere la bellezza nel mondo, ma perché è sempre un bene abbandonarsi a questa misteriosa forma espressiva per il fascino inspiegabile che promana, per la sua potenza evocatrice, immaginifica, metaforica e metamorfica. Per la ricchezza dei contenuti. Perché la poesia, come la vita, tutto comprende e compenetra nel massimo sforzo che può fare la mente nel più sintetico modo del dire.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="IT;">Non che così voglia fornire una definizione di poesia. Vero è quanto scrive Caproni nella metafora dell’indefinibilità “<em>Buttate pure via ogni opera in versi o in prosa. Nessuno è mai riuscito a dire cose&#8217;è, nella sua essenza, una rosa</em>.” </span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span style="IT;">Un paragone che ben evidenzia l’impalpabilità del fiore più nobile della nostra lingua. La parola poetica sgorga da recessi profondi, cupi attraversamenti, fratture scomposte, aneliti inenarrabili. La poesia dice ciò che si può dire, ciò che non si può dire, essenzialmente dice ciò che non si riesce altrimenti a dire. Per questo si fa ricerca, per questo è scoria che affiora liberatoria. Sono convinta con T. S. Eliot che </span><span style="&quot;Tahoma&quot;,&quot;sans-serif&quot;;">“<em>La vera poesia può comunicare anche prima di essere capita</em>”</span><span style="IT;">. Ecco il perché di una lettura emozionale, la più comprensibile e nel contempo la più complessa. In poesia si consegna all’architettura verbale quanto più intimo si possa scavare negli echi insondabili del nostro profondo. Un antro che prescinde e nel contempo è imbevuto del nostro vissuto, della nostra esperienza. Ne prescinde per quell’impossibile tentativo di afferrare l’assoluto che accomuna ogni umana finitudine, ne è imbevuto per l’imprescindibile commistione con ogni attimo personalmente vissuto, con ogni input inghiottito, introitato, macerato. <span style="yes;"> </span>Per queste ragioni ogni poeta che abbia fino al suo limite varcato la soglia e ne sia tornato e poi in versi ne abbia raccontato, potrebbe affermare con Neruda &#8220;<em>Se mi chiedono che cosa è la mia poesia, devo confessare che non lo so; ma se chiedono alla mia poesia chi sono io, lo comprenderanno</em>”.</span></p>
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