La paura di dire: “no, non ti voglio come amico” [Facebook e l'ipocrisia]

maddalena mapelli
1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (2 votes, average: 5,00 out of 5)
Ibridamenti Venezia - Facebook

La notizia l’ho letta su Facebook, rilanciata da Elisabetta Nanni:
E’ così difficile dire: “Non ti voglio come amico?”.
Elisabetta, con il suo titolo, ha reso intelligente una notizia che di per sé va ben analizzata.
E’ importante, secondo me, prendersi due minuti di tempo e capire cosa sta succedendo.

In sostanza Joan Morris DiMicco, un ricercatore di Ibm specializzato nello studio di software sociali negli ambienti di lavoro, e Barbara Pachter, esperta di etichetta nel lavoro e autrice di New Rules @work, offrono i loro consigli e le loro dritte ” sul come rifiutare in modo elegante l’amicizia su Facebook ai colleghi di lavoro.

Il problema dei due esperti è: come faccio, senza offendere nessuno, a negare l’amicizia su Facebook alle persone con cui lavoro (che verrebbero così a sapere tutto di me!) o a conoscenti che  mi chiedono di diventare amici?

Riassumo i consigli degli esperti (non ridete, per favore!)
a) prova a inviare una richiesta di diventare amici su Linkedin sperando che chi te lo ha chiesto si dimentichi di voler essere tuo amico anche su Facebook
b) Ringrazia e gentilmente invita il/la richiedente a socializzare su un social professionale, spiegando che Facebook lo usi solo per i parenti e gli amici stretti.
Ma perché farsi tutti questi problemi? Perché, dicono gli esperti, chi lavora con te, un domani potrebbe essere un tuo capo, quindi , meglio tenerselo buono :-)

In alternative, says workplace etiquette expert Barbara Pachter, is to suggest to the colleague that you connect instead on LinkedIn, a social network for professional relationships.
“You can just go ahead and ask them to join you on LinkedIn and hope they forget they sent you a Facebook friend request,” said Pachter, the author of New Rules @ Work.
“Or you can say, Thanks for asking me. I’m keeping Facebook for my family and friends. I’m asking you to join me on my professional network instead.’”
Pachter said that whatever you do, it’s important not to offend your colleague — and that’s not just because politeness is good etiquette.
“The person you offend might end up being your boss next year,” she said. [Reuters, How to decline Facebook friends without offence, 22/02/2010

Quando ho letto la notizia mi è parsa davvero una presa in giro, perché

a) presuppone il fatto che si dia così tanta importanza a Facebook da postulare che se qualcuno non accetta la tua amicizia (su Facebook !!!) ti offende. Questa cosa, lasciatemelo dire,  ha davvero dell'incredibile!
b) presuppone il fatto che Facebook sia un luogo sicuro da sguardi indiscreti, e che se ne possa fare un uso "privato".
c) presuppone il fatto che tutte le persone raccontino su Facebook i fatti loro, dicendo la verità come se si trovassero in casa con un paio di amici.
d) presuppone il fatto che si dia davvero un'enorme credibilità ad un Social Network , Facebook, che sempre più spesso viene usato dalle persone non tanto per fare "outing" (e perché dovremmo farlo di fronte a parecchie centinaia di persone che non conosciamo?)  ma per finalità ludiche e creative.

I consigli dei due esperti, quindi, vanno in una direzione esattamente opposta ad un uso consapevole di Facebook: perché mai dovrei considerare un social network come Facebook un luogo sicuro  in cui poter esprimere liberamente ciò che penso dei miei vissuti, della mia professione, dei colleghi d'ufficio e perfino del/la mio/a "capo/a"?

