Bergamo, 17/07/2010 Seminario BDF coordinato da Pietro Barbetta, videoregistrazione a cura di Enrico Valtellina.
Dopo la mia relazione sul tema “Dallo specchio a Facebook” molto interessanti gli interventi di Pietro Barbetta, Mario Galzigna, Beatrice Catini, Enrico Valtellina, Gabriella Erba e dei seminaristi del gruppo BDF.
La mia relazione tratta nella prima parte i concetti di “dispositivo” (Foucault-Deleuze) e di “specchio” (che Foucault definisce come “utopia” e, al tempo stesso, “eterotopia”) per poi soffermarsi su “come muore un account” su Facebook. Fanno da filo conduttore un fotoritratto che Gerard Uferas ha scattato a Gilles Deleuze e il video della performance di Michelangelo Pistoletto alla biennale di Venezia 2009.


















Ciao Maddalena, il tuo intervento mi è piaciuto molto, la mia documentazione video è agghiacciante, mi mancano i fondamentali per fare l’operatore.
ciao Enrico
diciamo che è tutto in presa diretta!
Anche il tuo intervento mi è piaciuto: sintetico ma molto chiaro ed efficace.
Tanti complienti per l’intervento. Coglie aspetti fondamentali del vivere contemporaneo. Trovo che la riflessione sul ruolo dell’immagine nei dispositivi di costruzione della soggettività colga in pieno l’obiettivo. Troppo spesso le riflessioni sul virtuale e le possibilità offerete dai dispositivi creati in rete ne sottovalutano il ruolo, che, invece, a mio parere, è centrale per capire tutta una serie di dinamiche: in particolare il rapporto tra pubblico e privato su cui si sono verificati molti dei misvaerstandins più clamorosi.
Flavio, sarebbe davvero interessante iniziare a raccogliere dei casi di questo tipo per inizare a vedere se ci sono elementi comuni…
Sono d’accrodo, perché mi sembra che il tuo ragionamento possa essere esteso anche a situazioni diverse. Credo che sia una chiave di lettura alquanto interessante per avvicinarsi, ad esempio, alla questione relativa all’immagine di Saviano di cui si è discusso e si continua a discutere molto, ad esempio su Giap. Il dispositivo che ha distillato l’immagine di Saviano, il quale ora ne patisce le coseguenze sottoforma di attacchi personali, mi sembra che funzioni proprio come uno specchio, in cui molti si sono riflettuti ed in base a quell’immagine virtuale hanno dato vita a processi di costruzione di soggettività. A fare problema è, a mio avviso, la difficoltà nel creare linee di fuga nel dispositivo, ad appropiarsi di quel riflesso facendolo proprio, integrandolo nelle proprie pratiche quotidiane. In questo senso l’immagine con cui si era chiamati a confrontarsi ha perso il suo carattere processuale ed quindi diventata simulacro, una vera e propria maschera mortuaria. Qualcosa di molto similie a quanto è successo nella questione che ha opposto Luttazzi ai suoi fans. Anche in quel caso ci si è accorti che il riflesso nel quale ci si specchiava rimandava un’immagine morta e questa presa di coscienza ha dato vita al rituale dionisiaco a cui si è assistito.
La mia opinione è che alla base di queste dinamiche ci sia, ancora e purtroppo, una scarsa consapevolezza delle meccaniche di funzionamento dell’immagine, alla quale si pensa ancora entro cornici concettuali che rimandano ad un presunto rapporto “ontologico” tra l’immagine ed il reale, invece che mettere l’accento sulla dimensione “costruttiva” che è propria dell’immagine.
Come hai messo in evidenza nell’intervento, anche in Facebook, la cui dimensione visiva hai messo bene in luce in altre occasioni, si postula un rapporto “onotologico” tra l’immagine di sé (nel senso vero e proprio della fotografia che si carica sul profilo) ed il reale. La regola che impone al profilo di rispecchiare, correggimi se sbaglio, i cambiamenti che l’utente subisce nella vita reale, anche in senso fisico, è la prova più lampante di quello che sto dicendo. Invece di considerare l’account per quello che è, e cioè un testo capace di produrre effetti di testualizzazione, lo si considera come una sorta di “calco” della realtà, con la quale sarebbe in relazione diretta.
Questa confusione da vita a problemi e rischi che non sono di poco conto e danno vita a conseguenze a volte anche gravi. E’ quanto notano, ad esempio, gli autori di “eretici digitali” quando nell’analizzare i rapporti tra la rete ed i tradizionali mezzi di comunicazione mettono in luce come questi ultimi scambino per testimonianze dirette dei testi che andrebbereo, invece, letti come tali nei loro effetti di senso.
