Mapelli M. Maddalena, Per una genealogia del virtuale. Dallo specchio a Facebook, Milano, Mimesis 2011
Volentieri pubblico la brillante e orginale prefazione del filosofo Giulio Giorello
RIFLETTERE, RISPECCHIARE, SPECULARE – Prefazione a “Per una genealogia del virtuale. Dallo specchio a Facebook”
di GIULIO GIORELLO
http://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Giorello
Dovrebbero riflettere, gli specchi, prima di mettersi a riflettere – soleva dire Jean Cocteau giocando sull’ambiguità della parola. Altrimenti, si possono avere delle sgradite sorprese. Come quella che capitò al fisico e fisiologo (nonché filosofo) Ernst Mach – come racconta nel suo L’analisi delle sensazioni (1886): “Quand’ero giovane vidi una volta in strada, di profilo, un volto a me estremamente sgradevole, ripugnante. Mi spaventai non poco quando riconobbi che era il mio e che lo avevo visto riflesso da due specchi inclinati fra loro passando davanti a un negozio”. Quel grande pensatore “viennese” (se non altro d’adozione)1 doveva essere abbastanza uso a bizzarrie del genere. Nella stessa pagina, infatti, riporta un altro curioso episodio: “Una volta, dopo un viaggio notturno assai faticoso in ferrovia, salii molto stanco su un omnibus proprio nel momento in cui vi saliva dall’altra parte un’altra persona. ‘Che maestro di scuola mal ridotto sta salendo’, pensai. Ed ero proprio io, poiché dinanzi a me si trovava un grande specchio. L’aspetto del ceto mi era dunque molto più familiare della mia fisionomia”.2
Allora, che razza di “riflessioni” sono quelle speculari? Davvero esse ci danno l’immagine delle cose come sono? Maddalena Mapelli, nella ricognizione “attraverso lo specchio” che intraprende in gran parte di questo volume, ci dice che gli specchi non sono tanto un modo di comunicazione del reale bensì del virtuale. Non c’è forse uno scarto nel secondo esempio di Mach tra ciò che è (la fisionomia) e ciò che potrebbe essere (il ceto)? Eppure, è questo scarto tra reale e virtuale che può innestare la speculazione, cioè quel lasciar correr libere le congetture che viene scatenato proprio dall’esperienza “speculare”.
Del resto, in Conoscenza ed errore (1905) Mach si serviva di bizzarre esperienze del genere per mostrare come il pensiero non si accontenti di “fatti isolati” (un’astrazione inventata da un positivismo ingenuo), bensì miri a integrarli “riferendosi alle loro parti, conseguenze o condizioni”. Per esempio: “Il cacciatore trova una piuma, e la fantasia gli reca subito l’immagine dell’uccello intero di cui aveva perso le tracce”, ecc.
Anche nel mondo animale è presente tale “dipanarsi di fatti osservati in rappresentazioni”. Così, “il gatto che cerca la sua immagine riflessa dietro lo specchio ha fatto, anche se in modo istintivo e inconsapevole, un’ipotesi sulla propria corporeità”.3 Rapidamente la controlla; si accorge che dietro lo specchio non c’è un altro gatto, e se ne va. Per lui, il processo è finito; ma qualche animale “superiore” ha reazioni più sofisticate. Riprendendo Charles Darwin, ancora Mach nota che “le scimmie tentano di afferrare le immagini dietro lo specchio e, grazie al loro livello psichico, mostrano di indispettirsi per la burletta”.4
E adesso pensiamo a uno scimmione un po’ particolare – che si avventura in un’impresa ancor più stupefacente di quegli inganni dei sensi (o meglio, delle nostre interpretazioni) da cui abbiamo preso le mosse. Seguiamo per questa istruttiva storiella due esperti rispettivamente di logica e di fisica, come Maria Luisa Dalla Chiara e Giuliano Toraldo di Francia.5
Tanto tempo fa, il nostro scimmione aveva preso a digrignare i denti mentre si specchiava nella pozza di uno stagno, e si era accorto che anche il “compare” che vedeva riflesso li digrignava proprio come lui, e precisamente nello stesso istante. Questo scimmione anche troppo intelligente “ripeté l’atto più volte e avvertì confusamente che qualcosa non era naturale. Imbarazzato, si grattò la testa con la mano libera, e l’animale lì davanti ripeté in perfetta sintonia. A furia di sperimentare cominciò ad avvertire un’idea che gli baluginava: c’era uno scimmione che eseguiva esattamente tutti gli atti che lui voleva. Per riferirsi a esso gli dette un nome speciale, e lo chiamò Io.”6
Chissà se a un certo punto quel primate – che noi battezziamo usualmente Homo sapiens – ha fatto come il Narciso del mito e si è gettato in acqua cercando di… afferrare se stesso.7 Certo è che, come scrivono Dalla Chiara e Toraldo di Francia, questo rispecchiamento “ha segnato una tappa fatale dell’evoluzione”.8
È uno dei punti chiave di questo bel libro di Mapelli. Gli specchi – sia quelli forniti dalla natura sia quelli costruiti dall’arte dell’uomo – non solo duplicano le cose che ci sono abitualmente visibili, ma ci consentono di vedere quel che è per ciascuno di noi invisibile, cioè il nostro Io.