Perché non dovrei essere consapevole del fatto che molte delle cose che scrivo su Facebook sono pubbliche? Pensiamoci bene: io posso "lucchettare" tutti i miei contenuti (Account -> Impostazioni sulla Privacy) in modo che li leggano solo i miei amici, ma allora:
a) Non devo per nessun motivo aggiungere poersone che non conosco davvero molto bene anche nella vita reale
b) Non devo per nessun motivo andare a commentare su account altrui, su gruppi, su pagine fan, su note (che sono nella stragrande maggioranza dei casi account, note, gruppi, pagine fan assolutamente pubblici) altrimenti le mie idee, le mie opinioni, le mie preferenze sono...  in piazza, né più né meno che se lasciassi pubblico il mio account
c) Il che significa, in sostanza, che non devo usare Facebook come un "social network", ma che lo sto usando come uso la mia casella di posta elettronica. Tanto vale usare, se si vuole rimanere protetti da sguardi indiscreti,  la posta elettronica, appunto, per comunicare con i propri amici.

Quando ho letto il problema sollevato dai due esperti e i loro consigli (in sostanza, essere un pò furbi e un pò ipocriti) per un attimo ho pensato che davvero si dovesse fare come dicono loro. Ma l'ho pensato solo per un attimo.
Per me e, da qual che osservo, anche per tutti i miei oltre 3500 amici su Facebook, il problema non si pone. E non è certo perché abbiamo paura di essere giudicati dalle persone che non conosciamo o dalle persone con cui lavoriamo o dai nostri futuri datori di lavoro, ma perché c'è un uso consapevole del luogo che abitiamo.

O mi sbaglio?


Link utili: Piccola guida per negare l'amicizia su Facebook (senza offendere nessuno). I consigli utili su come gestire le amicizie sul social network senza che nessuno si risenta [Emanuela Di Pasqua, Corriere, 23/02/2010]

20 Commenti

  1. Daniele Daniele scrive:

    Credo tu abbia perfettamente focalizzato l’inutilità di questo articolo, che avevo letto stamani sul “CdS”.
    Inutile, perchè penso che ognuno di Noi sia consapevole (anzi, diciamo che me lo auguro) che un “Social Network” come “Facebook” è per sua definizione un luogo di socializzazione. Chiaramente di questa espressione si possono dare molteplici letture, ma se davvero uno vive di paranoie come quelle citate, ha sbagliato posto.
    La mia esperienza mi porta a rifiutare “amicizie” e accettarne altre. Francamente le motivazioni per una o per l’altra scelta spesso sono del tutto personali: simpatia, interesse, pensiero di avere di fronte una persona valida, oppure rifiuto di persone che sono evidentemente interessate solo ad aumentare il numero di contatti, poca propensione agli argomenti scritti.
    Piuttosto è interessante notare come, al solito, i media tradizionali danno risalto a queste cose, di spessore minimo, invece di proporre analisi migliori o anche più ironiche.

  2. @Daniele, ecco, non facciamogliene passare più una ai media tradizionali, che danno risalto, come dici, tu a cose davvero marginali, spesso :-)))
    Alle volte, forse per stanchezza, o forse percché il martellamento è continuo, anch’io mi adeguo. Però, ultimamente, sto perdendo la pazienza. E poi credo sia importante mantenerci lucidi e svegli. Altrimenti davvero un pò alla volta cominciamo a convincerci che sono giuste certe cose…

  3. catepol scrive:

    se facebook è una piazza (con tutte le impostazioni di privacy on, come ben dici, comunque è una piazza aperta, se lo utilizziamo) l’unica regola che vale è sempre il “non fare in piazza facebook quello che normalmente non faresti in una piazza di persone!”

    o anche il vecchio ma sempre valido: non postare su internet quello che non faresti mai leggere a tua mamma e a tua nonna…

    se abbiamo da nascondere qualcosa a qualcuno, Facebook non è certo il posto migliore, facendo acqua da tutte le parti.

    Nessuno dovrebbe avere problemi col capo, col marito, col cugino di secondo grado, con l’amante…su facebook! Semplicemente perchè dovrebbe sapere che non è lo strumento adatto per tenere separati i contatti e quello che ci facciamo (tra di loro).

