Obama e la colpa metafisica

Giofilo
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Obama assolve la CIA per le torture ai prigionieri nelle zone di guerra al terrorismo – suolo americano compreso – donne e uomini svegliati bruscamente nel cuore della notte più e più volte, fino all’alba, come ai tempi del Reich, messi con la testa sott’acqua, al freddo, a rabbrividire fino alla morte, o quasi – non è chiaro quanti di questi “prigionieri di guerra” siano morti a tutti gli effetti e non soltanto nella loro dignità, in seguito agli “interrogatori”.
   Stiamo parlando, non dimentichiamolo, degli Stati Uniti, che storicamente hanno praticato il terrorismo indisciplinatamente – contro tutte le norme internazionali – e sono stati condannati dal Tribunale internazionale, per intenderci lo stesso a cui Milosevic dovette rispondere dei suoi crimini, ma allora, per quella storia del Nicaragua, negli anni ‘80, quando fecero decine di migliaia di morti con operazioni militari e paramilitari a sostegno, come accadeva in quel periodo, del proprio candidato nello staterello sudamericano di turno, gli Stati Uniti rigettarono la sentenza, per poi rifiutare e insabbiare con un veto la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Cioè l’accusato si auto-assolse.
   ”El Salvador ne è un esempio drammatico. Gli anni ottanta si aprirono con l’assassinio di un arcivescovo e terminarono con l’uccisione di sei importanti intellettuali gesuiti. Così l’esercito americano sconfisse la teologia della liberazione.
   Un aspetto interessante della nostra comunità intellettuale è che nessuno ne sa niente. Se forze appoggiate dai russi, armate dai russi, addestrate dai russi avessero assassinato in Cecoslovacchia sei intellettuali di spicco e un arcivescovo, lo avremmo saputo. Avremmo conosciuto i loro nomi e letto i loro libri. Potete fare, però, un piccolo esperimento: scoprite, tra le persone istruite che conoscete, quanti conoscono almeno i nomi di quegli intellettuali gesuiti, importanti intellettuali latinoamericani uccisi da forze speciali armate e addestrate da noi [statunintensi], o dell’arcivescovo, o delle altre settantamila vittime, che per la maggior parte, come al solito, erano contadini. ” Si legge in Dopo l’11 settembre. Potere e terrore di Noam Chomsky, ma anche in rete con un po’ di pazienza e ricerca. Sono fatti ovvi, e l’ovvietà sta nel fatto che sono documentati. Entrano cioè nella Storia, allo stesso modo dei fatti dell’11 settembre, così come la recessione che stiamo vivendo, così come le atrocità del ‘900, anche se, naturalmente, pure in questi campi minati della Storia si presentano puntuali i “negazionisti”.
   Ricordare non è demonizzare, ricordare i milioni di morti vietnamiti insieme naturalmente ai militari americani (di cui le stime, i nomi, la ritualità nazionale commemora e incide sulla pietra soltanto i secondi). Ricordare i morti di fame in India, a milioni, sotto l’imperialismo britannico che ben conosciamo ma che seppelliamo a mo’ di “storia vecchia”.
   Ricordare i 151.000 morti civili in Iraq (indagine OMS, di un anno fa) quindi centinaia di migliaia di donne e uomini, come noi, che andavano al mercato, dal parrucchiere, a scuola e un ordigno oppure un proiettile li ha strappati al quotidiano, ai loro cari. Ricordare i 2974 morti l’11 settembre. E che i morti hanno pari dignità, tra oriente e occidente.
   Tornando al presente, la nuova politica di Obama, con le inedite aperture verso Cuba, verso oriente (vedi Turchia, Iran) e i rapporti morbidi, di dialogo anche con l’Europa segna un punto di svolta e, si spera, di non ritorno.
   Ma per “affrontare un capitolo buio e doloroso”, come dichiara Obama oggi, non è possibile passare sopra le atrocità, anche commesse da ”coloro che hanno fatto il loro dovere in buona fede basandosi sui consigli legali del dipartimento della Giustizia”, cioè che hanno massacrato, torturato, leso i Diritti dell’Uomo nella maniera più intollerabile per un paese che vuole “esportare la democrazia”.
   Posso capire l’indulgenza verso gli ultimi, i soldati, i carcerieri che hanno pedissequamente (ma è tutto da vedere) portato a termine degli ordini. (In primo luogo, indulgenza non significa assoluzione generale e sconclusionata, che viene oggi invocata).
   Ma se anche fosse, che l’ultima ruota del carro, o del carrarmato, venisse sollevata dalle proprie colpe giuridiche e politiche, i capi dell’esercito invece, i dirigenti CIA, i decisori che hanno reso possibile quel «terrorismo» e quelle lesioni di ordine psichico e fisico nei confronti, anche, di innocenti, perché mai dovrebbero ricevere l’assoluzione? Perché i gerarchi di ogni guerra e di ogni crimine internazionale (eccetto le superpotenze occidentali) hanno pagato di fronte ai tribunali internazionali, come lo stesso Saddam Hussein, e questi signori, questi massacratori devono essere assolti in nome di uno smemorante mutamento della politica statunitense? Sempre se ho capito bene, se abbiamo capito bene…
   Karl Jaspers in “La questione della colpa. Sulla reponsabilità politica della Germania”, distingue quattro elaborazioni intellettuali della colpa: c’è un senso giuridicico di intenderla, ovvero come trasgressione della legge di uno stato; c’è poi una determinazione politica della colpa, perché ognuno ha una infinitesima ma cruciale parte di reponsabilità per le scelte del proprio governo; c’è una colpa morale, di fronte al tribunale della propria coscienza; c’è infine una colpa metafisica, da parte di chi non si oppone alle ingiustizie e alle malvagità di cui è a conoscenza, al di là degli ordini e delle regole che ci siano per vincolarlo a non intervenire.
   Ebbene da quali di queste colpe e da quali reponsabilità Barack Obama libera se stesso, il suo popolo e i presidenti che lo hanno preceduto? Quali di queste deve essere insabbiata, asfaltata per procedere verso il nuovo “cammino di speranza”? Si può davvero fondare una svolta politica sull’immunità per le torture commesse, sull’impunità per la lesione dei più fondamentali Diritti dell’Uomo?

 

pubblicato anche qui: La poesia e lo spirito

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