Così – senza nemmeno invocare lo stade du miroir di Jacques Lacan – lo specchiarsi diventa un elemento costitutivo della nostra identità personale; ma non esaustivo; al contrario dell’Alice di Carroll, non riusciamo infatti a passare attraverso lo specchio: almeno, non nel senso della comprensione completa del nostro Io. Che, dopotutto, resta la “cosa” più sfuggente ed elusiva con cui mai abbiamo a che fare. Come osserva il biologo Edoardo Boncinelli, l’Io è un vero e proprio “inesplorabile” – un’entità, o forse meglio un processo “non definibile nei suoi contorni e nel suo rapporto con tutto il resto”.
Eppure, rimane “ciò che ‘conosco meglio’, che mi è più presente, anche se questa presenza non è conoscenza”.9
In altre parole, “il fatto che io, tutto sommato, sia l’ultimo a conoscere bene il mio Io è paradossale”.10
A sua volta, un filosofo tormentato e solitario come Andrea Emo notava in uno dei suoi diari filosofici che quel “meraviglioso strumento per vivere” che è il nostro corpo “pare al servizio di un misterioso padrone chiamato l’Io: un padrone invisibile che vede tutto, che conosce tutto fuorché se stesso, fuorché questa coscienza che conosce; non è altro che conoscenza, ma è l’Inconoscibile”.11 Io oppure Dio, come altri direbbe.
Poiché sia dell’uno che dell’altro si può dichiarare che “è ovunque e in nessun luogo”, costituendo così “il mistero della sua inconoscibilità conoscente”.12
Tale mistero trova il suo contrappunto nella paradossale immagine dei due specchi appaiati, uno di fronte all’altro, in cui chi si ferma a specchiarsi ha una sorta di esperienza dell’infinità. Come capita al protagonista del racconto Midnight in the Mirror World (1964) di Fritz Leiber, che incautamente si guarda riflesso nel primo specchio: “Dato che alle sue spalle c’era un secondo specchio, ciò che vide non fu una singola immagine di se stesso, ma parecchie, ognuna più piccola e più oscura di quella che la precedeva. Un’ordinata colonna di immagini che procedeva verso l’infinito”.13
Leiber è un maestro dello horror: non ci stupisce che il suo eroe finisca per incontrare davvero uno “spettro nero” che si annida nel virtuale (“dietro strati e strati di lastra consistente: gli specchi riflessi, in qualche modo, sembravano altrettanto veri di quelli reali”).14
Ma a parte il fascino “indiscreto” della virtualità, Mapelli esamina a lungo (nel secondo e nel terzo capitolo del libro) questi aspetti paradossali, riprendendo, tra l’altro, l’immagine dei mille specchi creati da un unico artefice, che si compiace nel vedere la sua figura mille volte riflessa. Immagine della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia per Tommaso d’Aquino e ancora per Martin Lutero; metafora per intendere l’Uno nei Molti secondo Marsilio Ficino. Per non dire della variante escogitata da quel vagabondo dello spirito che è stato Giordano Bruno da Nola. Unica è l’immagine del nostro Sole riflessa nello specchio, che il mago tiene fra le sue mani. Ma se lo specchio gli cade e finisce in mille pezzi, altrettante saranno le immagini dell’astro che dà luce, calore e vita alla Terra. E per di più, esse saranno modellate diversamente, non fosse altro che per le differenze materiali tra un frammento e l’altro. Questo è il nucleo del relativismo bruniano 15 – e non a caso esso è stato colto come il punto di fondo della svolta nella nostra modernità dalla rappresentazione di un mondo chiuso a quella di un universo infinito in cosmologia, cambiando insieme modi dell’espressione e stili di vita. 16
Mi sia lecito, a questo punto (e si perdoni la lunghezza della citazione), aggiungere al repertorio riflessioni, rispecchiamenti e speculazioni del libro di Maddalena Mapelli queste righe di Donatien-Alphonse-François, marchese di Sade: “Hai mai visto, Thérèse [nome d’arte della sventurata Justine], certi specchi che, con diverso artificio, o rimpiccioliscono gli oggetti o li ingrandiscono o li rendono spaventevoli o conferiscono loro tratti graziosi?