  4. Daniele Daniele scrive:

    Ci adeguiamo perchè, comunque, i media tradizionali restano la fonte principale a cui si informano la maggioranza degli utenti Web.
    Diciamo che sono uno dei tanti specchi dell’immobilismo del Paese, con le dovute eccezioni, s’intende.
    E’ che non sanno come andrà a finire e come dovranno comportarsi. Spesso leggo “peste e corna” sui “Social Network” o, più banalmente, lo sminuire l’opera dei tanti bravi e preparati Bloggers in circolazione. E, guarda caso, questi “attacchi” vengono spesso da chi nel passato si fregiava di frequentarlo, il Web. Ce ne sono di giornalisti così. Ricordo ancora perfettamente la sterile (e mal approfondita) polemica di Nicoletti su “La Stampa” riguardo all’inutilità dei Blog piccoli, di quelli che non sono delle autorità conclamate, a difesa del suo status quo, ovviamente. E’ che cercare le persone in gamba costa: tempo e passione e per loro, invece, è solo una parte del lavoro.
    Ho esagerato, eh?
    :-)

  5. @Catepol, hai detto tutto benissimo e in sintesi :-) Aggiungerei che quello che è davvero interessante è che su Facebook si viene persuasi a pensare di essere tra quattro amici, insomma di potersi fidare. Per fortuna che ci sono persone come te che vigilano e ci ricordano che le cose stanno diversamente !

    @Daniele,sai che è vero? Quando si ha un blog piccolo, si deve “lavorare” molto, tenere le relazioni con gli amici, curare i contenuti e i rapporti. Più si aumenta la notorietà, più si acquista in fatuità…
    Non so che dirti di Nicoletti, non lo conosco di persona, l’ho visto in rete, ma solo nella fase recente, quella in cui si rivolge al grande pubblico …

  6. zauberei scrive:

    Ho un triste sospetto: che l’articolo invece sia percepito come utile – e per questo dunque sia deleterio.
    Ossia – l’uso consapevole della piattaforma è auspicabile, ma che poi ne sia sempre fatto un uso consapevole è tutto da dimostrare – anche perchè dietro il problema segnalato nell’articolo non c’è tanto un imbarazzo generato dalla piattaforma ma una difficoltà anteriore nella gestione dei rapporti umani – siamo in rete come fuori, e la nostra propensione allo zerbinaggio con i colleghi sarà la stessa che ne falsifica le relazioni nei corridoi delle aziende. I
    A titolo di esempio riporto il caso di una lettrice del mio blog – che lei ama molto e a cui fa sempre dei complimenti a cui mandai una richiesta di amicizia – come zauberei – perchè il mio uso essenziale di FB inerisce al mio blog e all’uso creativo delle mie esperienze per il mio blog. Ho in effetti un account a nome mio – ma lo uso assai raramente (io non lo capisco a tutt’oggi l’uso privato di FB – ma forse a breve virerò verso una sintesi – non so)
    Nel rifiutare l’amicizia si dimostrò risentitissima per il fatto che io non mi fossi presentata con il mio account personale, perchè lei scriveva tutte cose personalissime sulla sua pagina fb e io invece no. Trovava anche poco corretto da parte mia aver utilizzato per cercarla l’indirizzo mail che ella stessa aveva fornito. Quello che voglio segnalare non è il rifiuto – più che sano, ma lo stile del e le motivazioni addotte: cioè il problema è in una concezione delle relazioni che passa per il tutto o nulla e che non conosce mediazioni e quindi eh è chiaro che le persone poi si trovano in difficoltà.

  7. antonio vergara scrive:

    secondo me ognuno dovrebbe chiarirsi se ritiene facebook uno strumento di relazione o di comunicazione. nel primo caso è evidente che si tenderà ad accettare solo amici reali, viceversa nel secondo la lista di amici (o meglio di connessioni) conterrà anche sconosciuti.