Flavio, è molto interessante il tuo parallelo anche se non riesco ancora a capirlo bene
Porta pazienza!
Solo che, davvero, mi piacerebbe capire meglio i passaggi sotto-intesi del tuo ragionamento.
Saviano è all’interno di un “dispositivo” mediatico che ne plasma l’immagine. Qui però la questione è davvero complicata. Bisognerebbe seguire la genesi. Partire secondo me da Nazione Indiana che è un blog. Posso ipotizzare che sia un luogo in cui Saviano ha potuto intenzionalmente scegliere una propria immagine e costruirla con notevoli margini di libertà. Così almeno è nel blogging: salvo che Nazione Indiana non sia un caso speciale di blog “gabbia”!
Ma queste cose io non le so, perché non ho osservato le dinamiche di NI…
Poi si potrebbe osservare l’immagine editoriale di Saviano: Gomorra, Mondadori, articoli usciti su di lui, etc.
E via via fino ad arrivare a definire i punti di snodo.
Fino alla tv, la sua immagine in tv: nei telegiornali, nei programmi di intrattenimento, insomma nei luoghi in cui lui ha abitato.
Mi ricordo una sua puntata in tv da Fazio in cui spiegava il dispositivo mafioso della titolazione degli articoli di giornali. Lui ha fatto in tv una lezione su come i dispositivi mediatici della carta stampata condizionino i lettori…
Faccio un salto: uno dei momenti più “bassi” dell’immagine di Saviano secondo me è stata quella pubblicità martellante che usciva su Facebook e che offriva Gomorra a 90 centesimi. Non so se l’hai mai vista…
All’inizio non ci avevo fatto caso. Poi però era martellante. Novanta centesimi non sono niente per un libro. Un libro che ti danno per novanta centesimi è un libro che non vale niente?!?
Sto andando a ruota libera…
Non hai torto a dire che il mio piccolo ragionamento ha dei sottointesi, perché nasce dall’incontro tra il tuo intervento, che gli fornisce un solido retroterra teorico, discusioni molto discontinue avute con amici e colleghi in altre sedi (virtuali e non) ed interessi personali di ricerca e studio. Cerco di di-spiegare qualche sottointeso per vedere di fare un po’ di chiarezza.
Innanzitutto il tuo suggerimento di seguire la genesi o la genealogia dell’immagine di Saviano è prezioso. Un lavoro del genere consentirebbe anche di riflettere, come auspichi su Giap, sul rapporto tra Saviano (autore) ed il pubblico.
La riflessione deve partire, è la mia opinione, dal riconoscere la differenza tra immagine e simulacro. L’immagine ha sempre una natura processuale, si fa incessantemente a partire da una negoziazione tra il soggetto dello sguardo ed il suo oggetto, “l’immagine si fa ad un incrocio, implica l’incrocio, si fa all’incrocio tra il soggetto ed il mondo” (Dinoi). Al contrario il simulacro oblitera questo processo, lo impedisce o lo nasconde. L’immagine simulacrale si da senza alcun vuoto in cui lo spettatore possa installarsi come corporeità (e quindi invisibilità, se stiamo a Merleau-Ponty), è visibile al 100%.
Credo che nel momento in cui Saviano è passato da NI al circuito mediatico mainstream la sua immagine si sia in un certo modo cristallizzata, bloccata. Mentre on-line poteva negoziarla in ogni momento, anche e soprattutto attraverso un confronto orizzontale coi suoi lettori (fatto di contraddittori, domande, risposte, ecc. e quindi in un processo dove anche il lettore, a sua volta, poteva modellare la sua immagine in rapporto a quella di Saviano).
Quando “Gomorra” è diventato un best-seller Saviano ha perso la possibilità di effettuare tale negoziazione (e così è successo anche per il suo pubblico). In un certo senso ha perso il potere contrattuale sulla sua immagine. Il dispositivo mediatico, che fa della ripetizione seriale il suo principale e, per certi versi, unico strumento compositivo, ha quindi distillato e diffuso un simulacro, un’icona: quella del martire-vate. Il “Saviano è tutti noi” o il “Saviano-cristo-morto-redentore”.
Insomma mi sembra che l’immagine di Saviano sia passata da essere un riflesso che rispondeva agli stimoli esterni, ad essere una maschera buona da indossare in ogni occasione (come hanno notato, tra gli altri, il Genna di IDP e gli sceneggiatori di Boris. Gomorra a 90c a cui accenni fa parte di questa categoria).