Immagina ora che questi specchi uniscano, alle facoltà di riflettere, la facoltà di creare: non darebbero essi, dello stesso uomo, ritratti completamente differenti? E questi ritratti non scaturirebbero dal modo in cui lo specchio ha percepito l’oggetto? Alle due facoltà attribuite da noi allo specchio, aggiungiamone una terza: la sensibilità. Quale sentimento nutrirà in tal caso lo specchio verso l’uomo che riflette? Quello che gli ispira il tipo di essere percepito. Lo ha visto bello? Lo amerà. Lo ha visto orribile? Lo odierà. Eppure, è chiaro, si tratta dello stesso individuo.”17
Note al testo
1 In realtà, Mach era nato a Turas, in Moravia, nel 1838; ma sulla sua “buona austriacità” si veda il bel saggio di Aldo Gargani, premesso come introduzione a E. Mach, Conoscenza ed errore, tr. it. Einaudi, Torino 1982.
2 E. Mach, L’analisi delle sensazioni e il rapporto fra fisico e psichico, tr. it. Feltrinelli, Milano 1982, p. 39, nota 1.
3 E. Mach, Conoscenza ed errore, cit. p. 228. 4 E. Mach, Conoscenza ed errore, cit. p. 115. Su questo “test dello specchio” e le differenti reazioni di un gatto e di un primate si veda il brillante aggiornamento proposto in N. Humphrey, L’occhio della mente. Ovvero perché gli animali non si guardano allo specchio, tr. it. Instar Libri, Torino 1992, in particolare pp. 89- 91. Un novecentesco epigono di Cartesio potrebbe spingersi a sostenere che, non sapendo riflettere sul proprio riflesso (nello specchio), il felino non ha coscienza, mentre ce l’ha, almeno in nuce, il primate superiore. Ma si tratta di una contrapposizione statica – tipo quella esemplificata da una vignetta di Mel Colman, inserita (p. 58) nel libro di Humphrey. Una pecora rivela a una pecora: “Cartesio diceva che gli animali non hanno l’anima…”. E l’altra: “Allora? Ai filosofi non cresce mica addosso il cappotto…”. In realtà, come aveva intuito Mach, anche “l’anima” è questione di evoluzione. Vedi appunto il testo in corrispondenza alla nota 8.link utili
5 M. Dalla Chiara, G. Toraldo di Francia, La scimmia allo specchio, Laterza, Roma- Bari 1988, in particolare pp. 3-9.
6 M. Dalla Chiara, G. Toraldo di Francia, La scimmia allo specchio, p. 4.
7 A parte la sua tragica fine, non dobbiamo essere troppo severi con Narciso. Si adatta anche a lui un significativo giudizio del matematico e filosofo Alfred North Whitehead: “Negli stati iniziali del progresso mentale, un errore nel riferimento simbolico è la disciplina che promuove la libertà d’immaginazione” (A.N. Whitehead, Simbolismo, tr. it. Raffaello Cortina, Milano 1998, p. 18).
8 M. Dalla Chiara, G. Toraldo di Francia, La scimmia allo specchio, p. 7.
9 E. Boncinelli in E. Boncinelli, G. Giorello, Lo scimmione intelligente, Rizzoli, Milano 2009, p. 170.
10 E. Boncinelli in E. Boncinelli, G. Giorello, Lo scimmione intelligente, cit., p. 173.
11 A. Emo, Supremazia e maledizione. Diario filosofico 1973, a cura di M. Donà e R.
12 Gasparotti, Raffaello Cortina, Milano 1998, p. 6. 12 A. Emo, Supremazia e maledizione. Diario filosofico 1973, cit., p. 7.
13 F. Leiber, “Mezzanotte nel mondo degli specchi”, versione italiana in F. Leiber, Creature del male, a cura di G. Lippi, Mondadori, Milano 1989, pp. 53-71, in particolare p. 53.
14 F. Leiber, “Mezzanotte nel mondo degli specchi”, cit., p. 56.
15 Vedi, in particolare, i lavori di N. Ordine, La soglia dell’ombra, Marsilio, Venezia 2003 e Contro il Vangelo armato, Raffaello Cortina, Milano 2007.
16 In relazione a Bruno, esemplari ci paiono ancora oggi le osservazioni di James Joyce, in particolare il suo “The Bruno philosophy”, in Daily Express, Dublin, 30 ottobre 1903, ora in J. Joyce, Occasional, Critical and Political Writings, con introduzione e note di K. Barry, Oxford University Press, Oxford 2000, pp. 93-94.
17 D.-A.-F. de Sade, Justine, tr. it. in Opere, a cura di P. Caruso, Prefazione di A. Moravia, Mondadori, Milano 1976, pp. 565-566.
Le riflessioni continuano in rete anche qui:
Massimo Giuliani sul blog Tarantula
Tesi di dottorato di Daniela Ghidoli
In Poesia- Filosofia delle poetiche e del linguaggio



















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