  8. @Antonio, ma che bello leggerti qui :-)
    Forse il problema nasce quando chi ha usato all’inizio FB come strumento di relazione (amici reali), poi un pò alla volta cede alla tentazione di accettare i suggerimenti di nuovi amici, allarga il giro e si dimentica che così facendo non è più tra “amici fidati”, ma sta comunicando con un sacco di persone.
    E’ vero comunque che come dici tu, chi usa FB come strumento di comunicazione sa già in anticipo cosa vuole fare: ci sono tantissimi account su FB in cui invece che relazionarsi con gli altri, si cerca di persuderli a leggere libri (in genere i propri o quellid ella stretta cerchia di amici) o a comprare qualcosa…

  9. @zau, io c’ho messo un pezzo a capire questa cosa! Ti racconto.
    A me è successo che Luca Conti (il famoso Pandemia) che non conosco di persona ma stimo molto, e con il quale sono “connessa” su FF, su Twitter etc., ci abbia messo una vita ad accettare la mia amicizia su facebook. Perché ha detto che preferiva appunto gli account con nome e cognome che non gli altri. E io su FB, essendo portavoce di un nome collettivo, sono Ibridamenti.
    Questa cosa mi ha fatto davvero pensare molto, proprio perché esprime un punto di vista lontano anni luce dal mio.
    Gli pseudonomi, i nomi collettivi (nazione indiana come ibridamenti per restare su facebook) per arrivare ai nomi d’arte (aldo nove, per esempio) hanno anche se in modo differente diritto di essere considerate voci autoriali, se non persone.
    Non solo: se anche qualcuno si presenta con nome e cognome e sta su FB per “vendere” meglio la proipria immagine, non è ugualmente persona pubblica ben diversa dalla stessa persona nella sfera privata?
    Se Facebook fosse stato un semplice strumento per restare in contatto con parenti e amici, non avrebbe avuto il successo che ha: è proprio perché ha oltrepassato la sfera privata ed è diventato un luogo che mette in comunicazione tantissime persone che non si conoscono (è diventato piazza pubblica) che interessa. Altrimenti ripeto, a me basterebbe la casella di posta…

  10. Credo che il problema si annidi nell’ambiguità del ‘linguaggio’, ovvero del significato che viene attribuito nel contesto specifico al termine “amicizia” amicizia nel ‘luogo’ Facebook può rappresentare oltre che il legame che unisce due persone anche qualcosa di più generico e vago – ma allo stesso tempo non banale, accettare l’amicizia di qualcuno è riconoscerne l’esistenza nel ‘mondo relazionale’ che io vado a costruire all’interno del social network – nel mondo ‘ideale’ dove attraverso una rete di amicizie e contenuti affermo quella che è la mia identità.

  11. @Francesco, orpo, così rendi tutto complesso :-)
    In ogni caso, anche secondo me, è importantissimo quello che dici. Ora l’articolo in questione – per tornare al ns tema – ha indubbiamente come presupposto implicito che in Facebook “amico” voglia dire proprio “amico” (persona con cui condivido vissuti importanti, interessi, che frequento volentieri, che mi piace, etc.) a tal punto che ci si dovrebbe “offendere” se alla propria richiesta di amicizia viene risposto un “no”.
    Al punto che ci si deve arrampicare sugli specchi per rispondere un “no” che non sia vissuto come offesa.

    Ora: siamo davvero convinti che questo presupposto sia corretto?
    O non è vero, piuttosto, – come sottolinei tu – che l’amicizia “sociale” – vissuta nei social – è qualcosa di decisamente differente?

    Sarà ben diverso avere un rapporto basato su scambi profondi e su vissuti esperenziali condivisi, da una relazione vissuta pubblicamente sui social, dove l’”amico” è colui o colei che non conosco di persona, che potrebbe avere un account finzionale, che potrebbe essere completamente differente da come me lo immagino, che spesso ha convinzioni, idee politiche, opinioni davvero diverse dalle mie…

    Qui si apre un discorso davvero molto interessante…

    • Eh, io credo che proprio perché nel contesto che stiamo esaminando l’amicizia non è da intendersi nel senso più ‘nobile e ideale’ del termine quando questa a qualcuno viene negata questi si ‘offenda’ credo che abbia un significato ‘traslato’.