Gli attacchi rivolti a Saviano (Dal Lago, Sepe) fingono o mancano di tenere in conto la differenza tra immagine (come processo, negoziazione) e simulacro (immagine bloccata, priva di processualità), perciò mancano clamorosamente il bersaglio rivolgendosi contro Saviano-persona e non contro il dispositivo testuale che ha distillato un simulacro-Saviano.
Semplificando brutalmente, qui la posta in gioco non è tanto definire il ruolo o le responsabilità di Saviano, quanto piuttosto definire quali possibilità di negoziazione della soggettività sono rese possibili dai singoli media. Mi sembra abbastanza evidente che il circuito mediatico mainstream offra, in questo senso, sapzi alquanto ristretti, ma che, soprattutto, dia adito a gravi fraintendimenti, quando non si hanno ben presenti i suoi meccanismi di funzionamento.
Spero di essere stato un poco più chiaro, anche se ho l’impressione di aver aggiunto confusione a confusione, perché faccio qualche fatica a padroneggiare la forma commentario. Cmq l’argomento è di grande interesse e meriterebbe forse uno studio più ampio ed elaborato.
Flavio, devo uscire
Preferisco leggere il tuo commento con calma e tornare a riprendere il filo dei discorsi.
Porta pazienza, ma sono giornate convulse
@maddalena: figurati è il caso di approfittare delle tregue del maltempo per mettere il naso fuori di casa. Forse conviene proseguire la discussione su Giap, in modo da non divedere troppo gli sforzi.
Buon pomeriggio.
Caro Flavio,
rientro solo ora. Ho letto con molto interesse il tuo commento che spiega con chiarezza passaggi importanti. Io partivo da un’altra definizione di simulacro… ma ora tutto mi è più chiaro.
Un pò alla volta stiamo restringendo il campo per individuare un punto di accesso ad una ipotesi che via via si fa sempre più suggestiva. Mi viene davvero voglia di iniziare ad andare a vedere su NI come si presentasse Roberto. E poi cercare di rintracciare gli elementi di coerenza nel suo percorso di soggettivazione.
In questo modo si restringe il campo perché si potrebbero valutare gli effetti di due dispositivi differenti (NI e blogging da un lato e media tv dall’altro) sulla costruzione dell’immagine di sé. Forse solo così è possibile poi individuare se Saviano, pur entro le gabbie che in modo differente lo costituiscono, riesce ad essere “autore”, “creativo” in quanto capace di linee di scarto rispetto ai dispositivi in cui agisce.
E forse prima che dalla scrittura sarebbe importante partire dall’immagine vera e propria, dalla “figura” o “figure” che accompagna/no RS in rete prima e negli altri media poi.
Maddalena,
con questo commento vengo meno al mio stesso proposito (tanto chi l’ha detto che la coerenza è un valore?!).
Il percorso di ricerca che si può delineare a partire dall’immagine di Saviano è ampio e permette, come noti giustamente, di affrontare una questione, quella del rapporto tra dispositivi di soggettivizzazione ed immagine, che è centrale al giorno d’oggi.
Sono convinto che troppo spesso questa questione venga sottovalutata, perché in questi dispositivi, come facevi giustamente notare a Bergamo, si fa ancora difficoltà a riconoscere il ruolo dell’immagine. L’idea che, ad esempio, Facebook sia uno spazio virtuale incentrato sulla scrittura focalizza l’attenzione più sul contenuto, su quanto viene scritto, che non sulle articolazioni di quel contenuto, cioè su come si scrive e si presenta quello che si scrive.
Intanto ho ritrovato il tariler del video “La potenza della letteratura” a cui accennavo su Giap, te lo linko (http://www.palumbomultimedia.com/vip/wordpress/?p=402). Mi piacerebbe sapere che ne pensi, al tempo buttai giù qualche appunto, magari se ne può discutere anche qui.
Buon fine settimana.
appunti su (http://www.palumbomultimedia.com/vip/wordpress/?p=402).
È un video montato. C’è una regia. Musica. Immagini che si sovrappongono alla registrazione in presa diretta. Il volto di Saviano è riproposto sotto forma di disegno, ma è anche ritagliato (lo sguardo), e torna in versione di foto in bianco e nero. Dove non c’è musica c’è silenzio (E’ il Saviano icona? È altro?).
Due poltrone in uno studio, sul tavolo i libri di RS, una scena informale che però appare costruita, esplicitamente costruita (i libri artatamente disposti sul tavolino) in cui solo apparentemente si instaura un dialogo tra i due interlocutori.
La gabbia è quella dell’intevista-dialogo ma è un dialogo che non si dà: i due interlocutori, salvo in poche circostanze, non si guardano. Roberto guarda nella telecamera (anche quando la seconda telecamera “guarda lui”) mentre Luperini guarda Saviano senza che ci sia, per lunga parte dell’incontro, reciprocità di sguardo.