      Comunque è come se a questo qualcuno gli si negasse il fatto di appartenere a un determinato mondo relazionale, un mondo relazionale di cui se ne sente parte.
      E allora vai di ‘dissonanza cognitiva’ “io pensavo che il tuo mondo relazionale/sociale fosse il mio mondo relazionale/sociale e invece mi neghi il fatto di accedere a qualcosa che dovrebbe essere comune” perché il meccanismo con cui si ottiene un’amicizia su facebook, oltre che per ricerca diretta, spesso è quello del ‘suggerimento’, persone che a te in qualche modo sono legate sono a loro volta legate con qualcuno a cui tu non sei ancora legato – e allora che cosa succede?, succede che tu, per tutta una serie di motivi, vuoi l’affermare la tua identità, vuoi l’affermare il fatto che ti senti di appartenere a uno specifico gruppo sociale (che non è solo virtuale, cioè che non si realizza esclusivamente nelle dinamiche del social network) fai la richiesta di amicizia e se questa ti viene accettata ecco che vieni ‘riconosciuto’; credo che alla fine facebook sia più che altro un mezzo per affermare la propria identità e per comprenderla – questo si può comprendere da molte cose: come i ‘faccismi’ di cui si era già parlato in passato, come le pagine ‘fan’ a cui uno si iscrive, le applicazioni che si riprovano e riprovano fino a che ciascuno di noi non ottiene il risultato che gli è più congeniale, e infine le amicizie – “se quello a tutti amici architetti, be’, vorrà dire che è un architetto anche lui” ecc..
      Tuttavia questo non è per forza un male, questo social network alla fine consente a ciascuno che vi si iscrive di trovare la sua collocazione in un insieme caotico ed entropico; gli appassionati di fumetti con gli appassionati di fumetti, quelli di musica con quelli di musica, quelli di sinistra con quelli di sinistra, quelli di destra con quelli di destra e così via, con la possibilità di sovrapporre questi insiemi e mettere in luce tratti comuni o meno a più persone, e osservare quella che è la società reale e le tendenze che la scuotono attraverso uno strumento dove crollano tutte le ipocrisie e buona parte degli ‘scudi’: su facebook siamo quello che siamo o rischiamo d’esserlo; la ‘mediazione’ anche del registro linguistico che uno adotta si fa quasi inconsistente, gli stati d’animo, i gerghi, gli usi tachigrafici e dei diacritici sono quelli più spontanei – e l’utilizzo delle smile che vanno a coprire quel buco espressivo che spiaceva tanto a Barthes ne “L’impero dei segni” è comune e accettato.

    • Elisabetta Nanni scrive:

      Ho rifiutato amicizie su FB perchè erano persone che conoscevo davvero bene e non avevo nessuna voglia di scambiare alcun contatto.
      Un segnale forte e deciso.
      Se poi si sono offese, rimane esclusivamente un loro problema.
      L’ambiguità del linguaggio, come dice Francesco, deve farci riflettere: quale significato e quale peso si attribuiscono alle parole e ai commenti dei nostri “amici”? Amici o semplici conoscenti? E quel particolare commento che ci fa sentire speciali…da chi proviene?
      Mi sono accorta che i Social network amplificano tutti i nostri difetti. Un esempio:le persone che riteniamo velatamente false nella vita reale, palesano tutta la loro robusta ipocrisia in quella virtuale.

  12. zauberei scrive:

    Oh beh ma siamo anche sicuri che nell’uso corrente e smaliziato e nei contesti professionali ampiamente condiviso l’amichi sono quelli che parlano insieme dei propri traumi di infanzia? No non credo che FB inventi una ambiguità nelle persone nè una complessità. L’ambiguità è un a caratteristica propria di qualsiasi oggetto di successo culturale, perchè il successo è garantito dall’incrostazione di funzioni e proiezioni diverse, più che mai ambigue e polisemiche sono le relazioni umane.
    Ci si aspetta sempre che la rete e in genere l’informatica semplifichino l’umano: è il loro difetto per antonomasia. E ogni volta che l’umano affiora tutti a dire – ma come la rete non doveva semplificare? Non ci sono delle caselline semplici? Ma l’agente è quello che produce significati, il mezzo li inclina tuttalpiù – sempre meno di quello che siamo portati a credere.
    Parere mio naturalmente.

  13. mi piace leggere i vostri commenti che riescono a rendere l’idea che non è così immediato e semplice rendere conto di quanto accade sui social.
    Mi sento di condividere l’analisi di @Francesco quando cerca di capire perché ci si possa sentire offesi quando si viene “non riconosciuti” su FB.

    @zau, bé certo che sì, siamo complessi :-)

    e mi piace l’accenno che ha fatto @elisabetta al fatto che i social amplificano: io credo che in particolare FB ci esponga – anche se non lo vogliamo – molto di più di qualsiasi altro luogo della rete …

    • Mi fa piacere, sarebbe un discorso da ampliare – tra l’altro c’è della bibliografia da leggere che analizzi le dinamiche dei Social Network?
      P.s.: ho visto un paio di refusi abbastanza infelici nel mio intervento di prima, ah!, quando si scrive di fretta che pasticci.

  14. stiamo aspettando il libro di B. J. Fogg, anche se trovi in rete qualche suo appunto già reso pubblico. Poi c’è il fondamentale (scherzo, eh!) Mapelli M., Margiotta U. (a cura di ) Dai Blog ai Social Network (Mimesis 2009)che dovresti trovare anche nella rete bibliotecaria di Padova perché ne ho date un pò di copie in giro :-)

  15. Donneinlinea Donneinlinea scrive:

    Mah.. io a rifiutare amicizie o eliminare persone che prima figuravano fra i miei amici non ho alcun problema.
    Parto dal presupposto che cio’ che non voglio sia messo in piazza non lo pubblico su FB dove sono presente non come Donneinlinea ma con la mia identità personale.
    Se appunto sono colleghi o persone da cui voglio mantenere una certa distanza per favorire/mantenere il giusto riconoscimento dei ruoli in ambito lavorativo o affettivo, difficilmente ne richiederò/accetterò l’amicizia.
    Se poi il contenuto pubblicato da certi amici più o meno noti non mi piace e non lo condivido semplicemente li depenno dalla lista.
    Le amicizie importanti sono quelle off line per me, non quelle virtuali su FB che ritengo luogo ludico con relativa importanza.
    Conosco persone che vanno in ansia se non si collegano tutti i giorni. A me non accade davvero questo.
    E se i problemi veri della gente sono come rifiutare amicizie su fb senza problemi…. stiamo freschi :-D

  16. Trippi scrive:

    Sono d’accordo con Antonio, dipende dall’uso che se ne vuole fare. Può essere uno strumento di relazione per tenere i contatti con persone reali del proprio presente e del proprio passato, dal quale ed escludere quelli che ci stanno cordialmente indigesto. Anche perchè posso essere amica di tutti, ma decido io se e a chi far vedere le mie foto in costume da bagno o il filmato imbarazzante per i colleghi e divertente per le vecchie compagne di merende. Può essere uno strumento di comunicazione/informazione con perfetti sconosciuti o conosciuti del web 2.0, sta a noi decidere come utilizzarlo, filtrarlo, categorizzarlo. Alla fine l’importante è esserne consapevoli!

  17. @ Trippi, d’accordissimo :-)

Lascia un commento


Video & Audio Comments are proudly powered by Riffly