Non c’è incontro: si scava una distanza tra il critico e lo scrittore.
All’interno di questo dispositivo, ci sono alcuni momenti in cui Saviano ruba in qualche modo uno spazio scenico tutto suo: quando il primo piano stringe sul suo volto e sulle sue mani (anelli). Qualcosa di “personale” irrompe in una scena altrimenti standardizzata, fissata, quasi immobile ancorata com’è attorno a quelle due poltrone bianche, pesanti, stabili, da salotto.
Bisognerebbe mettere in relazione questi segni con il contenuto delle parole di Roberto, che si ascoltano comunque a fatica perché scivolano via: il tono è monocorde, si parla di scuola, autori, professori, resistenza, mancanza di autorevolezza…
Se sono davvero interessato al contenuto del video, torno dall’inizio e questa volta ascolto cosa dicono.
Altrimenti vado oltre: qui la parola di RS è svuotata.
Adesso, Flavio, passa i tuoi di appunti
Alle osservazioni che fai ci aggiungerei il fatto che oltre alla mancanza di reciprocità tra il critico e lo scrittore, che qui diventa vate a tutti gli effetti, vi è una messa a distanza dello spettatore, rimarcata dal tavolino su cui si trovano gli “attributi” dell’intellettuale, cioè i libri, e dalla frontalità fortemente ricercata dalla regista. I libri fungono da architarve dell’intera costruzione plastica, infatti sono messi tanto davanti, quanto alle spalle dei due interlocutori. I libri in primo piano marcano uno stacco tra lo spazio dell’intellettuale e quello dello spettatore, mentre quelli sullo sfondo fungono da “sostanza” del lavoro intellettuale (lo scrittore può essere tale solo se è anche lettore).
Inoltre la libreria sullo sfondo riattiva effetti di senso tipici della costruzione dell’autorevolezza (pensa agli scrittori o ai giornalisti intervistati a Porta-a-Porta, oppure alla “discesa in campo” di Berlusconi). A questa articolazione spaziale si aggiunge l’ulteriore divisione tra critico e scrittore: il secondo vate, il primo interprete, sodale, amico. Entrambi, però “ingabbiati” in quello spazio “intellettuale da cui lo spettatore è escluso sitematicamente.
Io ho lavorato su qesto video tenendo presente, come controaltare, la serie dei Ritratti di Marco Paolini e Carlo Mazzcurati, dove, invece, si cerca in ogni modo di ridurre la distanza tra spettatore ed intellettuale (ho negli occhi in particolare la conversazione con Rigoni Stern). Qui si usa molto la semi-soggettiva e si creca di rompre, con espedienti sia filmici che profilmici, la frontalità (ad esempio quando i due interlocutori vengono ripresi frontalmente mentre camminano, è la camminata a distruggere la frontalità, perché i due sembrano sempre inseguire la macchina da presa che è obbligata a sfuggirgli e quindi l’inquadratura perde la sua ieraticità) Ne trovi un esempio qui http://www.youtube.com/user/pintask8#p/f/0/Mw-10y2kAqQ
Se ci fai caso nell’inquadratura su Rigoni stern si vedono spesso le mani di Paolini. Basta questo a rompere la frontalità e a creare un effetto di continuità tra lo spazio dello spettatore e quello dell’intellettuale.
Azzardo, ma nel video di Palumbo si cerca di costruire una figura di intellettuale che a me sembra letteralmente out of time, mentre il lavoro di Paolini-Mazzacurati creca di far emergere la dimensione umana dello scrittore. La differenza sostanziale è che nel primo video si usa una messa in scena che risponde a cliché televisivi, valdie sia per Saviano che per Berlusconi (o al limite Minzolini), mentre nel secondo si creca di rompere proprio questa costruzione per proporne una radicalmente diversa.
@Flavio, sì ti seguo perfettamente!
Il punto per noi però resta quello di capire se RS è omologato e schiacciato dal dispositivo o se possiamo individuare degli scarti. Qui forse è davvero difficile (salvo forse alcuni brevi fotogrammi: qui è standardizzato, appiattito, svuotato. Parla solo il dispositivo.
Si tratta di tenere questo “caso” come modello e paragonarlo ad altri momenti “video” di RS…
Per ora stacco
Buon fine settimana!!!
Decisamente si. Ti rimando alle brevi note che ho postato su Giap a proposito del video di Current di cui si è cominciato a parlare. Li la costruzione dell’immagine, a prima vista, mi sembra diversa.
Buon fine settimana anche a te.
[...] Seminario BDF a Bergamo [...]
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